lunedì 25 gennaio 2010

La Chiesa de' Cape 'e Morte


‘ Napoli è una città piena di chiese particolari
- tra le tante vi è -
  La Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco





Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco


A proposito di curiosità storiche, vuoi conoscere perché Napoli, più d'ogni altra città italiana, è piena di Chiese, Basiliche, Conventi e Case religiose d'ogni ordine, quali i monaci Domenicani e le monache Domenicane, i frati Francescani, le Clarisse, nonché sette di Gesuiti, e confraternite nate nel Medio Evo come quelle degli Olivetani, dei Teatini, dei Carmelitani, dei Minimi, dei Benedettini e dei Certosini, che erano per lo più popolati dai cosiddetti “Regnicoli”. Una sorta di sottoproletariato clericale, che, per sfuggire alla miseria da cui era afflitta, si riversava nella Capitale del Regno, Napoli, alimentando qualsiasi setta religiosa indossandone il saio, e così riusciva a sobbarcare il lunario. Alcune chiese sorsero per volontà della Nobiltà, che riteneva di espiare i propri peccati, commessi durante la loro vita terrena, e per ringraziarsi il Padre Eterno si davano a fare la carità ai più bisognosi o facendo costruire chiese e cappelle per esercitare il loro culto religioso credendo così, poter salvare l’anima dopo la morte.



Per tale motivo principale nel Seicento un gruppo di Nobili della zona, detta Decumano Centrale, (per intenderci Via Tribunali) per realizzare un luogo di sepoltura cristiana non molto lontano dalle salme dei propri cari (com' era in uso a quell’epoca), in modo da poter influire meglio presso l’al di là e far loro giungere le loro preghiere di suffragio, affinché permettessero raggiungere presto il paradiso, ritenendole sicuramente finite al Purgatorio ad espiare le loro colpe.



Portale d'ingresso della Chiesa
   Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco
                         
Teschio con tibie incrociate di bronzo


La Chiesa, più nota per questo scopo, è conosciuta ed appellata, come ”Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco”, perché fu fatta sorgere nei pressi di una Torre Medievale, che portava un ampio arco di sostegno e che fu fatta abbattere, perché divenuta ingombrante e forse pericolante, per ordine del Grande Viceré Don Pedro de Toledo (Quello che rese Napoli, con le sue idee di grandezza, una delle più belle e moderne capitali europee).



Finestra  a grata di ferro da dove si intravede l'ipogeo delle anime Pezzentelle




  La Chiesa s’incontra lungo Via Tribunali, ed è arretrata rispetto alla strada ed il suo accesso è assicurato attraverso una scala con due rampe di scalini, davanti alle quali sono posti quattro paracarri di granitico lavico sormontati da teschi di bronzo con tibie incrociate, (per questo è conosciuta come ‘a Chiesa de’ cape ‘e morte), simboli che fanno riferimento alla morte, come pure, tale simbologia, si legge dappertutto, sia sulla facciata esterna, che all’interno della stessa chiesetta, dove trovano collocazione Santini, Fiori, Lumini accesi, come un non so che di misterioso, di tetro ed inquietante nascosto.

                              





Nel mezzo dei paracarri, sui quali sono inchiodati i teschi, sulla strada attraverso una finestra rettangolare, che reca incastonata una grata di ferro, facendo intravedere l’ipogeo come un immagine da tanti quadrati tutti uguali, e, pertanto, si notano le sepolture delle cosiddette anime del purgatorio, dette pure “Aneme Pezzentelle”, consistenti in teschi ed ossa per lo più anonimi, sepolti lì per volere di un gruppo di devoti nobili.
Zone all'interno dell' Ipogeo


Terra santa dell'ipogeo delle " Anime Pezzentelle"

                        














                                 

Terra santa dell'ipogeo delle " Nicchie e Scarabattoli"



 
Terra santa dell'ipogeo una delle tante " Nicchie"




  



Nobili, che nel lontano 1605 avendo fondato una Congregazione, recante la denominazione, “Anime del Purgatorio”, approvata poi, con bolla il 13 ottobre 1606 da Papa Paolo V, si prodigarono in modo speciale nell’opera misericordiosa di seppellire tutti coloro, che morivano poveri e senza parenti in un luogo ritenuto santo, qual è una chiesa e farvi celebrare messe giornaliere, in modo che potessero facilmente e presto, (quali povere anime del Purgatorio chiamate amorevolmente “Capuzzelle”), la beatitudine del Paradiso. Tra i nobili benefattori che più si dettero da fare per la realizzazione della chiesa e furono tra i principali fondatori di quel luogo santo, sono ricordati all’interno della chiesa con una lapide sepolcrale Don Pietro Mastrilli, proprio presso l’altare maggiore, morto nel 1607, mentre con un monumento sepolcrale di notevole bellezza, opera di Andrea Falcone è ricordato Giulio Mastrilli.
Come contropartita di quest'atto benevolo per l’ascesa alla Beatitudine Eterna, è noto con il vocabolo napoletano come “ ‘O Refrisco”, (Rituale di culto, che si fonda su una sorta d'adozione, che una persona sceglie un teschio dal mucchio anonimo e se ne prende cura): la Capuzzella adorata, sarà quindi oggetto di preghiere e tributi vari, in cambio si chiederanno grazie, ed ottenutole, gli si accenderanno candele e si tributeranno ex voto. Nella credenza popolare il “Refrisco”, è una preghiera dell’adottante dell’anonimo morto, che è innalzata al cielo, ma i cui effetti dovranno poi ridiscendere sulla terra (quasi come una sorta “ do ut des “ comprendente una parte spirituale fatta di preghiere ed assistenza ed una risposta tangibile da parte dell’anima adottata, che si sarebbe preoccupata di assicurare al suo putativo parente favori e benefici, quali vincite al lotto, soluzione favorevoli ad intricate questioni d’amore ed a complicazioni di vita quotidiana).
Tra le tante Capuzzelle, alcune delle quali sono conservate in apposite cassettine di legno, i cosiddetti “Scaravattoli” (Custodie o gabbiette con pareti di vetro contenenti ossa e resti umani).
Tra gli innumerevoli resti sepolti in quella terra santa, infine, spicca una nicchia, in cui c’è un teschio coperto da in velo da sposa adagiato su un cuscino bianco.
Sono i resti di una certa Lucia, morta all’età di 16 anni, i quali sono legate una serie di leggende e che è pregata ed invocata in massa da fedeli con tanta devozione, sistemando nei suoi pressi moltissimi fiori, santini, foto di persone care morte, immagini di ex voto e lumini accesi.
La più ricordata grazia riferita, alla Capuzzella miracolosa di Lucia, è quella che fa riferimento soprattutto alle zitelle, che invocatola riescono a trovare marito ed a sistemarsi.
Si narra che Lucia fosse una giovane innamorata, morta di crepacuore, poiché il padre, don Domenico d’Amore, principe di Ruffano, volle darla in sposa al marchese Giacomo Santomango, molto più vecchio di Lei. Dopo un brevissimo viaggio di nozze fatto sul mare, ritornando a casa la giovane Lucia ebbe un attacco di tisi violento (già sofferente) e morì tra le braccia del Padre, che volle poi seppellirla nel cimitero delle anime del Purgatorio ad Arco, perché ad esso molto devoto

La Chiesa, “Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco”, è un esempio ben riuscito dello Stile Barocco, specie nella splendida facciata posta all’ingresso, delimitato da un cancello. La Chiesa vera e propria, fu costruita a partire dal 1616 per merito d'insigni architetti, quali l’ingegner Giovanni Cola di Franco e Giovan Giacomo di Conforto.



La facciata, decorata con marmo bianco e bardiglio, rappresenta con motivi descrittivi le finalità dell’Opera Pia (opera volta al salvataggio delle anime del Purgatorio) ed è attribuito allo scultore palermitano Giuseppe De Martino, che operò a Napoli nel 1716. Sempre sullo stesso Portale troviamo accanto ai soliti elementi decorativi tradizionali (teste d’angelo, cartocci, festoni) ai lati due nicchie con rilievi di teschi, ossa incrociate e clessidre, che rappresentano tutti aspetti, che alludano alla caducità della vita ed alla presenza incombente della morte. Tema quest’ultimo molto frequente nell’arte e nella letteratura del Seicento, che si può sintetizzare nel detto latino “Memento Mori” (Ricordati che devi morire). Ammonimento ecclesiastico perenne, stante a ricordare dell’effimerarietà della vita terrena e di volgere il proprio pensiero e l’agire quotidiano anche a quello soprannaturale, (ossia alla vita eterna che è divina)
All’interno della Chiesa si apprezzano opere d’importanti scultori e pittori dell’epoca, che ne risaltano la bellezza dello stile barocco, allora imperante.


 Interno della navata e dipinto sopra la cona dell'altare maggiore

I






Il tipo di Chiesa è quello costituito ad una navata unica avente tre cappelle per lato e l’abside quadrata sormontata da cupola. La volta a forma di botte è piena di cornici in stucchi seicentesche, mentre le cappelle laterali sono incorniciate con archi, rivestiti con marmi policromi e con lesene di marmo giallo cupo sormontate da capitelli corinzi anch’essi in stucco.
Tra le opere, che meritano di essere ammirate internamente, c’è sull’altare Maggiore il magnifico dipinto della “Madonna delle anime del Purgatorio” ,eseguito dal maestro pittore, Massimo Stanzione nel 1638, mentre ai lati, sul terzo altare di sinistra vi è il surreale dipinto di Andrea Vaccaro, raffigurante La morte di San Giuseppe, su quello di destra vi è il suggestivo quadro del grande Luca Giordano, La morte di Sant’Alessio,
Altri dipinti non meno pregiati sono, (che possono essere visti in questa minuscola chiesetta si trovano nell’abside), quello raffigurante sopra la cona dell’altare maggiore “Sant’Anna offre la Vergine bambina al Padre Eterno” opera di Giacomo Farelli datata 1670, mentre sul retro dell’altare s’ammira la spettacolare scultura del cosiddetto “Teschio Alato”, opera eseguita da Dionisio Lazzaro



Scultura del  Teschio Alato di Dionisio lazzaro


     .


                                        




Nella parte sinistra attraverso una porta si penetra nella Sacrestia, dove sono conservati altri dipinti (la Madonna della Purità, di Luis de Morales, la tavola di Sant’Aniello che scaccia i Saraceni da Napoli, di Fabrizio Santafede, e un “San Sebastiano”, opera anch’essa del maestro Giacomo Farelli) e vari manufatti d’epoca, occorrenti per le attività liturgiche dell’Istituzione, quali argenti , calici, ostensori, una pisside riccamente decorata con i simboli dell’Eucaristia e sormontata dallo Spirito Santo.



Insomma un tesoro d'oggetti risalenti ad epoche diverse, che vanno dal sei all’ottocento, che tutto insieme, racchiuso con vetrinette in mobili di mogano antico, rappresentano il Museo dell’Opera Pia, ( la Congregazione delle Anime del Purgatorio ad Arco).
Ricordo giovinetto quante volte ho ammirato questa chiesa, poiché frequentando l’Istituto Tecnico Commerciale “Armando Diaz di Via Tribunali”, e come tutti i miei coetanei passando nelle vicinanze si era soliti mettere le dita (pollice e mignolo simboleggiando le corna) nelle fossette delle orbite del teschi sui paracarri per fare un gesto scaramantico con l’idea di scongiurare un malanno o qualche disgrazia.




  Teschio con tibie di bronzo su paracarro














                      E' GRADITO UN COMMENTO,
SE LA CURIOSITA' STORICA E' STATA INTERESSANTE,
PER INCITAMENTO A PROSEGUIRE CON ALTRETTANTE
 

venerdì 8 gennaio 2010

Dopo il processo immaginario di Piazza del Plebiscito


Dopo aver letto l’immaginario Strano Processo tenuto e svolto
nella Piazza del Plebiscito a Napoli….



Scritto dal mio amico, collega Sasà ‘o professore.
 Mi sono visto fermare-------- ?



Avevo appena concluso di sbrigare una pratica di tasse comunali presso gli sportelli degli uffici di Via Partenope a Napoli e, siccome era una bellissima giornata calda della cosiddetta estate di San Martino, decisi di portarmi a Piazza Municipio, per incassare un vecchio mandato presso la Banca d’Italia, facendomi una lunga e salutare passeggiata.
Dopo aver percorso Via Santa Lucia, intravedendo ogni tanto il mare tra i palazzi, situati parallelamente la costa, salendo pian pianino e tagliando, poi, Via Cesario Console,


 
Via cesario Console verso piazza Plebiscito





   Palazzo reale di piazza del plebiscito





 





Via Ammiraglio Acton da Via Cesario Console
             

   


Mancavo da diversi anni dal quel fantastico e magnifico complesso architettonico, (voluto dai Viceré di Spagna, abbellito dalla Dinastia Borbonica ed arricchito, infine, dalle grandiose Statue dei Re di Napoli, (capostipiti delle dinastie reali), che furono fatte scolpire e poste in delle grandi nicchie sulla facciata dell’immenso Palazzo reale dal re d’Italia, il savoiardo Umberto I.) ed ero pronto a rimirare ed apprezzare e godermi il tutto senza fretta.
Questa premessa era d’obbligo per ciò, che racconterò, poi, che mi è capitato.
Andiamo con ordine, mi fermai un po’ lungo le aiuole esistenti sul marciapiede, che delimitano Via Cesario Console dal resto della strada, e così mi misi ad ammirare la statua di bronzo di Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (100 – 44a.C). 







Statua di Caio Giulio Cesare Ottaviano Ausgusto

e lo Stelo recentemente collocato sulla zona verde, solo nel 2004 (in ricordo del marinaio italiano ucciso dalle truppe naziste durante l’occupazione tedesca nell’ultima guerra (nel settembre 1944), nei pressi degli scalini dell’entrata dell’Università Federico II, in Via Umberto I (strada meglio conosciuta come il Rettifilo).







Affacciatomi alla balaustra sulla sottostante Via Ammiraglio Ferdinando Acton, scorgevo il molo Siglio (noto ai napoletani come il Molo Beverello), dove sono ormeggiati i vaporetti, che collegano la città di Napoli (solcando le acque del suo naturale golfo) con le famose isole (
Capri, Ischia e Procida).


 
I giardini  di Palazzo reale di Napoli




                    


               



Girando lo sguardo poi, verso Palazzo Reale intravidi il Giardino Pensile attiguo, (voluto e predisposto dal re, Gioacchino Murat, durante il suo regno e fatto arricchire, in seguito, con piante esotiche dal Re, Ferdinando II di Borbone).
Giardino Pensile, che fu danneggiato da un incendio nel 1837 e successivamente restaurato nel 1838 per mano dell’architetto Gaetano Genovese, che l’ampliò senza stravolgerlo dall’originale, ottenendo l’ammirazione, dopo un secolo e mezzo, dai presidenti di tutto il mondo, in occasione del G 7 (poi divenuto G8 per la presenza della delegazione sovietica invitata a quell’Assise mondiale) tenuto a Napoli nel luglio del 1994.

  Statua di Vittorio Emanuele II

     



Rivolgendomi quindi, la parola, m'intimò con tono imperioso con un marcato accento piemontese: “Vi stavo aspettando, vi ho lasciato fare tutti i comodi vostri, non volevo disturbarvi, dato che stavate ammirando la magnifica statua di Augusto e lo Stelo (in ricordo del marinaio ucciso), nonché lo splendido panorama, che si gusta da quest’angolo del palazzo.” “ Per carità non me ne volete! Anch’io ho letto del Processo, a parte che la sentenza finale non mi è piaciuta, ma vi anticipo che ricorrerò alla Corte Suprema di Giustizia dell’Aia per essere riconosciuto il mio diritto di risiedere in questa celebrazione - rassegna dei Re di Napoli, perché è implicito che il re d’Italia e anche re di Napoli! Ne sentirete delle belle sulla questione !”.


Dipinto di Vittorio Emaniele II



Foto di Vittorio Emanuele II  a caccia




Anche se, (senze ‘a sciabola, comm' ere strano, ere tale e quale a 'nu tappo, comm' ‘o nipote, (Vittorie Emanuele III), ma, po’ guardannele buone, fra me pensai : (si è Isso, è proprie ‘o Re Vittorio Emanuele II, chille da spada (ma, che va truvamme mò, ‘a me ?) (Avevene ragione chell’ati statue dint' a ‘sta piazza, nun ‘nce azzecche proprie!). Infusomi coraggio gli risposi: “Maistà! Scusateme, non v’aveve ricunusciute, nun sacce comme ve l’agge dicere, primme ‘e tutte, è 'nu grande onore, che me conciudite a potervi risponnere?”
Immantinente il mio fantastico interlocutore riprese a dire:“Non ha importanza, sono un liberale democratico, sono stato sempre vicino al popolo . Mi potete rivolgere la parola liberamente, anzi fatemi conoscere come la pensate su quello, che ha scritto il vostro amico, quello pseudo scrittore da strapazzo, che si fa chiamare Sasà ‘o professore, mica ha mai insegnato?”


Continuò il suo dire inveendo : “’Fategli sapere, appena lo vedete, che non sono rimasto a Napoli (con la Sede del mio regno dopo l’annessione del 1861), perché avevo da completare ancora l’unità d’Italia (con la conquista di Roma), che mi è riuscita solo dopo la presa di Porta Pia (il 20 settembre del 1870), e grazie al patriota sindaco di Napoli dell’epoca, (Paolo Emilio Imbriani), tale impresa fu ricordata e celebrata anche presso di Voi, cambiando nome alla vostra vetusta Via Toledo in Via Roma


Ditegli anche che senza la presenza della mia statua, come si potrà raccontare la storiella conosciuta ormai dappertutto (delle statue, che pare che dicano tra di loro :“chi ha pisciato cca ‘nterra”.(La storiella parla che una mattina la statua di Carlo V, con il dito indice rivolto verso il basso, pare che dica chi avesse urinato per terra. Carlo III di Borbone, la statua successiva, in tono pensoso pare che stia pronunciando : “non so, non me sono proprio accorto, pensavo altro, dobbiamo però indagare”; quella, poi; collocata nella nicchia successiva, la statua di re Gioacchino Murat pare che sussurri, invece, io non sono stato, tenendo la mano posata sul petto e soggiunge non so chi è stato.(come per dire lo giuro). Il finale della storiella è sintetizzato con la statua di Vittorio Emanuele II, che con la spada sguainata sta sul punto, come se stesse affermando, (non voglio sapere niente ….basta! Chi ha orinato per terra è uno scostumato, uno screanzato per ciò che ha fatto! Tagliammece. ‘o pesce, accussì nun ‘o fa’ cchiù”).





Le famose 4 statue di Re (chi ha piscate ca 'nterra)Aggiungi didascalia


Maistà! Avete perfettamente ragione, non si può cambiare la storia, né le sue tradizioni, lo vedrò in settimana l’amico mio! “ “ Dovete sapere, che siamo entrambi in pensione, non ci frequentiamo spesso e c’incontriamo solo raramente in occasione d'appuntamenti speciali, quale può essere una votazione di qualche organismo, che ci deve rappresentare presso la nostra amministrazione.

Permettetemi, però, di dissentire il vostro non gradimento della sentenza pronunciata in questa piazza, che vi penalizza, perché, in fin dei conti, è stato il popolo, che vi ha condannato, che ha sancito (la rimozione della vostra statua) e non il mio amico! 
A me sembra che le accuse addebitatevi sono sacrosante per ciò che avete fatto o permesso per questa meravigliosa città. Da quando, governavate Voi, Napoli fu relegata come una delle ultime province d’Italia. 
Napoli, non più capitale, finì nel dimenticatoio, da tutti evitata, come una città sporca e pestilenziale, tanto che non venne nemmeno indicata più nei tour classici italiani, sia a turisti nostrani, che stranieri, perché ritenuta zona di sporcizia, piena di malattie e di rifiuti di ogni genere ! “


Per tutta risposta Incalzò il reale interlocutore:“Ho capito siete un repubblicano, un sovversivo anarchico a cui non piace l’autorità costituita dalla monarchia del mio casato, titolo nobiliare conseguito dal coraggio dei suoi più illustri rappresentanti con meritate onorificenze e dalla volontà divina.


La mia risposta fu pronta e respingente: “Maistà! Non incominciate a classificare le persone senza conoscerle con qualifiche offensive! Non sono né repubblicano, né anarcoide! Sono solo uno, che ha imparato a leggere bene la storia, anzi la vera storia, non quella fatta scrivere da pennivendoli al servizio dei vincitori, come quella che c'è stata propinata a scuola fin dalla tenera età, impapognandoci di vostre grandi gesta eroiche, che non avete mai fatto”.


Nun parlammme, po’, dei Plebisciti d’Annessione, che come tutti i Referendum di quell’epoca, furono solo una farsa, anche perché non partecipò tutto il popolo alla consultazione e, da quanto ho letto, non fu una libera scelta volontaria, ma quasi un’imposizione sotto il controllo di soldataglia ungherese al comando del vostro pseudo generale Garibaldi, e a Napoli fu svolto sotto il controllo di scrutatori camorristi, che fungevano da forza dell’ordine pubblico”.

Continuai e gli feci notare e ricordare: “San Gennaro, nemmeno lui, fu entusiasta. Dagli annali del Vescovado di Napoli risulta che, alla vostra prima venuta a Napoli, coincisa con una fugace visita nella cattedrale, il sangue del Santo patrono (come Male Auspicio) non si liquefece. Napoli, che è il paese del sole per antonomasia, quando arrivaste Voi, ci fu ‘o pate pate ‘e l’acqua, perché anche la natura era dispiaciuta per la vostra usurpazione del regno al povero Re Fancischiello (Francesco II di Borbone), Maistà, (vostro cugino)!”


Siete proprio uno sfrontato” (replicò Vittorio Emanuele II), “Vi state dimenticando che siete al cospetto di un Re, che merita rispetto, per ciò che ha fatto, che è stato capace di sfidare ed affrontare il Papa e di mettere fine al potere temporale della Chiesa. Ha organizzato uno stato (quell’Italiano) dal nulla. Vi state comportando da impertinente ad accusarmi, (voi della generazione di fine novecento)! Che ne sapete come si viveva ai miei tempi? Ho dovuto fare salti mortali per destreggiarmi tra i ricchi regnanti d'Europa dell’Ottocento “.
Per chi non mi conosce, è vero, passo come un sanguinario avventuriero assetato di conquiste di territori, nella realtà a me piaceva la vita di campagna all’aria aperta.”
Dal tono di come stava pigliando piega la conversazione contro replicai un po’ stupito da tanta alterigia: “Avete finito Maestà! Non vi volevo assolutamente mancare di rispetto, ma l’avete voluto voi!” “Non mi sarei preso l’ardire di giudicarvi, anzi m'incuriosisce una cosa, una volta che m’avete interperlato!
“Perché mi avete aspettato? La verità v’infastidisce! Siete suscettibile! Non siate turbato! Tutto sommato vi è andata bene. La vita vi ha donato tante soddisfazioni, siete stato Re, vi hanno servito e riverito, vi hanno osannato, avete avuto molte belle donne a vostro diletto, avete fatto una vita senza stenti, né preoccupazioni.
 La sorte vi è stata molto benevola, specie se si dà credito alle dicerie, che circolavano gia nel ’800, che non siete il vero erede al trono di casa Savoia, il vero figlio del Re, Carlo Alberto, che morì, ancora in fascia, in un incendio con tutta la sua nutrice”.”
“(Si raccontava che siete un bimbo d’origine popolana, che foste sostituito all’infante reale, e siete figlio di un macellaio fiorentino della campagna toscana, tale Tanaca. E’ difficile credere, in effetti, che Voi di bassa statura, tracagnotto e sanguigno, potevate essere figlio di un padre (Re Carlo Alberto) magro, longilineo, alto 2 metri e 4 cm. ed avete evidenti disparità somatiche con i vostri genitori)”.
Inviperito e scocciato Vittorio Emanuele II esclamò : “Ma dove avete trovato scritte queste corbellerie?: Non vi vergognate di ripeterle e farle credere come vere!
Mio figlio ( Re Umberto I) pose una mia imponente statua su questa facciata della grande a ben ragione, grandiosa Reggia,;
1° Perché sono il Primo re della dinastia Savoia del Regno Unito d’Italia. “
2° Durante il mio regno, tutta la penisola dal nord al sud dello Stivale è divenuta terra italiana senza usurpare niente, perché era l’auspicio che tutti i suoi abitanti, che vi risiedevano.
3° Ero l’unico Re di uno stato d’Europa, che faceva osservare una costituzione liberal-democratica e parlamentare, grazie al cosiddetto Statuto Albertino,
concesso da mio padre (Re Carlo Alberto) e che non abolii, anzi continuai a farlo osservare, che sanciva dei valori  universali riconosciuti a tutti i cittadini,  quali, 

(la giustizia, la libertà), uguali per tutti in osservanza e rispetto della legge. “
Maistà! (Mi dovete scusare, perdonate!) (A me piace la verità!) I fatti non andarono proprio così! Foste proclamato primo re d’Italia, è vero! La completa unificazione però, avvenne, si può dire, solo dopo la vostra morte con la conquista e la liberazione di Trieste e Trento nel 1918. Avete affermato che si era tutti uguali durante il vostro regno, niente affatto! Non aboliste la nobiltà e poi c’era tutta la questione meridionale, che, (forse è meglio non parlarne), la avete così aggravata che stiamo andando verso il terzo millennio, ed è ancora irrisolta“
Arrabbiatissimo Vittorio Emanuele II, replicò:

 “State farneticando! Che ne sapete com’era ridotto il Sud? Era popolato da una massa d'ignoranti, sfaccendati senza iniziative, dediti solo al lavoro rurale e subordinato, creato dal latifondo nobile ecclesiastico dall’antica organizzazione del potere dei Regimi Vicereali Spagnoli e poi acuita dall’oscurantismo acquiescente di quello borbonico. Fatemi il piacere su certe cose, che non avete vissuto direttamente, Zittite! Evitate di aprire la bocca a vanvera solo per dire sciocchezze, che ripetete, apprese dai denigratori di Casa Savoia ed in special modo della mia onorata persona”


La mia replica fu immediata ed esplicita:

“Maistà! Mi state offendendo! Non sono un pappagallo, che ripete cose dette da altri! Vogliamo parlarne e va bene, diciamocela tutta, la verità! L’avete voluto voi! La questione Meridionale non si può trattare con faciloneria e con due sole parole; ignoranza, assistenza, che i meridionali sono acefali, senza voglia di darsi da fare, un popolo d’inetti, dei fannulloni e basta!”

Ci avete colonizzato con la scusa dell’Unità d’Italia e poi, ridotti a vostri quasi schiavi. A nostro danno avete condotto una fallimentare politica economica (sotto la vostra egida e continuata poi, dai vostri successori, quelli della vostra dinastia sabauda;) come lo spostamento dell'asse economico al Nord, che causò l'emigrazione di milioni di meridionali, (fenomeno assolutamente sconosciuto prima dell'Unità). Non parliamo poi, della barbara repressione della resistenza antiunitaria, bollata con l'appellativo di "brigantaggio"; di una politica fiscale oppressiva con le "tasse dei poveri" (come quella sul macinato); degli stati d'assedio (più di dieci in quaranta anni e le leggi speciali. Ci avete rubato ogni nostra organizzazione industriale, che era all’avanguardia per quei tempi. IL Sud (da Napoli in giù) era un laboratorio di un popolo in continua evoluzione, che sapeva creare. Era il paese, che produceva prodotti finiti in ogni settore, con un’industria ritenuta moderna per quei tempi. Erano in funzione i migliori cantieri navali, capaci di allestire grandiosi navi e officine meccaniche, che producevano motori che facevano  funzionare locomotive sia  a carboni, che elettrici per trainare e far muovere lunghi convogli: Non si può, infine dimenticare che solo al sud c’era la migliore tessitura della seta e del cotone, ( ricercatissima, perché ineguagliabile).(basti ricordare Gli Opifici di San Leucio a Caserta).
Vogliamo parlare, infine, (della industria agro alimentare), si confezionavano ed esportavano i miglior prodotti della terra e poi, esisteva un commercio marittimo, di primo ordine, che faceva accumulare valuta pregiata e tanto denaro circolante da far invidia a qualsiasi stato europeo dell’epoca. Insomma eravamo una nazione indipendente e ricca senza sottomissione economica a qualche stato dominante ed il popolo amava il suo Re fino a quando non siete arrivato Voi, preceduto da quell’avventuriero di Garibaldi.”.
Quasi scocciato il sovrano rintuzzò: “Mi state condannando un’altra volta, mi state definendo un ladro ed un usurpatore di territori, un restauratore di privilegi di latifondi rurali ed di quelli immobiliari a danno dei lavoratori sia della campagna, che delle città popolose del Sud.”
Maistà! Non me ne volete! E’ quello che pensano tutte le genti del meridione di Voi!” Con un tono più pacato ripresi : “ Vi posso assicurare che, anche se siete stato condannato e che, pure. se è stata emessa una sentenza, non se ne farà niente! Occorrerebbe solo una rivoluzione od un terremoto, perché si procedesse ad attuare l’esecuzione del provvedimento e poi, dopo quasi (centocinquanta anni) chi oserebbe cambiare la storia. Dormite sonni tranquilli! Maistà! A Napoli specie in questi ultimi tempi nessuno sarebbe capace di prendersi la briga di cambiare collocazione alla vostra statua! Ve lo dico per certezza ! (Né il Sindaco della città; né il presidente della Provincia, né il Presidente della Regione, e nemmeno quello della Repubblica)
Figuratevi Maistà! Che da mesi, da quando abbiamo avuto la sfortuna di avere una femmina come Sindaco, non si riesce a togliere i rifiuti (‘a munnezza) dalle strade, per ciò, chi si permetterebbe di togliere la vostra gigantesca sembianza dalla nicchia di Palazzo Reale, in cui siete rappresentato.
State tranquillo!, Non accadrà nulla! Vi devo salutare, ora, devo andare altrimenti si farò tardi e troverò la banca chiusa, a risentirci e ne riparleremo”
A quel punto la sembianza di Vittorio Emanuele II, quasi come per incanto, sembrò risalire nella nicchia e dire: “Grazie, grazie tante, mi avete rassicurato! Allora potrò stare tranquillo, la storiella si potrà sempre raccontare con tutti i suoi personaggi fantastici ( Carlo v – Carlo III –Murat –Vittorio Emanuele II), quella che spero non si dovrà mai dimenticare e poter dire “ Chi ha pisciato cca ‘nterra ed io farò la mia parte).
 
Le  4 Statue della  nota storiella dei Re di Napoli
(Carlo v – Carlo III –Murat –Vittorio Emanuele II),







E' GRADITO UN COMMENTO SE E' STATO INTERESSANTE COME CURIOSITA' STORICA.
VI SARA' UN CONTINUO IN UNA PROSSIMA PUNTATA, CHI SA' ?