domenica 29 marzo 2015

chiaiano - le contrade



Riprendiamo a continuare a parlare della storia di Chiaiano (Plajano)  e diciamo subito che il quartiere la prima volta, fu denominato Chiaiano ed uniti e comprendeva  come già detto la volta scorsa, varie contrade, iniziamo con la più antica, Polvica,  è uno dei più vecchi borghi o casali, che comprende il territorio di Chiaiano.
Lo testimonia un' iscrizione, scoperta nel !960, durante i lavori di ristrutturazione, voluta dal Parroco dell'epoca don Angelo Ferrillo, e si capì che tutta la zona della chiesa sorgeva su una antica necropoli romana.
Tale epigrafe su un marmo salmastro, fu murata ed attualmente si può ammirare  nell'accesso alle scale, che portano al campanile, e si legge a malapena  quanto segue:


Polvica - Chiaiano, chiesa di San Nicola di Bari
Epigrafe di Pomponia Saturnina

Epigrafe scritta in latino antico qui di seguito riportata
D M. POMPONIAE L F
SATVRNINAE ET
BLAESIANO F EIVS
ET PLOCAMO MARITO
LIBERTIS LIBERTABVSQ
ET [E]IS QVOS A PLOCAMO
MANUMITTI
VOLVIT

 una interpetrazione dedotta da (G. D’ISANTO, Scheda n. 8 in G. CAMODECA (a cura di), in «Puteoli Studi di Storia antica» VI (1982), pp. 153-156, fig. 7.)così recita:

«(Sacrum) D(is) M(anibus) Pomponiae L(iciniae) f(iliae) Saturninae et Blaesiano f(ilio) eius et Plocamo marito libertis libertasbusq[ue] et [e]is quos a Plocamo manumitti volvit»
la traduzione letterale:
«(Sacro) agli dei Mani di Pomponia Saturnina, figlia di Licinia. E a Plocamo suo marito e a suo figlio Blesiano, ai liberti e alle liberte la cui mano­missione ella concede a Plocamo»






Palazzo Angiulli a Polvica











 Il campanile della chiesa di San Nicola di Bari 
a Polvica-Chiaiano



 Il toponimo di Polvica deriva da Pelvi, (bacino idrografico), zona di terreno le cui acque scorrono lungo l’alveo di un canale torrentizio, sottostante ad un altopiano o montagnola, nel nostro caso :
l’alveo dell’ altopiano dei Camaldoli.
Da Pelvi si è passato a Pelvica poi a Publica come è citata nel proclama di Belisario, il famoso Generale di Costantinopoli, nel reclutamento obbligatorio (la nascita della Coscrizione - la chiamata alle armi obbligatoria) di uomini validi dell’entroterra Napoletano, dai casali di Piscinola, Plajano e Publica, nel 536 d.c. per ripopolare l’esercito imperiale, decimato da una pestilenza.
 Su un diploma del Re Roberto Guiscardo fu trascritta come Plubica (nel 1076), mentre Pulvica era indicata sui diplomi dei Re Angioini. Infine fu riportata come Polvica e con tale toponimo è giunta fino a noi, da quando fu data in feudo dal Viceré Conte di Monterrey a Giovan Battista Salernitano nel 1631.
In realta Polvica oltre a comprendere la chiesa , dove è venerato San Nicola di Bari. si estende in piazza Nicola Romano (ultimo sindaco del comune fino all’incorporazione  dell’intero comprensorio di Chiaiano ed uniti, al comune capoluogo di Napoli, inizio della città metropolitana, voluta dal regime fascista e divenuta tale sola nel 2014).
 Piazza Nicola Romano nota localmente come " Mieze Poreche", nel dopoguerra divenuta famosa come la piazza rossa, perché lì sorse per la prima volta la sede del PCI. Polvica era il primo accesso alla città di Napoli per via Taverna del Portone o del Pozzo , attuale via vecchia napoli- furlone, , dopo aver lasciato il palazzo. e il convento delle suore di Gesù eucaristico“ noto pure Poggio Finamore”. si biforcava a sud in via Arco di Polvica ed a nord  attraverso via chiesa di Polvica e dopo la piazzetta di Nicola Romano, continuava per via Barone, ( nel  palazzo del civico 19, riesidevono i vari signori del feudo baronale di borgo di Polvica, divenuto poi a partire dal 1807  facente parte del  Comune Chiaiano ed Uniti ), si penetrava nella famosa selva della Toscanella, dove si incontravano sparse varie case rurali, note pure masserie, come ‘o barco, ‘ncoppe ‘o mastino, i Rusciano, che terminava la dove iniziava la selva dei  Caracciolo.

giovedì 26 marzo 2015

Il Mito del Mandorlo in Fiore


Il Mito del Mandorlo in Fiore
- L'idillio di  Acamante e Fillide -
Acamante e Fillide



 La leggenda nata, secondo il mito della fioritura del mandorlo, sarebbe da ricondurre all’amore fra Acamante, figlio del celebre Teseo, e Fillide, giovane principessa Tracia.. Acamante, eroe greco . ebbe un ruolo importante  nella guerra di Troia, si narra che già prima dell'inizio della guerra stessa si era cercato di evitarla tanto che lo stesso Acamante era stato inviato con Diomede in ambasciata a Troia, per richiedere la restituzione di Elena. Durante i colloqui tra le delegazioni ed i rituali banchetti di ospitalità, la principessa, Laodice, figlia di Priamo, s'innamorò del affascinante Acamante e  confidò la sua improvvisa passione per il bel giovane ambasciatore alla moglie di Perseo, Filobia, la quale decise subito di aiutarla.

 
Immagine di Laodice ( una delle 5 figlie di Priamo ed ecuba)


Filobia subito si mise all'opera e convinse il proprio marito riluttante,  Perseo,  che regnava sulla città di

 Dardano, in Troade, a invitare separatamente i due giovani ad un convivio, e a metterli l'uno accanto all'altra. Laodice, alla fine del banchetto, diventò la moglie di Acamante. Da questa unione nacque un figlio, Munito, che fu allevato nella casa di Priamo dalla bisnonna, Etra, madre di Teseo, allora prigioniera d'Elena.

Si racconta anche che Acamante tra le sue tante eroiche gesta fu uno dei guerrieri achei che si trovasse, alla presa di Troia, nell'interno del Cavallo di legno. Durante la confusione della caduta di Troia, mentre Laodice stava nel santuario di Troo, la terra si aprì e la inghiottì davanti agli occhi degli astanti, mentre Etra fuggì con Munito al campo greco, dove Acamante  riconobbe in lei la propria nonna, che credeva morta da tempo. Subito Acamante dopo la ritrovata nonna e figlio chiese ad Agamennone che fossero rimpatriati. Agamennone accolse la richiesta del Principe acheo, ma in cambio volle che rinunciasse alla sua parte del bottino. spettantogli dalla vittoria della presa di Troia.

Nel viaggio di ritorno in patria da Troia Acamante fu costretto da venti avversi tempestosi e sventuratamente, a sbarcare in Tracia , dove fu accolto dal re del Luogo , un certo Fileo, noto pure come Licurgo .

Durante la sosta in Tracia, Munito, il figlio di Acamante avuto Laodice, mentre cacciava, fu morso da un serpente e morì.





Si racconta poi che Acamante finché restò in tracia, conobbe Fillide, la bella principessa figlia di Fileo, che s'innamorò  perdutamente di lui e desiderava quanto prima sposarlo. Acamante accettò l'idea, perché anch'egli era innamorato della bella Fillide, ma pose la condizione che prima delle nozze sarebbe dovuto ritornare ad Atene, per sbrigare colà i propri affari e raggiungerla poi, così definitivamente. 

 Fillide, acconsentì alla separazione provvisoria e consegnò al promesso sposo, quale pegno d'amore , una cassetta, che conteneva  oggetti sacri al culto della dea , Rea, che si fece giurare  di tenerla sempre chiusa ,  e di aprirla solo quando avesse perso ogni speranza di raggiungerla. 

 Rimasta sola , Fillide, nel giorno fissato per il ritorno del suo promesso sposo, Acamante , si portò per ben nove volte dalla propria reggia al porto per vedere giungere la nave, che le avrebbe definitivamente il suo amore. 

Intanto Acamante, però, nel ritornare da Atene, fu trattenuto nella Troade dai venti contrari, e Fillide, dopo aver atteso invano per nove giorni il suo ritorno, si impiccò per il dolore. 

La dea Atena, mossa a pietà per la fine tragica della giovane principessa, trasformò Fillide in un albero di Mandorlo. Acamante non era morto, era solo stato trattenuto da un’avaria della sua nave,  e quando giunse e seppe della morte di Fillide e della sua trasformazione, andò verso l’albero di Mandorlo e lo abbracciò amorevolmente. Fu così, che all'improvviso, i nudi rami del mandorlo si ricoprirono di fiori anziché di foglie,



 Acamante, cosi poté abbracciare soltanto il suo nudo tronco lasciato la Tracia si recò, poi, a Cipro dove fondò una colonia. Si racconta che qui morisse, per una caduta da cavallo, essendo finito malauguratamente sulla propria spada.

L'epilogo della storia si ha, perchè, quando   Acamante aprì il cofanetto, che gli aveva donato la sua amata Fillide, dopo molti anni da questo prese forma uno spettro che impaurì il cavallo che l'uomo stava cavalcando. 

L'animale scaraventò Acamante in terra, e l'eroe morì trafitto dalla propria lancia durante la caduta, quasi a voler ricambiare il tenero abbraccio di Acamante.

Ancora oggi, nella Valle dei Templi, questo miracolo a Febbraio si rinnova ricordando a tutti i popoli il valore dell’amore e della pace.







Il Mandorlo in fiore




la Vall dei Templi (Agrigento)i fiori del mandorlo che danno il benvenuto
 alla primavera




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martedì 24 marzo 2015

storia e leggenda della Pastiera Napoletana.


Fetta di pastiera Napoletana


Storia e leggenda della Pastiera Napoletana.



Diciamo subito che la Pastiera è un dolce tipico della tradizione della pasticceria napoletana.
La Pastiera, infatti, è un dolce, che difficilmente manca sulle tavole dei napoletani, specie nel periodo  delle feste della Pasqua.
 
La Pastiera (tipico dolce pasquale di Napoli)





La Pastiera è, in assoluto, il dolce tipico della tradizione pasquale napoletana, inoltre, è considerata per molti, il simbolo tipico della primavera, non solo per la sua preparazione che, in tempi remoti, avveniva solo in occasione della Santa Pasqua, ma soprattutto per i due ingredienti che la rendono inimitabile: il grano cotto e l’estratto di fior di arancio. La tradizione vuole che la pastiera si prepari non oltre il Giovedì o Venerdì Santo, per dare agio a tutti gli aromi di amalgamarsi in un unico ed inconfondibile sapore. Proprio per la sua unicità, da diversi anni, anche durante le festività natalizie e per ogni occasione di riunione familiare, la pastiera risulta indispensabile sulle tavole dei napoletani e ormai anche degli italiani confermando così il suo fondamentale ruolo  tra le delizie della tradizione napoletana e  forse italiana.
 
La sirena Partenope 









 La Pastiera trae origine  dalla leggenda che parla della sirena Partenope, simbolo della città di Napoli, che dimorasse nel Golfo distesa tra Posillipo ed il Vesuvio, e che da quel luogo ameno ogni primavera emergesse per salutare le genti felici che lo popolavano, allietandole con canti di gioia.

IL golfo di Napoli con il Vesuvio




 Un anno la Sirena Partenope fu così melodiosa e soave con il suo canto, che  affascinò tutti gli abitanti che  accorsero deliziati verso il mare  dalla dolcezza del canto e delle parole d’amore che la sirena aveva loro dedicato.
I napoletani, specie i pescatori, per ringraziarla, incaricarono sette fra le più belle fanciulle dei villaggi rivieraschi di ricambiare offrendole i doni della natura: la farina, la ricotta, le uova, il grano tenero, l'acqua di fiori d'arancio, le spezie e lo zucchero
La sirena Partenope , accettando i doni ricevuti, decise di far partecipe di tanta generosità gli dei olimpici,che apprezzarono le preziose offerte e pensarono di mescolare con arti divine tutti gli ingredienti, e crearono così la prima Pastiera, che superava in dolcezza il canto della stessa sirena.
Nella storia di Napoli la sirena Partenope è ritenuta la creatrice di questa delizia, la pastiera napoletana.

Tale leggenda si rifà probabilmente alle feste pagane e alle offerte votive del periodo primaverile esattamente il 12 aprile di ogni anno.

Tale festa, In particolare, era legata al culto di Cerere, la dea romana, che era ritenuta la dea materna della terra e della fertilità.

La dea Cerere ( Demetra per i Greci)


Cerere, (per i Greci era come la dea Demetra), era considerata il nume tutelare dei raccolti, ma anche la dea della nascita, poiché tutti i fiori, la frutta e gli esseri viventi erano ritenuti suoi doni.
Le sue sacerdotesse portavano in processione il 12 aprile di ogni anno, l'uovo, simbolo di rinascita che passò in seguito nella tradizione cristiana.
La ricetta attuale fu creata e perfezionata proprio nei conventi cristiani che divennero celebri, come quelli gestiti dalle suore del convento di San Gregorio Armeno. (convento sorto nel Medio Evo, proprio sul terreno dove si ergeva un tempo, il tempio in onore di Cecere). Zona di Napoli (San Gregorio Armeno) conosciuta in tutto il mondo, dove sono fabbricati ed esposti i famosi presepi con la grotta della natalità di Gesù e la vendita dei pastori, statuine di terracotta, vecchio ricordo dei simboli propiziatori dei romani alla dea della fertilità, Cerere.

Presepe Napoletano
Via san Gregorio Armeno a Napoli
La via del Presepi e delle statuine di creta



Si racconta che Maria Teresa d'Asburgo-Teschen, seconda moglie di re Ferdinando II di Borbone, soprannominata la Regina che non sorride mai, cedendo alle insistenze del marito buontempone, accondiscese ad assaggiare una fetta di pastiera e non poté far a meno di sorridere, e da qui nasce il termine "magnatell'na risata"(tipico detto partenopeo che sollecita le genti alla ilarità).


aria Teresa d'asburgo (Regina di Napoli)

(Seconda moglie di Ferdinando II di Borbone) 

domenica 22 marzo 2015

La Madonna di Piedigrotta




Statua lignea della Madonna di Piedigrotta


Tra storia e leggenda.
Alcune volte nel mese di settembre  si verificano delle tempeste.
Come avvenne un giorno esattamente l'otto settembre di un anno tanto lontano da non poter dire quale.
Frate Bernardino ritornò precipitosamente in chiesa. Fuori imperversava il diluvio. Il frate non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi per la pioggia scampata che rimase di sasso vedendo che la statua della Madonna non era più al suo posto.
Trafelato chiamò l'Abate e subito si pensò ad un furto.
Ma non sempre le cose più probabili son per questo vere e quando Bernardino decise di dare una ricontrollata stava davvero per rimanerci secco.
Vide, infatti, la Madonna ritornare al suo posto col mantello bagnato per essere apparsa in salvataggio ad alcuni marinai che l'avevano invocata impauriti dall'eccezionale tempesta.
Alla Vergine mancava una scarpetta: l'aveva tolta perché piena di sabbia e non aveva fatto in tempo a rimetterla.
L'Abate in persona constatò che il mantello della Madonna era bagnato e che mancava una scarpetta. Così prese la sabbia contenuta nella scarpetta mancante, e la conservò ai piedi della statua in due ampolle. Anche la donna Carmela ricordava la leggenda e circa trent'anni fa aveva 'o scarpunciello perso sulla spiaggia dalla Madonna e ritrovato all'alba da alcuni pescatori. Fu proprio lì dove trovarono la scarpetta che essi scavarono finché ritrovarono la statua di legno raffigurante la Madonna di Piedigrotta e fu l'inizio del culto.
 
La devozione per la Madonna ha spinto, non possiamo dire con esattezza quando, un artista a scolpire la splendida statua della Madonna con il Bambino. Essa presenta il Bambino seduto sulle ginocchia della Madre e con lo sguardo rivolto ai fedeli. Proprio a causa di questa posizione alcuni storici dell’arte la ritengono molto antica perché nel XII secolo fu introdotto l’uso di rappresentare il Bambino serrato tra le braccia della Vergine e volto verso di Lei. Altri, invece, la datano al XIV secolo. Sulla probabile paternità si è divisi tra la maniera di Tino da Camaino e la scuola senese di Goro di Gregorio, che visse a Napoli dal 1329 al 1333.

domenica 8 marzo 2015

A Magui



Sei una stella, che stai lassù, assai lontano
sembri di stare vicino alla luna per farsi ammirare.
Ti sento nella mia mente
e nei miei sogni dolcemente palpitare.

A volte  sei sola  una cometa che
scappa veloce lasciando solo una   scia 

che giammai raggiunger  potrò.

Quando ti osservo , sei così dolce,
 ma non  poterti raggiungere,
 mi reca solo dolore.

Sei  solo una stella, ferma lassù nel cielo
che manda una luce  splendente,
che mi raggiunge soavemente.

Chisà se un giorno potrò  come un uccello alato
giungere fino a te e sfiorarti solo un momento.
E’ solo un sogno che forse vivrò  ugualmente
 se chiudo gli occhi  immaginando 
di specchiarli nei tuoi..............
e poter gridare fortemente: non  li scorderò mai.

venerdì 6 marzo 2015

CHIAIANO



Vogliamo parlare un po’ della nostra Chiaiano?

Molti non sanno che Chiaiano, prima, fu territorio Cumano, poi Sannita e rimase tale fino a che sconfitti i Sanniti, nel 326 a.c., divenne come tutta la Campania, territorio Romano.

Tracce archeologiche di tutto ciò non sono più visibili nel suo perimetro territoriale, ma sono state invece riscontrate in alcuni siti della confinante Città di Marano e nel quartiere viciniore di Marianella Piscinola, quando si sono sterrati i terreni per nuove costruzioni, (sia nel Comune di Marano nelle contrade di S. Rocco, del cimitero), sia nel Quartiere di Piscinola, quando è stato costruito negli anni sessanta (1960), il rione della cosiddetta 167, ora nota come Scampia.

       I primi abitanti di Chiaiano costruirono le proprie abitazioni sfruttando Il metodo dei primi Colonizzatori greci, ossia perforando il sottosuolo ricco della pietra tufacea (sottostante il luogo da edificare) ed estraevano blocchi grandi per le mura e meno grandi per le pareti delle loro case. Il nucleo abitativo più antico di Chiaiano si regge per lo più su un territorio bucherellato con caverne, vasche sotterranee, pozzi artesiani per captare le sorgenti d’acqua. Testimonianze di queste affermazioni si possono ammirare scendendo attraverso i pozzi ancora esistenti nel palazzo della Paratina nella contrada di Polvica.


Villa Paratina, a Polvica in via Barone

un tempo ospitava l'attività produttiva

dello stilista, Livio De Simone) ora
in completo stato di abbandono.






 fino agli anni 1950 nel Palazzo del Barone al civico 19, ed in quasi tutte le vecchie abitazioni ubicate nel territorio. Tali vestigia attualmente sono andate perdute per distruzione per motivi di sicurezza e per cattiva opportunità abitativa abusiva (spesso giustificata da ingegnieri sprovveduti e senza cultura di amor patrio) eliminando spesso i pozzi e tutto ciò, che era antico con la scusante di vecchio ed inutile per la modernità.

Chiaiano, il suo toponimo deriva dal Latino ?

Varie ipotesi sono state elaborate per definire il nome di Chiaiano, la più attendibile e la più logica deriva sicuramente dai Romani.

I Romani, infatti, denominavano i primi insediamenti stabili in Oppidum o Castrum e per meglio identificarli anteponevano il nome del suo Primo insediatore, la qualità orografica della zona e spesso la distanza dal centro dell’Urbe (della Città).              Col tempo Castrum e Oppidum si apocoparono in Anum e divenne il suffisso da aggiungere al nome del primo colonizzatore.  Quindi l’insediamento di Mario divenne per i Romani Marano (ossia Marius + anum), Giugliano (Giulius + anum), Calvizzano (Calvitius + anum) Antignano (Antinus+ anum), Chiaiano (Caius + Anum = Caiano e poi volgarizzato foneticamente in Chiaianum) o come detto dal tipo orografico della zona dell’insediamento, (Chiana - Plaja – Ghiaja + anum = Chiananum- Plajanum- Chioanum). I molti cedolari dei vari Duchi di Durazzo e dei Vicerè spagnoli nelle mappe antiche Chiaiano è indicata Plajanun- Chiaianun- Chiaiana. 
Oltre al nome, come detto alcuni siti invece come Miano, Secondigliano, Milano, il loro toponimo deriva dalla loro distanza dal centro dell’urbe; così Miano, poiché dista circa un miglio dal Centro (Milia + anum = Milianum), finché apocopato in Mianum ed infine Miano, lo stesso vale per Secondigliano (secondo miglio dal centro) o Milano (Mediolanum), ossia in medio, (in mezzo) della città , dell’accampamento).
Gli altri nomi delle contrade del territorio dI Chiaiano sono: Polvica, Tirone, Camaldoli, S, Croce, Cappella Cangiani, Ponte Caracciolo, Nazareth, la Vialletta, Terravicina e Campodisola, che hanno avuto una denominazione del tutto singolare, forse per soddisfare particolari situazioni economiche o religiose, che andremo la prossima volta a descrivere per appagare la curiosità.







Chiaiano ( corso Chiaiano visto da Via S. Maria a Cubito)