sabato 16 agosto 2014

Il Cavallo uno dei simboli di Napoli



 Il cavallo è uno dei simboli di Napoli ?

L’antico simbolo di Napoli e del Napoli, il cavallo rampante,


 il Cavallo, questo simbolo ricorrente apparve sulle aste delle bandiere di Gioacchino Murat, sui sigilli cartacei dei Borbone ed infine è diventato il simbolo ufficiale, sullo stendardo  della provincia di Napoli.

Bandiera Joachim Murat 1811


il cavallo simbolo della Provincia di Napol
raffigurato nella forma rampante sullo stendardo









 La storia inizia  quando lo storico greco-sileliota, Diodoro Siculo nella Bibliotecha Historica, libro 5°, descrivendo Nettuno  lo raffigura come celebre e provetto domatore di cavalli. In questa opera universale sulla origine del mondo, lo storico Diodoro, narra che gli antichi ritenevano che le immense  acque del mare erano adunate nel più basso meandro del nostro globo, anzi secondo il sistema greco : a meglio manifestare l’effetto prodotto dall’infimo elemento, lo vollero espresso sotto la forma di cavallo sfrenato, simbolo che credettero più idoneo a rappresentare l’attività e la naturale incostanza di tali acque.
 Nettuno, per tutto ciò, fu ritenuto dio tutelare delle mura delle città e delle fondamenta, al quale simulacro si offriva il sacrificio qualora la terra tremava forzata dal potere distruttivo del nume. 

Cavallo al trotto del carro di Apollo
 
 
Apollo su monete di bronzo











                                                                                                                         Alcuni archeologi, invece, identificarono il cavallo, come simbolo di  Napoli, nella statua equestre posta alle spalle del tempio di Apollo, eretto in onore del dio solare nel largo tra la casa dei Fabii e la casa di Melacoma, illustre atleta, (nell’odierna Piazza Riario Sforza, dove ora c’è la guglia di San Gennaro), 

 La grande testa di cavallo di bronzo chiamata Protome di Carafa
 per secoli considerata come un'opera di Virgilio, il poeta mago,
 venerato a Napoli come un patrono della città..


Napoli PIazza Riario Sforza- guglia di S. Gennaro



Per tutto il Medioevo in tale slargo c’era la statua di un cavallo sfrenato di bronzo che, si dice, fosse stata scolpita dal mago Virgilio, che si ergeva su di un piedistallo di marmo cipollazzo a rappresentare forse uno dei corsieri del cocchio apollineo.
Invece la credenza popolare vuole che Virgilio, poeta e mago, avesse fatto costruire il cavallo sotto una certa costellazione in modo da far guarire tutte le malattie di questi animali. Infatti gli aurighi costringevano i suddetti animali a fare tre volte il giro del simulacro equestre pieni di fiducia ad ottenere la guarigione, cosa che talvolta fortuitamente avveniva. 
 Infatti, in quello slargo erano portati animali malati ornati di ghirlande di fiori e cavallini (simbolo del grano e della fertilità) che, per guarire, dovevano girare tre volte intorno alla statua del cavallo.
 La statua, infine alla fine del medio-evo per volere della Chiesa, fu fusa, perché tali riti di guarigione erano ritenuti pagani e contro ogni liturgia ecclesiastica.



Nel  1253 si racconta che Corrado IV imperatore svevo, dopo la conquista della città, per le gravi perdite subite per piegare la difesa del popolo napoletano, accecato dalla ira, pur concedendo il perdono e l’incolumità a tutti gli sconfitti, si sfogò facendo abbattere la torre maestra ed ordinando all’arcivescovo della città, Mario Carafa di distruggere la maestosa statua in bronzo di un cavallo sfrenato, il simbolo del valore indomito del popolo di Napoli
Corrado IV di Svevia 



 Il corpo del cavallo bronzeo, infatti,  si dice, servì per forgiare le campane del Duomo. C’è chi racconta che quando suonano, tendendo l’orecchio si sente il nitrito del cavallo di Virgilio



La testa bronzea del famoso cavallo di epoca incerta, si trova ora nel Museo Nazionale. La copia, ai tempi dei Borbone, quando fu rimosso l’originale, si può vedere in fondo al cortile del palazzo di Diomede Carafa a Spaccanapoli





Testa del Cavallo di Virgilio (copia in terracotta)
nel cortile del palazzo di Diomede Carafa a Spaccanapoli
Originale trovasi nel museo Nazionale




La testa unita al collo ed alle briglie sottratta fortunatamente alla fusione per farne le campane della Cattedrale, vennero in possesso del primo Conte di Maddaloni, Don Diomede Carafa che la sistemò su di un piedistallo nel cortile del suo palazzo in via Nilo. Nel 1809 questo preziosissimo reperto venne trasferito nel Real Museo Borbonico dove trovasi attualmente, lasciando nel cortile del palazzo Carafa una copia in terracotta per non perderne memoria.


Sulla base del piedistallo della testa del cavallo, si leggeva questa scritta:
Quale sia stata la nobiltà e la grandezza del corpo

La testa superstite mostra

Un barbaro m’impose il morso

La superstizione e l’avidità mi fecero morire

Il rimpianto dei buoni accresce il mio valore

Qui vedi la testa

Le campane del Duomo conservano il mio corpo

Con me perì lo stemma della città

Sappiano gli amatori di queste arti

Che si deve a Francesco Carafa

Questo corpo qualunque esso sia.



Il cavallo sfrenato, indomito, era diventato a tal punto il simbolo dello spirito di indipendenza dei napoletani che quando Corrado IV, nel 1253, riesce dopo un anno di assedio ad entrare in città, fa mettere per sfregio un morso alla statua del cavallo. 
Oggi questa meraviglia ellenica la si può ammirare all’ uscita della Stazione Museo linea 1 della Metropolitana di Napoli. Stazione disegnata da Gae Aulenti nel 1999 ed inaugurata nel 2001. Sorretto da un supporto aereo in metallo illuminato a giorno dalla luce dei lucernai, “ a’ capa e’ Napule” (così è conosciuta tale testa di cavallo) colpisce per la sua straordinaria grandezza e bellezza fatta di tensione, nervosismo, purezza e classicità delle linee. 

 la  Provincia di Napoli ha come emblema il cavallo rampante, che  è raffigurato
 sul suo Stendardo?





 Pochi sanno che l’emblema della Provincia di Napoli è il cavallo rampante, ma da dove  è stato copiato? Dalla Ferrari o da Baracca? Da nessuno dei due, ma dalla sua unica fonte :  
la storia napolitana.
Il cavallo rampante insieme alla triscele, sono i simboli dell’ex Regno delle Due Sicilie e precisamente la triscele rappresenta la Sicilia e il cavallo rappresenta il napoletano,





Bandiera del regno delle due Sicilie ( sotto i francesi 1808/18915)



  Come oggi le grandi città sono divise in municipalità, così in passato Napoli era divisa in ‘Sedili’o ‘Seggi’, ognuno dei quali aveva un suo stemma identificativo, e il Seggio del Nilo aveva un cavallo rampante nero in campo d’orato e poi vi era una maestosa statua in bronzo di un cavallo sfrenato che simboleggiava il Seggio di Capuana e quindi l’impetuosità di Napoli.


Stemma del Sedile di Nilo di Napoli



 

Stemma del Sedile di Capuana di Napoli






Ed ora è svelata anche una curiosità sul calcio Napoli      a proposito del cavallo rampante emblema di Napoli








Il primo stemma del calcio Napoli, nel 1926, era costituito da un ovale con al centro un cavallo bianco poggiato su un pallone da calcio e contornato dalle iniziali della denominazione di allora della società partenopea: "A.C.N." (Associazione Calcio Napoli), il tutto su sfondo celeste.
Fu lo stemma della società partenopea per un solo anno: infatti, complice probabilmente la pochezza espressa dalla squadra nella stagione d'esordio, il club adottò uno stemma di forma circolare con una N color oro su sfondo azzurro e corona esterna color oro.In conseguenza dell'ultimo posto conseguito dal Napoli nella sua prima stagione.
Nell'ultima partita di quel primo anno giocato in seria A, i tifosi decisero di sostituire il cavallo con l'asino, a seguito, si dice, che  all’ennesima sconfitta rimediata dalla squadra napoletana tra le mura amiche si levò la voce anonima d’uno spettatore, peraltro tifoso azzurro da quel momento diventato anonimamente famoso, che esclamò:”Ato ca cavallo sfrenato, chisto me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella!” (Altro che cavallo sfrenato, questo mi sembra l’asino di Fichella!); da quel momento l’emblema del Napoli calcio non fu piú il cavallo rampante e sfrenato, ma l’umile paziente laborioso asinello, segnato dalle tante piaghe procuategli dal basto.

lunedì 11 agosto 2014

lu carrature o chitarra abruzzese

Spaghetti alla Chitarra con sugo d'agnello




Il carratore ( lu carrature) 
detta pure Chitarra abbruzzese



Il carratore ( lu carrature) 
detta pure Chitarra abbruzzese




Con il Carratore,  la cosiddetta Chitarra abruzzese  
è lo strumento con cui  si preparano i  famosi : 
 " Maccheroni Carrati "o meglio gli arcinoti 
" Spaghetti alla Chitarra ".
Per avere l’impasto di base per questi tipo speciale di pasta occorrono in primo luogo : farina di grano duro,
 uova e sale (qualcuno aggiunge anche un cucchiaio di olio d’oliva).
 Dopo aver lavorato bene la pasta si tira la sfoglia ben liscia e compatta e, con l’aiuto del matterello, si passa attraverso il telaio del carraturo o “chitarra".
Secondo la regola, gli spaghetti ottenuti devono essere "sottili come un capello, leggeri come una piuma e profumati come un fiore".
Questo piatto, a base di uova e farina, è tipico non solo di Penne, ma di tutto l'Abruzzo. 
Il nome, i maccheroni carrati, ha origini francesi, infatti,  prendono il nome dallo strumento con il quale una volta venivano tagliati, il Carratore o lu Carratore.,
 Infatti il carratore prende il nome dal verbo "carrer" francese, che significa squadrare..
Lo strumento carratore era sostanzialmente composto da una serie di corde metalliche, con al di sotto un recipiente per accogliere la pasta, sulle quali venivano adagiate le strisce di pasta sfoglia che, premute con l'aiuto del mattarello, venivano tagliate in striscioline sottili. La forma dello strumento ricorda anche la cassa armonica di una chitarra, ed ecco da dove deriva il secondo nome maccheroni o spaghetti alla chitarra.
 

Fatto l'impasto con farina di grano duro ed acqua, più uova in sfoglie – le “péttole” nel dialetto regionale – che vengono adagiate sulla cosiddetta “chitarra” o “maccarunàre”, il singolare attrezzo costituito da un telaio di legno di faggio ricoperto da sottili fili d’acciaio, tesi proprio come le corde di uno strumento musicale e posti a distanza di circa un millimetro l’uno dall’altro. Con l’aiuto del matterello, pressato sulla sfoglia, la pasta penetra tra i fili della chitarra e viene tagliata in striscioline dalla sezione quadrata, spesse e porose.


la pasta uscita dai fili della chitarra 
si presenta tagliata in striscioline
quadrate, spesse e porose.

 




Spaghetti alla Chitarra con sugo d'agnello

lunedì 4 agosto 2014

Le Peschiole di Vairano Patenora


Le peschiole appena colte e posate su un vassoio


Cosa sono le le peschiole, è la prima volta che ne senti parlare!
Se ti capita  di  assaggiarle la prima volta, non riesci a capire di cosa si tratta.
Va be! ti svelo il mistero o meglio il segreto come sono arrivate a noi:

le peschiole appena lavate e cotte






Non sono una particolare varietà di olive, anche se ne hanno la forma, il colore e la dimensione. 


Le peschiole come sono vendute in vasetti


Sono una varietà di pesche-nettarine, raccolte prima che inizi il processo di maturazione, quando nei minuscoli frutti non c’è ancora il nocciolo.
Dopo la raccolta, vengono lavorate con un sistema esclusivo mai rivelato a nessuno e conservate con grande cura, passione e attenzione. 
La conservazione avviene in agrodolce, al naturale, senza uso di conservanti o altri elementi chimici, secondo una speciale e segreta ricetta che rende questo prodotto unico, croccante, delicato e molto gustoso.
Sono pesche sott’aceto, un aceto di prim’ordine, quello che si ricava dalla pregiata uva, Asprinia dell’Agro Aversano”;
 ne risulta una deliziosa sinfonia di fragranza e gusto, dove il perfetto equilibrio fra dolce e salato ne fanno un boccone prelibato anche per i buongustai più raffinati.
Rappresentano una vera eccellenza naturale a prova di qualità. Le prime ed uniche pesche nane della storia in agrodolce, superiori ad altri tradizionali sottaceti, protette da un marchio nazionale brevettato. 

 L’inventore,agronomo Salvatore Parente,
aveva ordinato degli alberelli di pesche, ma al momento di raccogliere la frutta si rese conto che l’incrocio non era riuscito bene, allora facendo frutto della sua esperienza decise di lavorare e conservare le nettarine quando venivano diradate come qualsiasi altro ortaggio. 

Queste gustose e prelibate nettarine, nel 1991 hanno vinto l’Oscar Aida 1° premio al Cibus come uno dei prodotti più innovativi dell’anno e sono conosciute in gran parte d’Italia e all’estero.


venerdì 1 agosto 2014

le sacre reliquie di Cristo

Le sacre reliquie della Passione di  Gesù Cristo.


Le reliquie più ricercate erano indubbiamente quelle relative alla Passione ed alla Crocifissione di Gesù Cristo, intorno alle quali fiorirono numerose leggende, tra cui quella, molto diffusa, secondo la quale S. Elena , madre dell’imperatore Costantino il Grande , recatasi a Gerusalemme nel 323 d.C., rinvenne, nascoste in un anfratto roccioso nei pressi della città, la croce di Gesù e quelle di Disma e Gesta, i due ladroni che vennero crocifissi assieme al Figlio di Dio sul Golgota. 
 La reliquia venne successivamente collocata in Santa Croce di Gerusalemme, ove è attualmente custodita ed è possibile ammirarla. Nel corso dei secoli, tuttavia, il numero delle reliquie della crocifissione aumentò progressivamente e quantunque Gesù si fosse immolato su una sola croce ed i chiodi con cui gli trafissero i polsi ed i piedi fossero stati tre o al massimo quattro, già nel XII secolo, in Europa, esposte nelle varie chiese e cattedrali, era possibile ammirare una decina di croci e non meno di ventisette chiodi!!

 I principali reperti archeologici che sono giunte fino a noi, riguardano le famosissime reliquie della passione di Gesù Cristo di Nazareth e se ne possono annoverare tantissimi, ma quelli che si ritengono i più veriteri ed originali sono:

" la 1^ Reliquia"
   La sacra Sindone

 
La Sacra Sindone di Torino









La Sindone di Torino, nota anche come Sacra o Santa Sindone, è un lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino., e si ritiene, quello usato per avvolgerne il corpo di Gesù dopo la crocifissione nel sepolcro.



Il termine "sindone" deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava un ampio tessuto, come un lenzuolo, e ove specificato poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d'India.



Anticamente "sindone" era legato al culto dei morti o alla loro sepoltura, ma oggi il termine è ormai diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.
 Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate Ostensioni (dal latino ostendere, "mostrare").
La Sindone arrivò a Chambery  che la porto dal Medioriente il cavaliere della contea di Savoia, Goffredo di Charny , nel 1353 dopo varie vicissitudini Margherita di Charny, figlia di Goffredo II, , verso il 1515 venuta in possesso del lenzuolo sacro lo vendette . nel 1535 al Ducato di Savoia nella persona del duca Carlo III .Dopo diciotto anni la Sindone lasciò Chambéry ed esattamente nel 1560 Emanuele Filiberto, successore di Carlo III, dopo aver trasferito la capitale del ducato da Chambéry a Torino decide di portarvi anche la Sindone.
Un’ipotesi dopo la verifica certificata  con la tecnica radiometrica del Carbonio 14 eseguita nel 1988  si diffuse che fosse una copia fatta  da Leonardo da Vinci. 
Infatti il maestro toscano amasse comparire, nelle proprie opere, celato sotto forme diverse, ed in questo caso la somiglianza fra il volto di Leonardo e quella dell’uomo della sindone sarebbe troppo forte per non pensare che sia stato lui stesso, per la prima volta



"2 Reliquia  " 
la lancia di Longino

la lancia di Longino
la lancia di Longino




 La lancia conosciuta come Heilige Lance (Lancia Sacra) non è altro che la lancia di Longino ed esposta nella Weltliche Schatzkammer (la Stanza del Tesoro) del palazzo dell’Hofburg a Vienna. La lancia sarebbe giunta nelle mani di Maurizio, comandante di un distaccamento dell’esercito romano noto come la Legione Tebana. fatto uccidere dall’imperatore Diocleziano, perché difese i cristiani, per cui è nota pure come la lancia di san Maurizio.

. La Lancia di Longino passò a Costanzo Cloro e quindi a Costantino il Grande, il quale,  la brandì in occasione della celebre battaglia di Ponte Milvio, durante la quale, nel 312 d.C., sbaragliò le truppe di Massenzio (278 c. – 312) riportando una schiacciante vittoria

Nel medioevo,  in verità, numerose furono le reliquie identificate con la lancia di Longino.

Gli imperatori del Sacro Romano Impero, ad esempio, da Ottone I in poi, avevano fra le proprie insegne la cosiddetta Sacra Lancia (o Lancia del Destino), e presto arrivarono ad identificarla con quella. Nella punta di questa Lancia sacra fu incorporato un chiodo di ferro che sarebbe uno di quelli usati per crocifiggere Gesù.
Ancora oggi essa è custodita a Vienna.
Un’altra reliquia della punta della lancia di Longino raccolta dal re di Francia san Luigi fu conservata con altre reliquie attribuite a Gesù, come la corona di spine ed un frammento della Vera Croce, nella Sainte-Chapelle di Parigi fino alla Rivoluzione francese, quando furono disperse dai rivoluzionari. .
 La Lancia di Longino (Heilige Lance), in seguito, passò da Carlo Magno (742 – Aquisgrana 814) agli imperatori Sassoni, tra cui Ottone I il Grande (912 – Memleben 973), agli Hohenstaufen, nella persona di Federico Barbarossa (1115 c. – 1190) ed infine agli Asburgo, che la collocarono nella Stanza del Tesoro del palazzo dell’Hofburg a Vienna. 
Una volta posta all’Hofburg, venne aperta una fenditura nella lama della lancia, all’interno della quale venne introdotto un chiodo ritenuto essere uno di quelli impiegati per crocifiggere Gesù. Nel 1909 Adolf Hitler (Braunau, Alta Austria, 1889 – Berlino 1945), allora ventenne, si recò in visita al palazzo dell’Hofburg per ammirare il tesoro degli Asburgo, esposto nella Stanza del Tesoro. L’attenzione del futuro dittatore venne attirata dalla Lancia di Longino e ne rimase talmente affascinato, quasi stregato, che sostò a lungo di fronte alla teca di cristallo che la custodiva.
La scritta incisa sulla lancia di Longino è: “ lancea et clavus domini” ( lancia e chiodo del Signore) fu fatta imprimere dal Re , Carlo IV, imperatore germanico del sacro impero romano della casa di Lussemburgo ed il papa dell’epoca, Innocenzo VI,   ne certificò l’autenticità e ne decretò  la venerazione come
 “ la Lancia della Passione”.



"3 Reliquia  "
 IL Santo Graal

 
 

Il sacro Graal


La coppa reliquia è nota come  Il Graal  o Santo Graal

Il termine graal designa in francese antico una coppa o un piatto e probabilmente deriva dal latino medievale gradalis, con il significato di "piatto", o dal greco κρατήρ (kratr "vaso").

 In particolare secondo la tradizione medievale il sacro Graal è la coppa con la quale Gesù celebrò l'Ultima Cena e nella quale Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Proprio per aver raccolto il sangue di Gesù, tale oggetto sarebbe dotato di misteriosi poteri mistico-magici.

Gli antichi racconti sul Graal sarebbero stati imperniati sulla figura di Percival e  Secondo una recente interpretazione, il sacro Graal deriverebbe da "sang real", ovvero il sangue della discendenza di Gesù, sposato con Maria Maddalena. La Maddalena, assieme ad altre donne citate nei vangeli, dopo la crocifissione sarebbe fuggita dalla Palestina su una barca per approdare in Provenza assieme al figlio avuto da Gesù.

Da questo pargolo illustre  deriverebbe la stirpe dei Franchi, che non sarebbero stati altro che i discendenti della tribù ebraica di Beniamino nella diaspora.

I primi re dei Franchi, i Merovingi, per la loro facoltà di guarire gli infermi con il solo tocco delle mani, come il Gesù dei vangeli,  avrebbero avuto l'appellativo di re taumaturghi, ovvero guaritori,.

Tanti furono i calici che si identificano  come quello conservato da giuseppe d’arimatea, ma tra quelli sopravvissuti fino ad oggi e creduti essere il Graal, uno si trova a Genova, nella cattedrale di san Lorenzo. E’ una  coppa esagonale ed è conosciuta come il sacro catino.

Un secondo Graal, secondo una versione di una cronaca spagnola  è

Il santo Cáliz della Cattedrale di Valencia.

Questo calice identificato con il Graal è il santo cáliz, una coppa di agata conservata nella cattedrale di Valencia. Essa è posta su un supporto medievale e la base è formata da una coppa rovesciata di calcedonio. Sopra vi è incisa un'iscrizione araba. Il primo riferimento certo al calice spagnolo è del 1399, quando fu dato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino I di Aragona in cambio di una coppa d'oro. Secondo la leggenda il calice di Valencia sarebbe stato portato a Roma da San Pietro.