lunedì 14 luglio 2014

La pesca Tabacchiera




Pesca Tabacchiera o Saturnina


Con “tabacchiera” o “saturnina” si indica una rara varietà di pesche, la cui produzione è tipica delle pendici dell’Etna, originaria in particolare delle Valli del Simeto e dell'Alcantara. Il nome è dovuto alla forma, schiacciata sui due lati, che ricorda proprio quella di una tabacchiera o del noto pianeta del sistema solare. Sono molte le particolarità ed i pregi di questo frutto, purtroppo di limitata diffusione. E’ una pesca di taglia medio piccola, ha polpa bianca molto dolce e morbida. I tratti caratteristici sono il nocciolo molto piccolo - più di quello di un'albicocca - ed il profumo intenso tipico dei frutti appena colti e non sottoposti a trattamenti.

Dove si trova

Per quanto buono e ricercato questo frutto è davvero una rarità. Non temete: trovare le pesche tabacchiere è difficile ma non impossibile! Nonostante questa cultura abbia origine sulle pendici dell’Etna, oggi la si coltiva, a livello amatoriale, anche in alcune parti dell’Italia del Nord, soprattutto in Romagna. La sua area di produzione tradizionale comprende i Comuni di Adrano, Biancavilla, Bronte, Maniace, Mojo Alcantara e Roccella Veldemone. Vi avverto però: quando la si trova al supermercato o dal fruttivendolo di fiducia, dopo la sorpresa, la prima variante che attira l’attenzione è il prezzo, giustificato, ma decisamente più alto della media. La distribuzione della pesca tabacchiera non è semplice. E’ innanzitutto un prodotto di nicchia, poco conosciuto la cui richiesta di mercato è bassa e la produzione di conseguenza limitata. Può conservarsi per soli 2 o 3 giorni dopo la raccolta. Infine, la forma caratteristica mal si adatta agli imballaggi tradizionali per le pesche. In ogni caso sfido chiunque l’abbia assaggiata a dire che non ne vale la pena...

Storia

La peschicoltura si diffuse sulle pendici dell’Etna ad iniziò 800 quando si conclusero i privilegi feudali, grazie all’approvazione della Costituzione del 1812. Fino a quel momento ai conduttori dei latifondi non era mai stata permessa la coltivazione arborea. Fu poi la riforma agraria del 1950 a dare la svolta definitiva all’economia siciliana sostituendo le colture annuali con quelle perenni. Ed ecco che sulle pendici dell’Etna, vicini dei famosissimi pistacchi di Bronte, incominciano a crescere altri prelibati frutti, come le pesche saturnine. Furono gli amministratori di una delle proprietà storiche della zona, la Ducea di Maniace, ad essere particolarmente attivi nell’opera di sperimentazione di nuovi cultivar di frutta e a scoprire nella pesca tabacchiera una delle più adatte al microclima etneo. La zona, già nota per essere stata donata nel 1799 da Ferdinando di Borbone all’ammiraglio inglese Orazio Nelson, come ricompensa dell’aiuto fornito per stroncare la rivoluzione di Napoli, si rivelò subito vocata alla frutticultura. Grazie ai suoi terreni ben drenati, l’abbondanza d’acqua e l’escursione termica del territorio le pesche risultarono buonissime e conquistarono subito il favore degli abitanti locali. Da diversi anni questa prelibatezza siciliana è diventata presidio Slow Food, con l’obiettivo di aiutarne la difficoltosa commercializzazione e preservarla dalle contaminazioni dell’agricoltura moderna.

mercoledì 2 luglio 2014

Grotta di cocceo

Interno del tunnel della Grotta del Cocceio


·La  Grotta di Cocceio 

 La grotta di Cocceio è una galleria sotterranea, scavata sotto il monte Grillo, che collegava Cuma con la sponda occidentale del lago d'Averno. 


Cartina dell zona Cuma - Campi Flegrei (Comune di Bacoli)






Fu costruita nello stesso periodo alla famosa "Crypta romana" per permettere un’agevole comunicazione fra il porto di Cuma ed il Portus Julius, situato nel bacino lacustre Averno-Lucrino,


Facciata dell'ingresso della grotta di Cocceo 
 conosciuta pure come (grotta della pace)
sulla sponda occidentale del Lago di Averno.




La Grotta di Cocceio percorre sotto  il Monte Grillo con un percorso rettilineo di circa 1 km ed è ampia 5-6 metri, è ben illuminata ed aerata tramite sei pozzi tagliati e scavati anch'essi nella volta della galleria. 
L'uscita stava in prossimità  di Cuma, doveva essere ubicata vicino all'infiteatro della città, in parte crollata durante la seconda guerra mondiale per l’esplosione di ordigni bellici, qui depositati, è attualmente inagibile, ma se ne prevede il restauro in un futuro, speriamo, prossimo.










Galleria parallela alla grotta del Cocceio per l'acqua









Parallelamente alla galleria carrabile correva una seconda galleria, con una sezione di un paio di metri, che portava l’acqua dall’acquedotto del Serino alle installazioni militari flegree, fino alla piscina mirabilis di Miseno.


 
il tunnel della grotta del Cocceio

venerdì 27 giugno 2014

bandiera della costa rica

bandiera ufficiale di Stato della Repubblica di Costarica


Costa Rica
Superfice: 50.900 Km2
Abitanti: circa 4.000.000
Capitale: San Josè
Costituzione:
Articolo 1 : Il Costa Rica è una Repubblica democratica. libera e indipendente.
Articolo 76 : Spagnolo è la lingua ufficiale della nazione.
Bandiera:
La bandiera attuale, fu introdotta nel settembre di 1848.

È formata da cinque strisce orizzontali. I colori rappresentano rispettivamente:
AZZURRO: il cielo che copre il Costa Rica come un manto protettivo, meta dell'essere umano quando cerca nobili ideali e pensa all'eternità.
BIANCO: la pace che si vive in Costa Rica e la purezza dei suoi ideali.
ROSSO: l'energia, la prodezza ed il distacco con cui i costaricensi difendono principi e ideali, e la cultura democratica.

 
Stemma impresso sulla bandiera della repubblica della Costarica



Scudo o stemma della Repubblica della Costa Rica
Nel 1906, quando tutti gli elementi di guerra (cannoni, fucili ecc.) furono tolti e nel 1964, quando furono aggiunte due stelle con la creazione di due nuove province (Limon & Puntarenas) oltre alle cinque già presenti: Alajuela, Cartago, Guanacaste, Heredia, e San José, I due rami di mirto rappresentano la pace.      Le sette stelle rappresentano le sette province.              Le tre vette rappresentano le catene montuose, che formano una valle e dividono il paese in due parti.           I due mari rappresentano l'Oceano Atlantico e l'Oceano Pacifico con le navi che simboleggiano gli scambi culturali e commerciali del Costa Rica nel mondo. Il sole che sorge la prosperità e  piccoli cerchi su ambo i  lati della cornice i chicchi di caffè.




Bandiera ufficiale civile della Costa Rica

domenica 25 maggio 2014

'O MANDULINE



 
Mandolino napoletano

 


                              Il Mandolino un simbolo di Napoli




Si parla del Mandolino, come lo strumento più noto e rappresentativo di Napoli, è considerato uno degli emblema della città di Partenope, conosciuto tanto all’estero, forse più della lingua napoletana e della stessa pizza. 
Sono pienamente d'accordo dell’affermazione, perché anche la celeberrima canzone napoletana ‘O Sole Mio ,  se non è accompagnata e suonata da questo inimitabile strumento, sarebbe poca cosa, perchè priva della dolcezza delle note, che esso sprigiona  e che sanno parlare al cuore, più di ogni altro strumento musicale.

Con il mandolino canta Napoli.

Nella Storia di questo strumento incontriamo tantissimi artisti virtuosi, uno su tutti,  poco noto ai napoletani, ma tanto lustro ebbe fuori della sua Napoli, Mario Di Pietro, che ebbe l’onore di intrattenere  i soldati inglesi nell’ultima guerra prima che si accingevano a partire per il fronte italiano, allietandoli con le melodie, che sapeva  far emettere dal suo mandolino.

Nelle grandi orchestre fu relegato a strumento di secondo ordine e non fu mai insegnato al Conservatorio musicale e utilizzato solo dai cosiddetti complessini , noti come la “ Pusteggia”. 
Quindi il  Mandolinista ( suonatore di Mandolino) è sinonimo di pustiggiatore, suonatore per intrattenimento nei ristoranti, o ambulante nelle osterie o per la strada.

Parliamo un po’ della sua costruzione, era un’arte nobile, la cosiddetta Liuteria, che  rimane viva ancora oggi, grazie al costruttore Raffaele Calace, che continua una vecchia tradizione di famiglia.

Nell’Ottocento ed all’inizio del Novecento  erano noti molti Liutai, come i fratelli Vinaccia, (che inventarono la cosiddetta meccanica per stringere le corde, mentre prima si accordavano con i piroli), il maestro Antonio Notorio, il maestro Vacca Vincenzo,  che ci hanno lasciato strumenti validissimi e ancora oggi apprezzati per la loro sonorità e musicalità.

E’ un’arte, che non si insegna più e quindi va scomparendo e non incontra l’interesse dei giovani, perché è sinonimo di pazienza, di precisione, di amore, di sentimento e tanto tanto lavoro, che poi non è ben remunerato. Il mandolino non è un prodotto da poter industrializzare, fa parte di quei lavori tradizionali, (come  la costruzione dei pastori per il presepe) per cui necessita un lavoro costante delle mani per saper forgiare dal legno grezzo uno strumento, quale il mandolino, che potrà far vibrare il cuore di chi lo suona e di chi ascolta le sue melodiose note.

lunedì 12 maggio 2014

Matres matutae















Il Museo Provinciale Campano di Capua (noto anche come Museo Campano), è uno dei più importanti della Campania e d'Italia, in esso è  conservata la più importante collezione mondiale di Matres Matutae, dette anche Madri di Capua, provenienti dall'antica Capua.
Cosa erano le Matres Matute, non altro che le figure femminili più antiche conosciute e vanno ricordate per gli ex voto in terracotta, che  sono conservati ed ammirati nel museo di Capua. Esse rappresentano uno dei culti matriarcali più antichi dell’area mediterranea. Importante testimonianza di un particolare culto indigeno preromano, dedicato alla fertilità, alla protezione della madre e della sua prole.
La collezione delle Matres Matutae, dette popolarmente Madri di Capua, conservate nelle sale V e IX del museo, provengono da ritrovamenti effettuati dapprima casualmente nel 1845, quando in occasione di lavori agricoli privati, in località Petrara (oggi nel Comune di Curti), vennero ritrovati i resti di un altare con iscrizioni in osco e statue in tufo. In seguito, tra il (1873 - 1887), vennero compiuti nel sito scavi archeologici, che restituirono i resti di un vasto santuario, testimoniati da numerosissime terrecotte architettoniche e votive e da oltre 150 statue un tufo, di varie dimensioni, che raffigurano costantemente donne sedute, che sorreggono uno o più neonati tra le braccia. Un'unica statua in tufo, che invece di avere figli, regge una melagrana (simbolo di fecondità) nella mano destra, e una colomba (simbolo di pace) nella sinistra, è stata interpretata come la rappresentazione della divinità principale venerata nel sito, identificata tradizionalmente in Mater Matuta, divinità italica dell'aurora e delle nascite. Le restati statue di madri, per contro, raffigurano offerte votive, dedicate dai fedeli per propiziare la salute della donna e dei suoi figli. Le statue, come gli altri reperti provenienti dall'area, attestano la frequentazione del santuario ininterrottamente dal VI al I secolo a.C..