martedì 21 aprile 2015

Le contrade di Chiaiano - Polvica

Le Contrade di Chiaiano




Polvica 
Uno dei più antichi villaggi del Quartiere di Chiaiano è sicuramente Polvica, forse perchè fu il primo insediamento di contadini che vi si stabilirono nei  fertili terreni sottostanti la collina dei Camaldoli a ridosso del  famoso  Bosco, noto come la Selva di Parco delle colline in dialetto nota   come  'Ncopp' 'a Severa .

Il documento che certifica la sua antichità è l'epigrafe di Pomponia Saturnina, che si trova  nella Chiesa di San Nicola di Bari a Polvica ,




Polvica - Chiaiano  Chiesa di San Nicola di Bari
epigrafe di Pomponia Saturnina




Iscrizione scoperta nel !960, durante i lavori di ristrutturazione, voluta dal Parroco dell'epoca, don Angelo Ferrillo, e si capì che tutta la zona della chiesa  sorgeva su un antico colombaio romano, del primo secolo, di proprietà della famiglia Pomponia.
Tale epigrafe su un marmo salmastro, fu murata ed attualmente si può  ammirare  nell'accesso alle scale, che portano al campanile, e si legge a malapena  quanto segue:






D M
POMPONIAE L F
SATVRNINAE ET
BLAESIANO F EIVS
ET PLOCAMO MARITO
LIBERTIS LIBERTABVSQ
ET [E]IS QVOS A PLOCAMO
MANUMITTI
VOLVIT


«(Sacrum) D(is) M(anibus) Pomponiae L(iciniae) f(iliae) Saturninae et Blaesiano f(ilio) eius et Plocamo marito libertis libertasbusq[ue] et [e]is quos a Plocamo manumitti volvit»


La traduzione interpretativa dal latino di



(G. D’ISANTO, Scheda n. 8 in G. CAMODECA (a cura di), in «Puteoli Studi di Storia antica» VI (1982), pp. 153-156, fig. 7.)


«(Sacro) agli dei Mani di Pomponia Saturnina, figlia di Licinia. E a Plocamo suo marito e a suo figlio Blesiano, ai liberti e alle liberte la cui mano­missione ella concede a Plocamo»






Polvica, Quindi, è uno dei più vecchi casali, che sono situati nel territorio di Chiaiano.




 Il campanile della chiesa di San Nicola di Bari 
a Polvica-Chiaiano



 Il suo toponimo deriva da Pelvi, (bacino idrografico), zona di terreno, le cui acque scorrono lungo l’alveo di un canale torrentizio, sottostante ad un altopiano o montagnola, nel nostro caso, l’alveo dell’ altopiano dei Camaldoli.
Da Pelvi si è passato a Pelvica, poi a Publica come è citata nel proclama di Belisario, il famoso Generale di Costantinopoli, nel reclutamento obbligatorio (la nascita della Coscrizione - la chiamata alle armi obbligatoria) di uomini validi dell’entroterra Napoletano, dai casali di Piscinola, Plajano e Publica, nel 536 d.c. per ripopolare l’esercito imperiale, decimato da una pestilenza.
Su un diploma del Re Roberto Guiscardo, Polvica fu trascritta come Plubica (nel 1076), mentre Pulvica fu indicata sui diplomi dei Re Angioini. Infine fu riportata come Polvica e con tale toponimo è giunta fino a noi, da quando fu data in feudo dal Viceré Conte di Monterrey a Giovan Battista Salernitano nel 1631.
Facevano parte del territorio di Polvica prima dell'unificazione con gli altri casali di Chiaiano, alcune masserie, immerse nel verde con tutte le caratteristiche delle case rurali divenute nel tempo residenze estive, di nobili che amavano ritemprarsi lontano dalla città.
 Tra le più note masserie del casale di Polvica, giunte fino a noi, spesso anche come ruderi, si ricordano: quelle del Mastino, di proprietà della Duchessa Minervino, quella dei Padri Teresiani, denominata " la Paratina", ed 'abbasce 'a Massaria, dove era ubicato il palazzo del principe Salernitano, (primo Signore di Polvica) e la masseria di Arco di Polvica, dove durante le vittorie della Repubblica partenopea del 1799 il conte Carlo Mauri, feudatario all'epoca del casale, fece piantare l'albero della libertà  e con tutto il popolo locale festeggiò l'avvenimento nella famosa Taverna del Portone, ubicata lungo la strada di confine di accesso alla città Napoli, località Furlone. 



sabato 18 aprile 2015

i carciofi violetti di Castellammare



 Il prodotto ortofrutticolo della Agricoltura vesuviana non è altro che:
 I Carciofi Violetti di Castellammare,
noti come “ I Carciofi  do’ Pignatiello  ( piccolo cappuccio  o coppettina di terracotta, che si mette sul frutto durante la crescita  per proteggerlo dai raggi solari e dalle piogge incessanti ).
In mancanza del pignatiello in questi ultimi tempi sono protetti da una scatola di latta.
I carciofi violetti di Castellammare hanno la caratteristica di essere coltivati a pieno campo (senza alcuna serra o telone) e di essere poi protetti uno ad uno da un pignatiello di terracotta.
I carciofi della famiglia dei “Violetti di Castellammare” sono raccolti  e consumati in tre modi : i più grandi, dette “ ‘e mamme” , (da non confonderle dai loro cugini romaneschi  >’e mammarelle<) e poi tradizionalmente cucinate alla brace, ripiene di prezzemolo, aglio e a volte un pezzettino di formaggio; sono quelle che si vedono “fumare” in questi periodi per le strade della zona tra Castellammare, Sant’Antonio Abate e paesi limitrofi e che non possono mancare nei pic-nic del lunedì di pasquetta, mangiati rigorosamente con le mani, foglia a foglia;
 i carciofi più piccoli, detti  ‘e figli “sono utilizzati  per fare una gustosissima parmigiana;  gli ultimi  carciofi che si raccolgono sono  i cosiddetti “ ‘e nipoti “, che essendo gli ultimi raccolti, sono i più piccoli e per lo più sono conservati sott’olio.

 I Carciofi Violetti di Castellammare






Coppetta che copre il carciofo durante la crescita
detto  "Pignatiello"






                    “ I Carciofi  do’ Pignatiello”  
          ( piccolo cappuccio  o coppettina di terracotta,
              che si mette sul frutto durante la crescita 
 per proteggerlo dai raggi solari e dalle piogge incessanti)


venerdì 10 aprile 2015

Lo stemma della regione marche

Lo stenma della Regione Marche



Il vessillo della regione Marche


La bandiera della Marche, come quella di molte altre regioni italiane, fece la sua prima apparizione il 4 novembre 1995 (giornata delle Forze Armate) quando il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro volle esibire in una sala del Quirinale le bandiere delle regioni italiane

Lo stemma delle Marche rappresenta un picchio verde stilizzato, che si sovrappone in parte alla lettera maiuscola M, di colore nero, in campo bianco delimitato da una striscia verde in forma di scudo.
Il picchio è stato scelto in quanto esso era l'animale totemico dei Piceni, che nell'Età del ferro abitavano la maggior parte del territorio delle odierne Marche unificandone le culture, sino a quell'epoca diversificate

domenica 5 aprile 2015

il processo di piazza del Plebiscito 4 ^ puntata



Il Processo richiesto delle statue a Piazza del Plebiscito

Pubblicato il da salvatore43
Quarta ed ultima puntata 
IL Verdetto 

 
piazza del plebiscito a Napoli








Piazza del Plebiscito a Napoli
gremita cone durante le grandi manifestazioni




Nella piazza gremita, dopo la fase testamentaria, si stava aspettando che la giuria popolare che emettesse il suo verdetto, per stabilire una volta per tutte, se l'ottava statua, quella di Vittorio Emanuele II doveva  essere rimossa o no, o sostituita Mentre facevo questa mia riflessione fu interrotta per un momento, perché all’improvviso tra la folla appare un attempato signore, con un mandolino fra le braccia, con un altro signore, che, saliti sulla scala che portava su quell’improvvisato palcoscenico, si imposero all’attenzione di tutti.
Li riconobbi subito : Erano Giovanni Gaeta, un caro amico di mio nonno, meglio conosciuto con il suo pseudonimo E. A. Mario, scrittore e compositore della famosa canzone “ la leggenda del Piave “ e l’altro era Il poeta, Don Peppino Fiorelli, che aveva sintetizzato i guai prodotti dall’ultima guerra nella poesia, che fu musicata dal Maestro Nicola Valente, che divenne poi una Canzone famosa in tutto il mondo “ Simme ‘e Napule, Paisà.”
Giovanni Gaeta  ( alias E. A. Mario )       scrittore e compositore di due storiche canzoni


Peppino Forelli ( Poeta di versi
(Simme 'e napule , Paisà !)

Nicola Valente ( musicista Compositore)
della canzone ( Simme 'e Napule, Paisà !)


        


I versi divennero la parola d’ordine dell’auspicata pacificazione non solo fra vincitori e vinti, ma anche fra italiani e italiani, contrapposti da una guerra civile non voluta, né mai dichiarata. I versi dicevano :“Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammece ‘o passato, simme ‘e Napule! Paisà!”




 
Fu concesso la parola al poeta musicista, Giovanni Gaeta, come detto noto con lo pseudonimo di E. A. Mario, che parlò di episodi, che avevano caratterizzato il popolo di Napoli durante la prima guerra mondiale, quella del 1915 –1918 con le semplici note di canzoni, ed era stato capace di mettere tutti d’accordo.



 La leggenda del Piave


 
Le canzoni erano “ la notissima leggenda del Piave” e la meno nota “Serenata all’Imperatore” che aveva dedicato al kaiser Francesco Giuseppe, che aveva denigrato le truppe italiane su un giornale austriaco affermando: “Verranno a combattere contro l’Austria, mafiosi siciliani, briganti calabresi e mandolinisti napoletani”. Riscattò con quei suoi versi semplici, ma decisi, l’orgoglio e l’onore patriottico degli italiani e perché no anche dei Mandolinisti Napoletani, che si presentarono nelle trincee con i mandolini da guerra, i cosiddetti Mandolini tascabili, che si differenziavano dai normali per la loro forma leggermente bislunga da potersi tenere in tasca,






Mandolino classico napoletano


 
Mandolino tascabile utilizzato nella guerra 1915/18


 
 e per tutto ciò guadagnò tanta riconoscenza dal Re Soldato Vittorio Emanuele III, che lo insignì del titolo di Cavaliere e gli fece avere il trasferimento dall’Ufficio postale di Bergamo a quello di Napoli.

LA CANZONE

Serenata All’Imperatore

(Versi e musica di E.A Mario)
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Maistà, venimmo a Vienna,
venimmo cu chitarre e manduline,
pecchè sunammo a’ penna,
pecchè tenimmo ‘e guappe cuncertine!

Tutt’ ‘e pustiggiature
Ca stanne pe’ pusilleco e ‘ncittà
Cantante e prufessure,
cu suone e cante v’hanna fa’ scetà…

e  ‘o ritornello fa :

Mio caro Imperatore
primma ca muore
‘a vide ‘a nuvità,
ll’Italia trase a Trieste.
Ce trase e hadda restà! “
E pe’ cantà a ddoje voce
Venimmo cu Caruso e Pasquariello
Ll’uno ce mette ‘o ddoce
Ll’ato ce fa cchiù forte ‘o riturnello.
Vuje state dint’ ‘a Reggia
E v’affacciate pe’ ringrqazià’ :
è ‘o sciore d’ ‘a pusteggia,
so’ ‘e mmeglie voce ‘e Napule, Maistà !
E ‘o ritornello fa :
“ Mio caro Imperatore
primma ca muore
‘a vide ‘a nuvità,
ll’Italia trase a Trieste.
Ce trase e hadda restà! “
E quanne ‘e reggimente
fernesceno ‘e combattere cu vuje
Maistà, cu sti strumente,
a firmà ‘a pace, ce venime nuje!
Gnorsì! Chesto tenimmo :
chitarre e manduline pe’ cantà ….
Ma, quanno ce mettimmo,
‘e cannune se sentono, Maistà!
E ‘o ritornello fa :
“ Mio caro Imperatore
obbì tu muore
e chesta è ‘a nuvità,
ll’Italia è ghiuta a Trieste.
Ce ghiuta e hadda restà! “




Concluse  l'intervento il maestro E.A.Mario,  augurandosi di lasciare tutto come sta, ormai quelle statue appartengono alla città di Napoli ed invitò poi a rivolgere il pensiero solo al futuro per non ripetere gli stessi brutti errori commessi nel passato, ed iniziò a suonare insieme all’amico Peppino con i mandolini  cantando :“ pecchè basta ca ‘nce sta ‘o sole, ca ‘nc’ è rimasto ‘o mare, e pure si mo’ ‘nce stà ‘a munnezza, ‘o stesse jamme annanze, pecchè ‘nce sapimme ‘o stesse arrangià’ e, accussì, speranne ca dimane n’atu juorne nasciarrà cchiù belle, ca meglie ‘nce farrà stà’ e putimmo n’ata vota accumincià a campà! ”
Terminò il suo intervento affermando che Napoli non aveva bisogno d’essere capitale di un regno per esportare il suo patrimonio culturale, storico e filosofico, poiché aveva avuto un dono naturale, quello di essere una meravigliosa località, che grazie alla sua esposizione al sole, ed al clima temperato riusciva a saper sopportare ogni avversità, che la vita riserva.
Accussì ‘nce n’ascimme, Don Saviere mie!” Sussurrò all’orecchio dell’arzillo pensionato, Donna Concetta e poi continuò: “ passammo pe’ scansafatiche, pe’ ggente rassignate, pe’ chille ca campene cu ‘a mentalità do’ vivere alla jurnata, e dimane po’ se vede”.
Don Saverio serio serio replicò: “ ‘nce avimme st’accorte, pecchè nuje stamme sotto l’uocchie viggile da’ muntagnna nosta, ‘O Vesuvio,


IL Vesuvio visto dal golfo di Napoli





che, quando meno te l’aspiette, farà cagna’ ogne ccosa, 'nce farà une 'e chilli male servizie, comme già ha fatto po’ passato e ‘nce farà proprie scumparì. Sperammo ca nun capitarrà all’epoca nosta ‘stu disastre. (comme ha scritto nu certo Nostradamus) Pirciò cu ‘na canzona, co’ campà’ ‘a jurnata, nun se risolvene ‘e prubbleme, chille rimmanene!. Mo ‘sta statua ca n’avimma fà’? S’adda luvà’, e chi ‘nce mettime ‘o poste suje, Donna Cunce’!”
Non dobbiamo fare filosofia spicciola, stammece zitte! Aspettamme ‘o verdetto, ma po’, ‘a levane o nun levane, a nuje nun ce trase niente dint’a sacca. È sule pe’ fà’ giustizia a Storia.? ‘E Re, ‘e Riggine, e Nobbele,’e Scritture, l’avvucate,’e puliteche è  ‘n’atu munne, ca nuje, gente do’ popole, nun putimme maje capì! ‘A jurnata llora è diversa da nosta, nuje avimme affannà’ pe’ tirà’ annanze, llore nun sanne, comm’hanne fa’ ,invece pe’ passà’ ‘a jurnata.”
Ad ogni intervento gli astanti presenti nella piazza, ora applaudivano, ora fischiavano, quando le argomentazione non erano di loro gradimento, ed erano tutti intenti ed attenti o ad ascoltare ed ad interpretare ciò che era detto sull’argomento della rimozione della statua di Vittorio Emanuele II. Quando si decise di procedere alla chiusura delle testimonianze per far sì che la Giuria potesse emettere il verdetto d’abbattimento o rimozione della statua in discussione, apparve come per incanto tra la folla Pulcinella, la maschera, il mito, che incarna nel modo più vero i napoletani.

la maschera teatrale di Pulcinella
( il simbolo di Napoli per eccellenza )
a






Pulcinella è l’impersonificazione, infatti, in primo momento dei napoletani, (che sono dotati di una furbizia eccezionale, mentre nella realtà rappresenta uomini semplici, forse i più deboli, che attraverso i loro istinti primitivi, le loro contraddizioni), incarna il desiderio di rivincita, dopo le continue avversità, e la voglia di vivere. Sa essere opportunista, ironico, critico e senza inimicarsi nessuno si schiera sempre ed innanzi-tutto solo dalla parte della vita, perché Lui è la vita.
Dopo un primo stupore ed un rumoreggiare indistinto, c’era chi affermava : “ è meglio che ce n’andiamo sta per finire in una carnevalata, e come tutte le cose che si fanno a Napoli .
Pulcinella con voce pacata e seria quasi come a declamare la recita di un copione inizia a dire: “ Il mio verdetto, che consiglierei a questa emerita giuria, che qui autorevolmente è rappresentata, è questo – spostiamo la statua di Vittorio Emanuele II, non è un Re di Napoli!
- 1° perché è un usurpatore, ‘nu mariuole, poi nun se dignate manche ‘e se fa chiammà’, Re di Piemonte, di Sardegna e di Napoli, anze ‘nce ha mise ‘o scuorne ‘nfaccia, facennece guvurnà a ‘nu suoje delegato governative.
- – 2° ‘ A nicchia vacanta spetta a ‘nu rignante sule ‘e Napule, pirciò sarrià accussì belle ammirà a chille poste ‘a cchiù granda Riggina c’ avimme avute a Napule, Maria Sofia, l’urdema Reggina di Napoli, s’ ‘o ‘merete, ha cumbattutte pe’ salvà ‘o regne ‘e Napule comma ‘nu lione.
- 3° Facimme pure ‘na cosa assaje giuste, tra tante uommene, na bella femmene ‘nce sta proprie buone e facimme pe’ ‘na vota ‘na sacrosanta giustizia. Facimme cuntente per le pari opportunità pure ‘e femministe.”




Statua di  Re Vittorio Emanuele II

Regina Maria Sofia di Baviera ( il leone di Gaeta)







La Giuria accolse, dopo l’acceso dibattimento svoltosi nella Piazza, il consiglio di Pulcinella, che impersonificò il vero popolo sovrano di Napoli e decretò che tutti gli atti ed la rimozione della Statua fossero passati alla Corte Costituzione, al Governo, al Parlamento, al Consiglio Regionale della Campania , al Consiglio della Provincia di Napoli ed al Consiglio del Comune di Napoli per la sua applicazione definitiva e nell’attesa dell’esecuzione del verdetto si sperava che non passassero altri 100 e più anni.



C’è stato un seguito con altri personaggi della storia di napoli
allora ci risentiamo un’altra volta se vi è piaciuto
” Il Processo a Piazza del Plebiscito “


giovedì 26 marzo 2015

Il Mito del Mandorlo in Fiore


Il Mito del Mandorlo in Fiore
- L'idillio di  Acamante e Fillide -
Acamante e Fillide



 La leggenda nata, secondo il mito della fioritura del mandorlo, sarebbe da ricondurre all’amore fra Acamante, figlio del celebre Teseo, e Fillide, giovane principessa Tracia.. Acamante, eroe greco . ebbe un ruolo importante  nella guerra di Troia, si narra che già prima dell'inizio della guerra stessa si era cercato di evitarla tanto che lo stesso Acamante era stato inviato con Diomede in ambasciata a Troia, per richiedere la restituzione di Elena. Durante i colloqui tra le delegazioni ed i rituali banchetti di ospitalità, la principessa, Laodice, figlia di Priamo, s'innamorò del affascinante Acamante e  confidò la sua improvvisa passione per il bel giovane ambasciatore alla moglie di Perseo, Filobia, la quale decise subito di aiutarla.

 
Immagine di Laodice ( una delle 5 figlie di Priamo ed ecuba)


Filobia subito si mise all'opera e convinse il proprio marito riluttante,  Perseo,  che regnava sulla città di

 Dardano, in Troade, a invitare separatamente i due giovani ad un convivio, e a metterli l'uno accanto all'altra. Laodice, alla fine del banchetto, diventò la moglie di Acamante. Da questa unione nacque un figlio, Munito, che fu allevato nella casa di Priamo dalla bisnonna, Etra, madre di Teseo, allora prigioniera d'Elena.

Si racconta anche che Acamante tra le sue tante eroiche gesta fu uno dei guerrieri achei che si trovasse, alla presa di Troia, nell'interno del Cavallo di legno. Durante la confusione della caduta di Troia, mentre Laodice stava nel santuario di Troo, la terra si aprì e la inghiottì davanti agli occhi degli astanti, mentre Etra fuggì con Munito al campo greco, dove Acamante  riconobbe in lei la propria nonna, che credeva morta da tempo. Subito Acamante dopo la ritrovata nonna e figlio chiese ad Agamennone che fossero rimpatriati. Agamennone accolse la richiesta del Principe acheo, ma in cambio volle che rinunciasse alla sua parte del bottino. spettantogli dalla vittoria della presa di Troia.

Nel viaggio di ritorno in patria da Troia Acamante fu costretto da venti avversi tempestosi e sventuratamente, a sbarcare in Tracia , dove fu accolto dal re del Luogo , un certo Fileo, noto pure come Licurgo .

Durante la sosta in Tracia, Munito, il figlio di Acamante avuto con Laodice, mentre cacciava, fu morso da un serpente e morì.





Si racconta poi che Acamante finché restò in tracia, conobbe Fillide, la bella principessa figlia di Fileo, che s'innamorò  perdutamente di lui e desiderava quanto prima sposarlo. Acamante accettò l'idea, perché anch'egli era innamorato della bella Fillide, ma pose la condizione che prima delle nozze sarebbe dovuto ritornare ad Atene, per sbrigare colà i propri affari e raggiungerla poi, così definitivamente. 

 Fillide, acconsentì alla separazione provvisoria e consegnò al promesso sposo, quale pegno d'amore , una cassetta, che conteneva  oggetti sacri al culto della dea , Rea, che si fece giurare  di tenerla sempre chiusa ,  e di aprirla solo quando avesse perso ogni speranza di raggiungerla. 

 Rimasta sola , Fillide, nel giorno fissato per il ritorno del suo promesso sposo, Acamante , si portò per ben nove volte dalla propria reggia al porto per vedere giungere la nave, che le avrebbe definitivamente il suo amore. 

Intanto Acamante, però, nel ritornare da Atene, fu trattenuto nella Troade dai venti contrari, e Fillide, dopo aver atteso invano per nove giorni il suo ritorno, si impiccò per il dolore. 

La dea Atena, mossa a pietà per la fine tragica della giovane principessa, trasformò Fillide in un albero di Mandorlo. Acamante non era morto, era solo stato trattenuto da un’avaria della sua nave,  e quando giunse e seppe della morte di Fillide e della sua trasformazione, andò verso l’albero di Mandorlo e lo abbracciò amorevolmente. Fu così, che all'improvviso, i nudi rami del mandorlo si ricoprirono di fiori anziché di foglie,



 Acamante, cosi poté abbracciare soltanto il suo nudo tronco lasciato la Tracia si recò, poi, a Cipro dove fondò una colonia. Si racconta che qui morisse, per una caduta da cavallo, essendo finito malauguratamente sulla propria spada.

L'epilogo della storia si ha, perchè, quando   Acamante aprì il cofanetto, che gli aveva donato la sua amata Fillide, dopo molti anni da questo prese forma uno spettro che impaurì il cavallo che l'uomo stava cavalcando. 

L'animale scaraventò Acamante in terra, e l'eroe morì trafitto dalla propria lancia durante la caduta, quasi a voler ricambiare il tenero abbraccio di Acamante.

Ancora oggi, nella Valle dei Templi, questo miracolo a Febbraio si rinnova ricordando a tutti i popoli il valore dell’amore e della pace.







Il Mandorlo in fiore




la Vall dei Templi (Agrigento)i fiori del mandorlo che danno il benvenuto
 alla primavera




X

martedì 24 marzo 2015

storia e leggenda della Pastiera Napoletana.


Fetta di pastiera Napoletana


Storia e leggenda della Pastiera Napoletana.



Diciamo subito che la Pastiera è un dolce tipico della tradizione della pasticceria napoletana.
La Pastiera, infatti, è un dolce, che difficilmente manca sulle tavole dei napoletani, specie nel periodo  delle feste della Pasqua.
 
La Pastiera (tipico dolce pasquale di Napoli)





La Pastiera è, in assoluto, il dolce tipico della tradizione pasquale napoletana, inoltre, è considerata per molti, il simbolo tipico della primavera, non solo per la sua preparazione che, in tempi remoti, avveniva solo in occasione della Santa Pasqua, ma soprattutto per i due ingredienti che la rendono inimitabile: il grano cotto e l’estratto di fior di arancio. La tradizione vuole che la pastiera si prepari non oltre il Giovedì o Venerdì Santo, per dare agio a tutti gli aromi di amalgamarsi in un unico ed inconfondibile sapore. Proprio per la sua unicità, da diversi anni, anche durante le festività natalizie e per ogni occasione di riunione familiare, la pastiera risulta indispensabile sulle tavole dei napoletani e ormai anche degli italiani confermando così il suo fondamentale ruolo  tra le delizie della tradizione napoletana e  forse italiana.
 
La sirena Partenope 









 La Pastiera trae origine  dalla leggenda che parla della sirena Partenope, simbolo della città di Napoli, che dimorasse nel Golfo distesa tra Posillipo ed il Vesuvio, e che da quel luogo ameno ogni primavera emergesse per salutare le genti felici che lo popolavano, allietandole con canti di gioia.

IL golfo di Napoli con il Vesuvio




 Un anno la Sirena Partenope fu così melodiosa e soave con il suo canto, che  affascinò tutti gli abitanti che  accorsero deliziati verso il mare  dalla dolcezza del canto e delle parole d’amore che la sirena aveva loro dedicato.
I napoletani, specie i pescatori, per ringraziarla, incaricarono sette fra le più belle fanciulle dei villaggi rivieraschi di ricambiare offrendole i doni della natura: la farina, la ricotta, le uova, il grano tenero, l'acqua di fiori d'arancio, le spezie e lo zucchero
La sirena Partenope , accettando i doni ricevuti, decise di far partecipe di tanta generosità gli dei olimpici,che apprezzarono le preziose offerte e pensarono di mescolare con arti divine tutti gli ingredienti, e crearono così la prima Pastiera, che superava in dolcezza il canto della stessa sirena.
Nella storia di Napoli la sirena Partenope è ritenuta la creatrice di questa delizia, la pastiera napoletana.

Tale leggenda si rifà probabilmente alle feste pagane e alle offerte votive del periodo primaverile esattamente il 12 aprile di ogni anno.

Tale festa, In particolare, era legata al culto di Cerere, la dea romana, che era ritenuta la dea materna della terra e della fertilità.

La dea Cerere ( Demetra per i Greci)


Cerere, (per i Greci era come la dea Demetra), era considerata il nume tutelare dei raccolti, ma anche la dea della nascita, poiché tutti i fiori, la frutta e gli esseri viventi erano ritenuti suoi doni.
Le sue sacerdotesse portavano in processione il 12 aprile di ogni anno, l'uovo, simbolo di rinascita che passò in seguito nella tradizione cristiana.
La ricetta attuale fu creata e perfezionata proprio nei conventi cristiani che divennero celebri, come quelli gestiti dalle suore del convento di San Gregorio Armeno. (convento sorto nel Medio Evo, proprio sul terreno dove si ergeva un tempo, il tempio in onore di Cecere). Zona di Napoli (San Gregorio Armeno) conosciuta in tutto il mondo, dove sono fabbricati ed esposti i famosi presepi con la grotta della natalità di Gesù e la vendita dei pastori, statuine di terracotta, vecchio ricordo dei simboli propiziatori dei romani alla dea della fertilità, Cerere.

Presepe Napoletano
Via san Gregorio Armeno a Napoli
La via del Presepi e delle statuine di creta



Si racconta che Maria Teresa d'Asburgo-Teschen, seconda moglie di re Ferdinando II di Borbone, soprannominata la Regina che non sorride mai, cedendo alle insistenze del marito buontempone, accondiscese ad assaggiare una fetta di pastiera e non poté far a meno di sorridere, e da qui nasce il termine "magnatell'na risata"(tipico detto partenopeo che sollecita le genti alla ilarità).


aria Teresa d'asburgo (Regina di Napoli)

(Seconda moglie di Ferdinando II di Borbone)