venerdì 26 dicembre 2008

Storia di Chiaiano - 15^ Punt/ la selva-il Tesoro di Chiaiano




Capitolo Ventesimo



I tesori della Selva di CHIAIANO


 i funghi – la legna – le castagne




Entrata della selva di Chiaiano




Perché distruggere il tesoro dei suoi prodotti tipici, che rappresenta l’immenso naturale dono, “ i funghi, le castagne, le tante erbe medicinali” che si possono trovare e raccogliere nel sottobosco della Selva di Chiaiano, dove annualmente nelle sue lussureggianti colline si sviluppano spontaneamente durante tutte le stagioni dell’anno?

E’ una domanda, che, chi non conosce Chiaiano, non sa o gli fa comodo non rispondere.

 E’ forse solo uno sprovveduto, chi potrà dire è colpa della civiltà dei consumi, è il progresso con tutte le sue implicazioni: adducendo giustificazioni, perché costretti da eventi non più procrastinabili, come l’emergenza rifiuti e per questo l’unica soluzione praticabile, era requisire il terreno della Selva per farlo diventare un immondizaio.

Discarica di Chiaiano aperta  il 7/2/2009





 Distruggere questo patrimonio naturale è da criminali, ma è mia convinzione sempre più, che la natura non perdona, farà sì che questi scellerati pagheranno il loro misfatto, implorando inutilmente comprensione.

Eppure tante generazioni hanno potuto godere i benefici, provenienti dal fogliame sempre verde dei castagneti durante le stagioni estive fino all’autunno inoltrato, facendo lunghe passeggiate ossigenandosi ed ammirando la bellezza della natura, che, senza chiedere nulla, ogni anno si rinnova e dona i suoi migliori prodotti, quali : (i funghi, le castagne, la legna, frutti varipinti di bosco ed alcune erbe medicinali).

 
Porcino della Selva di Chiaiano



Alcuni funghi bianchi  (detti fungecchie, 'e peperinie)

Ovulo della selva  (amanita cesarea) detto 'o ruocele


porcino buono / detto Cerefoglie)






Manelle 'e Gesù (clavaria rosa)


I tassi (porcino che diventava bluastro)  (boletus lurido)






Iniziamo dai Funghi, come dalle nostre parti vengono meglio definiti e detti "‘e funge, ‘e fungetielle, e fungecchie, ‘e peperinie, ‘e ruocele, ‘e cerefoglie, ‘e tasse, ma i più interessanti e quelli più ricercati sono " 'e Capenire " come implorati nella filastrocca :

Madonna de’ Gesine, fammee truvà ‘nu capenire, Madonna de’ Janneste fammene truvà na bella ceste, tu ca si tante putente, famme contente, m’abbasta pure sule ‘na ‘nzerta

Grazie madunnella mia

 (la traduzione in italiano è “ Madonna della Masseria delle Cesinelle, fammi trovare un porcino, Madonna delle Ginestre fammene trovare un intero cesto, tu che sei tanto potente, accontentami, mi basta anche se me ne fai trovare uno soltanto, che infilzerò in un inserto di felce, Grazie madonnina mia.

Con questo canto ci s’inoltrava e ci s’inoltra tuttora anche se il tabernacolo della madonnina, che s’ammirava nello spiazzo sopra il ponte che portava alla Masseria delle Cesinelle, è stato derubato anche delle mattonelle, che raffiguravano l’immagine della Madonna ed è rimasto attualmente solo un monumento di pietra, che indica il posto dove si trovava.

Famigliole intere s’inoltravano per il passato nella Selva di Chiaiano, per trascorrere una giornata all’aria aperta, era una vacanza necessaria per ritemprarsi in qualsiasi periodo dell’anno, tranne quello invernale, perché l’intera boscaglia diventava una sorta di fiumiciattoli, che invadevano le straducole e le mulattiere, mentre in autunno ci si cimentava a raccogliere castagne, cadute dagli alberi nei loro scrigni acuminati, (i cardi),

'o cardo ( pagnocchia spinosa che racchiude le castagne)

   e violette profumatissime, di cui se ne facevano dei bei mazzetti di ciclamini odorosissimi, detti pure “spaccatiane”.

 

Ciclamini  ('e spaccatiane) della selva di Chiaiano

 


 


 

 La gioia più grande dell’intera escursione nel bosco rimaneva sempre quella di portarsi a casa i deliziosi doni della selva, i gustosissimi funghi porcini e dulcis in fundis anche gli ovuli. (‘e ruocele).

 
porcino detto pure capenire

 
ovuli ( ' e ruocele) amanita cesarea

 I funghi nostrani, per lo più i porcini, s’incominciano ad intravedere, quando fanno capolino tra i raggi di un tiepido sole autunnale sotto le latifoglie largamente presenti nel territorio della Selva di Chiaiano. E’ uno spettacolo sublime vedere la nascita di un prelibato porcino (‘o capenire), che appartiene alla commestibile famiglia dei funghi boleti, il cui nome scientifico ed altisonante è “Boletus aereus”.









           ‘0 CAPINIRE





Questo tipo di porcino è definito addirittura reale, per il suo cappello vellutato scuro, che somiglia ad una regale veste, poi con la sua carne bianca e soda profuma inconfondibile il sottobosco dell’intera selva. E’ un fungo di specialità termofila, perché ama svilupparsi su terreni caldi ed asciutti e per questa particolare vocazione si distingue dagli altri suoi simili, rendendone una specie eccelsa.

Si consuma fresco per preparare pietanze a base di questi prelibati funghi e sono utilizzati principalmente per condire primi o come un ricco contorno per i secondi a base di carne, od essiccato e conservato sott’olio o sott’aceto per conservarlo più a lungo e per gustarne il sapore durante tutto l’anno.

scuola nel pomeriggio, così me ne beai con i compagni della Un ricordo indelebile di una raccolta avvenuta, per puro caso capitatomi, di due magnifici esemplari di funghi porcini di dimensione enormi con l’amico compagno di scuola Ciruzzo Montesano di Polvica, era il 31 ottobre del 1953, giacché correndo su e giù per le scarpate della selva nei pressi della Cava dei Briganti, (meglio conosciuta come ‘o Monte de’ Brigante).sentiero non eccessivamente battuto dai cercatori di funghi nostrani, inciampai in una ceppa di porcini del tutto inusuali, vecchiotti, ma pieni di carne bianca con un grande cappello scuro, che quasi si confondeva con l’abbondante fogliame, sparso sull’asciutto terreno boschivo. Riuscii a farmi preparare con questa ceppa di porcini, una volta giunto a casa, un’abbondante merenda, perché me li feci friggere con cipolle ben consumate in abbondante olio d’oliva e li consumai con due fette di pane fresco. A quell’epoca, si andava a classe per il mio fiuto di cercatore di funghi, in quella memorabile avventura nei sentieri della Selva di Chiaiano.

Che dire degli altri funghi tutti per lo più commestibili, anche se non di prelibata qualità, come le fungecchie, dette anche ‘e peperinie, quelle, con gambo e cappella, bianche, nome scientifico agarici e russulelle (le russole) e manelle ‘e Gesù Criste (spugnole bianche o rosastre).

Agarico  bianco ( detta fungecchia  o peperinia)


Russula ermetica, ( 'a russulella)





Clavaria bianca ( 'e manelle 'e Gesù Criste)





Nei giorni antecedenti le festività natalizie, si andava nella selva a raccogliere erbe particolari, come le felci dette ‘a restina ed ‘a ruscata, pianticelle con foglioni sempre verdi e con fiorescenze a palline di colore rosso, nonché ‘o pellicce, muschio fresco di colore verde scuro per rappresentare viottoli e selciati per adornare il presepe nel simulare i luoghi, dove nacque Gesù

 
Felci di bosco ( 'a restina)


 
Felci di bosco ( 'a restina)



Erba pungitopo ( a ruscata)



 
Muschio per presepe ( 'o pellicce)





Il tesoro più concreto era la legna che si ricavava dal taglio degli alberi di castagno più vecchi, che erano utilizzati per fare travi, travetti, botti, tini, travicelle come ‘e chiancarelle, in italiano dette panconcelli  (chiancarelle) piú o meno sottili assi trasversali di legno di castagno, assi che poste di traverso sulle travi portanti facevano da supporto ai solai e alle pavimentazione delle stanze.

 
Tronchi di alberi per fare Chiancarelle


  
con il taglio degli alberi più giovani “ ‘e vaccelle” ridotti a sfoglie, si costruivano un’infinità di contenitori (cesti, panari, sporte, sportoni, connole, terzaroli, fescene)

fasciame di castagno per fare cesti

 
ceste varie con fasciame di castagno (le vaccelle)




 con i rami secchi, che s’intrecciavano al fine di fare degli inserti da ardere, le note fascine per alimentare il fuoco nel forno. 

Fascine di castagno della selva di Chiaiano



 

Altri prodotti che si potevano ricavare nel sottobosco della Selva erano, le Erbe e Radici per preparare medicinali, Cipolline selvatiche, Fragole. More.

salvia  (erba curativa della Selva di Chiaiano)





Erba cipollina della selva di Chiaiano


Fragole  di bosco della selva di Chiaiano)

 


Mora di bosco della selva di Chiaiano






  Continuerà con nuovi capitoli appena sarà possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire

lunedì 15 dicembre 2008

Storia di Chiaiano - 14^ punt/ la guerra 1943



Capitolo diciannovesimo



Distruzione di CHIAIANO evitata per miracolo durante l’ultima guerra



Era una magnifica serata estiva del 1943 e si stava aspettando, trepidando, la solita incursione aerea devastatrice del territorio della città .
La maggior parte della popolazione cittadina al primo suono stridente della sirena antiaerea si rifugiava negli appositi ricoveri, che si trovavano sotto i palazzi, che fungevano una volta da cisterne e pozzi per l’acqua (il noto acquedotto campano creato durante il periodo greco e romano)
Erano vaste caverne e pozzi profondi, scavati spesso nelle viscere del sottosuolo per farne riserve d'acqua, e nello stesso tempo si ricavarono pietre resistenti di tufo, eccellenti per erigere in superficie case, palazzi e castelli, diventarono, poi, durante la guerra, (dopo che era esaurita la loro funzione primordiale come cisterne), cunicoli di collegamento e quasi una città sotterranea da poterci vivere.

Cave di pietre di tufo dismesse ( dette 'o monte de' brigante)

Cunicoli, denominati monti, mentre in realtà erano vecchie cave dismesse, che ressero il novello compito, quello di riparo per le popolazioni dalle tremende bombe distruttive sganciate dagli aerei, che sorvolavano la città per distruggere i suoi punti strategici, (il porto, l’aeroporto, la stazione ferroviaria, l’arsenale, i pochi stabilimenti prodottivi ancora funzionanti) dato lo strato consistente delle pareti e delle volte, che avevano forma trapezoidale, che le delimitavano e le celavano, difficilmente fur
ono individuati e perforati
Il Borgo di Chiaiano era anch
’esso nel mirino degli attacchi aerei, vuoi perché sul suo punto più alto, la collina dell’eremo dei Camaldoli, v’era stata installata una base antiaerea con una batteria di cannoni a lunga gittata e con potenti fari, che emettevano fasci di luce nel celo, che permettevano d’intercettare il volo degli aerei bombardieri nemici anche di notte e poterli così abbattere, vuoi per la fitta vegetazione presente nel quartiere con la nota selva, che poteva nascondere potenziali divisioni di truppe ammassate per il contrattacco.
In questo scenario apocalittico il popolo a Chiaiano s’era rintanato nella Cava Del Cane (conosciuto in dialetto ‘O Monte de’ Cane), una serie di cave dismesse a cielo chiuso, scavate sotto la collina dei Calori, per trovarvi riparo e continuare a vivere la quotidianietà sperando e pregando specialmente il loro santo patrono di Polvica-Chiaiano “ San Nicola di Bari” (preghiere rivoltegli affinché proteggesse il Borgo dalla distruzione, a causa dei bombardamenti a tappeto effettuati dall’aviazione americana).
Dopo la caduta del governo di Mussolini avvenuta il 25 luglio del 1943 e la nomina del generale Badoglio a capo del nuovo governo, voluta dal re Vittorio Emanuele III, la gente che s’abituò a vivere nel rifugio, finalmente ritornò alle proprie case ritenendo ormai imminente la fine della guerra, mentre la stessa continuò, poi, su un nuovo fronte di combattimento.
Gli alleati, sbarcati a Salerno, giunsero a Napoli, dopo che la città fu liberata dall’eroico sacrificio dei suoi figli migliori durante le memorabili Quattro Giornate dal giogo insopportabile dell’occupazione militare dell’esercito nazista, coadiuvato dai fascisti nostrani.
Napoli e la stessa Chiaiano diventarono intanto basi logistiche per il proseguimento della liberazione dell’intero stivale dalle rappresaglie nazifasciste dopo l’Otto settembre 1943 da parte delle divisioni combattenti alleate, che tentavano di incalzare ormai in rotta l’esercito tedesco, che infine si asserragliò nel convento dei benedettini sulla montagna di Montecassino,
Montecassino fu un terreno di una battaglia cruentissima per entrambi gli eserciti, che si fronteggiarono per la conquista della vetta della montagna, che sbarrava il passo per giungere a Roma, perciò l’ospedale Monaldi, allora noto come l’ospedale Principe di Piemonte” celebre tubercolosario della zona, divenne per l’occasione il nosocomio dei soldati feriti delle truppe anglo-americane.
La gente di Polvica, che sopravvisse ai bombardamenti ed alla guerra raccontò del miracolo, che aveva compiuto San Nicola nel salvare il territorio da lui protetto (quello che comprendeva Polvica – Chiaiano e la selva circostante) dall’annientamento programmato delle incursioni, previsto dall’autorità militari alleate.
Un aviatore (dell’aviazione alleata) dedito a bombardare, poiché era rimasto ferito durante le incursioni nei cieli di Cassino, dovendo curarsi e trascorrere la degenza nell’Ospedale Monadi, parlando con le suore, che l’assistevano, chiese loro, quale fosse il santo protettore della Zona, per rivolgersi devotamente e domandargli la grazia per guarire e tornare sano e salvo a casa dai propri cari.
Le suore, poiché il territorio era abbastanza vasto e pieno di varie chiese ed ognuna aveva un santo protettore, furono vaghe nel rispondere e seppero solo donargli alcune immaginette sacre (‘e fiurelle) in loro possesso, che li raffiguravano, vestiti con paramenti di Vescovo.



Statua di San Castrese (patrono di Marano)
                                              
‘E Fiurelle (immagini sacre) erano quelle di San Castrese, patrono di Marano, 


San Biagio, patrono di Mugnano di Napoli 
                                         
di San Biagio, patrono di Mugnano, 



Statua di San Giovanni Battista patrono di   Chiaiano Centro

                           Sant'Arcangelo Gabriele (patronodi Chiaiano  Centro)                                   
                   
                                   
di San Giovanni Battista e dell’Arcangelo Gabriele, patroni quest’ultime del casale di Chiaiano centro. 0

Il povero aviatore non mostrò alcun interessamento per esse, ma come scorse quella, che raffigurava San Nicola di Bari, venerato nella Chiesa di Polvica, esclamò :“E’ Lui, il vecchio, che ha fermato la mia mano nell’atto di sganciare le bombe, quando sorvolavo questa zona e questo bosco, (si riferiva alla lussureggiante Selva) invitandomi a non farlo! E’ lui che mi è apparso sulla carlinga del mio aereo ed ha esclamato : qui no !”.
Trascorsa la degenza con ottimi risultati e riprendendo tutte le forze, chiese e fu accompagnato a poter visitare le varie chiese della zona, per verificare se il vecchio, che intravide lassù mentre stava per bombardare Chiaiano, esistesse veramente e fosse un santo venerato come patrono da quelle popolazioni.
Visitò, così, i tre paesi circondari della Selva, (Marano, Mugnano e Chiaiano), accedendo nelle relative parrocchie, ma sfiduciato dopo aver girovagato per quasi l’intera giornata profferendo preghiere di ringraziamento per essersi salvato, fu accompagnato come ultima tappa del suo solitario pellegrinaggio nell’antica chiesa di Polvica, (il Borgo di Polvica era ubicata nell’antichissimo feudo del Marchese Mauri, che, dopo la decapitazione del suo signore, il marchesino Cosimo Mauri, per aver partecipato attivamente alla Repubblica Partenopea del 1799 e dopo la capitolazione della stessa, fu incorporato nell’istituzione del Comune di Chiaiano ed Uniti, voluta dalla dominazione francese.
Nella vecchia chiesa, (risalente al 1° secolo come è descritto sul ceppo funerario incastonato all’interno della sacrestia), come l’aviatore varcò la soglia che immetteva nella navata principale, come fulminato, cadde in ginocchio e si prostrò per terra, poichè aveva riconosciuto il vecchio, apparsogli davanti alla carlinga.



veduta del campanile
 della Parrocchia di San Nicola di Bari
 a Polviva-Chiaiano
                     




Il vecchio non era altro che la statua del busto di San Nicola di Bari, posta sull’altare maggiore con il bastone episcopale tenendo alzata la mano destra mostrando le prime tre dita nell’atto di benedire, venerato dalla gente del paesino con tanta devozione, ed era ritenuto il loro santo protettore, poiché, quando l’invocavano ad intervenire contro le calamità naturali, come durante le siccità con il timore della perdita di tutti i raccolti della terra, accoglieva le preghiere provocando un’insolita pioggia, lo stesso faceva, quando, implorato perché pioveva tanto e molto, interveniva quel tanto quanto basta a far cessare il devastante acquazzone.
Invocazione richiesta oltre con le preghiere attenendosi al rito del lancio per aria di una delle sue panelle (tre pagnottine rotonde di pane attaccate, che erano distribuite annualmente il sei dicembre durante la ricorrenza ecclesiastica in ricordo della sua morte avvenuta a Myra intorno l’anno 335) ed il temporale terminava di botto.
Dopo la spiovuta, il panello lanciato rimaneva in terra ugualmente friabile senza ammollarsi, né sbriciolarsi.
Fenomeno inspiegabile, ma verificabile tuttora, in ossequio al miracolo dei pomi d’oro, che San Nicola nella sua Myra a notte fonda fece lanciando, somme di monete d’oro, avvolte in un panno, come fosse un pomo, attraverso la finestra nella casa di un nobile decaduto per aiutarlo, che ormai versando in precarie condizioni economiche, era giunto nella determinazione di vendere le tre figlie per farle prostituire per sopravvivere. Quest’atto generoso permise al povero uomo di risollevarsi e riuscire a costituire anche le doti per maritarle dignitosamente. Riconosciuto San Nicola come suo benefattore, il miracolato sparse la voce che Nicola rappresentava la mano di Dio e per questa sua bontà e generosità, fu consacrato Vescovo ed anche in questa veste continuò a fare tanti altri miracoli, resi celebri da dipinti, che lo raffigurano con l’abito da Vescovo, che risuscita tre bambini, uccisi da un oste e che li teneva conservati sotto sale in una tinozza, salvandoli da quella fine orrenda e rendendogli di nuovo la vita e nello stesso tempo aiutò il malvagio a pentirsi ed a cambiare vita, che con l’aiuto del Santo si prodigò a salvare ed aiutare il suo prossimo.




Continuerà con nuovi capitoli appena possibile

E’ gradito un com
mento d’incoraggiamento a proseguire

lunedì 8 dicembre 2008

Storia di Chiaiano - 13^ Punt/ 'a Scola




Capitolo diciottesimo


La Scuola Pubblica negli anni 50 fino ai nostri giorni


Dopo le vicissitudini della guerra, erano anni terribili per chi, come quelli della mia gerazione, desideravano andare a scuola.
Non v’era un vero e proprio edificio scolastico, erano adibite ad aule scolastiche, in quegli anni del dopoguerra, stanze ed appartamenti, reperite nell< Chiaiano di allora, in case sfitte della proprietà Marotta,

Corso Chiaiano  (ex Corso Umberto I )                    ^


sul lato sinistro  c'è Il palazzo Marotta (ora restaurato)
sul lato destro dopo il palazzo di" Di Marino" c'è il Viale Marotta








                       ^          
che erano ubicate alcune nel palazzo all’ex Corso Umberto I° (ora Corso Chiaiano) e nell’omonimo viale nel palazzo al primo pianosrmpre di proprietà Marotta, che dava su Via Arco di Polvica, visto che le poche aule, che esistevano al piano terra del Municipio, non bastavano alla grande platea di fanciulli, nati in ossequio all’incentivazione alla natalità, che era stata oggetto di premiazione alle famiglie numerose, (voluta dal governo fascista, - il cosiddetto premio di natalità) che erano divenuti ragazzi e s’apprestavano ad iniziare la conoscenza del sapere. Stiamo parlando della sola Scuola Elementare, perché di quella Media, dei Licei ed Istituti Superiori nemmeno a parlarne, in qual caso, chi volesse continuare gli studi superiori, significava dover raggiungere il centro Città.
Per volere dei parroci delle due chiese principali, (la Parrocchia di San Nicola di Bari a Polvica e


 
Parrocchia di S. Nicola di Bari a Polvica-Chiaiano







C
Chiesa  di  S.Giovanni Battista  a Chiaiano






 di San Giovanni Battista nel Borgo propriamente detto Chiaiano) dietro lauto compenso derivante dal Piano Marshall – l’ERP, i parroci locali, misero a disposizione della scuola dell’istruzione primaria, alcuni locali dell’annesse sale delle congreghe e gli spazi adiacenti degli oratori ed in quei locali si teneva lezione con insegnanti non di ruolo, che utilizzavano il solo metodo convincente, quello delle punizioni corporali, senza alcun supporto didattico.
Sono uno, di quei fanciulli alunni, che iniziava il suo primo approccio all’apprendimento scolastico. Ricordo, come fosse ieri l’altro, la prima maestra, la Signorina Flora Facchini, era una giovanissima bionda diplomata dell’Istituto Magistrale, che iniziava la sua esperienza d’insegnante. Feci in quei locali improvvisati la Primina, perché, essendo nato nel mese di luglio, non compivo l’età giusta (sei anni compiti) per essere iscritto a frequentare la Prima Elementare Ufficiale. Fui, perciò, iscritto l’anno successivo subito alla Seconda, sottoponendomi però, al mio primo esame di ammissione con una commissione. L’esaminatore fu il professore Ammirati (un ex fascista), che odiava gli americani e gli aiuti, che ricevevamo, della ricostruzione degli stessi. Per mancanza di aule per assicurare un minimo d’istruzione alla mia generazione, l’orario di lezione era ridottissimo, appena due ore al giorno.
In quelle poche stanze, reperite ed adattate ad aule, si facevano almeno tre turni giornalieri d’istruzione (dalle 8,00 alle 10,00, dalle 11,00 alle 13,00 e dalle 14,00 alle 16,00).


 
 
foto della III Elem. 1950/51 (con il Prof. Ammirati) nelle aule nel viale Marotta




foto IV elem , (nello spazio delle aule nel pal . Marotta al 1 piano)
 
 
Dalla Seconda alla terza classe imparai ben poco, data la scarsezza del maestro, Ammirati, come ho gia detto un fascista despota. Non conosceva per nulla la pedagogia, tanto che mi costrinse un giorno a lasciare l’aula e quasi quasi ad odiare la scuola ed a farmene fuggire dall’aula a casa, prima, però, lanciandogli contro una scarpa per il comportamento dispettoso ed irritante, che ebbe nei miei confronti. L’episodio fu emblematico, perché tradì il mio amor proprio ed il mio onore, in quando essendo tenutario della fiducia dei miei colleghi alunni, che mi avevano affidato la conservazione delle loro figurine dei calciatori (‘e litrattielle) e concessomi la possibilità per loro conto di comprarne e venderne per poi dividere il relativo guadagno in soldi ricavati. Colto in flagranza , mentre effettuavo lo scambio, ed il commercio delle figurine ricavandone il relativo incasso, il maledetto (maestro) mi sequestrò la cartella di cartone pressato, dove tenevo quell’insolito patrimonio e con atteggiamento punitorio e deridendomi lanciò in aria tutto il contenuto di figurine, facendole disperdere per tutta la classe (fece un grande ciuciù). La mia pressione sanguigna salì alle stelle, come suol dirsi, e mi fece accendere d’ira per la cocente delusione fino a farmi commettere quell’insulsa reazione (perché mi sentìì tradito) e gli lanciai, così, contro una mia scarpa.
L’indomani non volevo più andare a scuola, in ogni modo, accompagnato da mia madre, fui portato lo stesso, che m'indusse a chiedere scusa al maestro, il quale, bontà sua, mi perdonò e ripresi lo svolgimento dell’anno scolastico regolarmente. L’anno successivo, però, (d’accordo con mia sorella maggiore, che nel frattempo era diventata anch’ella insegnante), cambiai sezione e maestro finendo le classi, quarta e quinta elementare, con un altro docente il bravissimo Prof. Vittorio Landini.
Il direttore didattico, all’epoca, era il Professor Cavaccini, si vedeva raramente, era un omaccione e le sue occasionali visite in classe incutevano ansia e paura, mentre la Segretaria di tutto il complesso scolastico era una certa Signorina Del Giacco, una zitellaccia acida tutta truccata, pareva una megera e per motivi di denutrizione ci propinava a giorni alterni, o un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, che era amaro e disgustoso, o uno di uno sciroppo ricostituente, di sapore dolciastro. Il Maestro elementare, che ricordo con sommo affetto e che riuscì ad insegnarmi veramente qualcosa, fu Il Professore, (cosi veniva chiamato allora da noi ragazzi), il maestro, Vittorio Landini, che spesso ci spiegava le cose utilizzando il dialetto e così mi traghettò fino alla Licenza elementare con un ottimo profitto e farmi approdare alla Prima Media, dopo che ebbi altresì superato brillantemente il propedeutico esame d’ammissione alla Scuola Media Statale "Santa Maria di Costantinopoli", ubicata nei pressi del Museo Nazionale vicino all’omonima Chiesa.




Sono ricordi indelebili, come la penna, (un astuccio di legna), dove si innestava il pennino, che era di due tipi : a cavallotto, color argento, con una punta sottile per scrivere in bella copia ed il pennino semplice, ramato, per scrivere in brutta copia; di solito il pennino a cavallotto costava 5 lire, mentre quello semplice costava 2 lire.





Pennino a cavallotto


In seguito con il pennino  semplice quello con la punta schiacciata, (detto perry 515, l’ho ritrovato poi, alle scuole superiori, quando ho imparato la calligrafia e lo utilizzavo per fare la scrittura in grassetto).






Che dire del calamaio con l’inchiostro marroncino, fatto con l’anellina (tintura che era usata per lucidare le scarpe), e la carta assorbente (per asciugare l’inchiostro, quando si scriveva, in modo da non macchiare il quaderno.
 Un ricordo particolare era il portapenne, una cassettina, di colore marroncino lunga e stretta, dove si conservavano le penne ed  pennini, era quindi un astuccio a forma di un parallelepipedo rettangolare coricato con l’apertura della parte superiore a coulisse).






 


Astuccio di penna per inestare il pennino
 a cavallotto o  semplice schiacciato














astuccio
Astuccio portapenne utilizzato negli anni !950/1951


 (un astuccio a forma di parallelepipedo rettangolare coricato con l’apertura della parte superiore a coulisse).








Come si fa a scordarsi,poi del il grembiule ('o mantesino) di color nero per non sporcarsi e che aveva il compito di renderci tutti uguali, come un’uniforme, variava solo il colore del fiocco, secondo la classe che si frequentava. Generalmente  il grembiule era nero con il fiocco azzurro. .Le classi non erano miste come accade oggi, ma i maschi andavano in una classe e le femmine in un’altra. Nelle classi elementari c’era l’abitudine, da parte dei maestri, di nominare il capoclasse, il quale aveva la responsabilità di stare attento alla pulizia dell’aula, doveva mettere in fila i compagni in ordine di altezza quando si usciva o quando si andava in bagno.


Dimenticavo il grambiule era obbligatorio, ma ognuno,  doveva provvedere a farselo, per cui le famiglie più povere vi ottemperavano, quando potevano, utilizzando grembiuli vari, dei fratelli o sorelle più grandi, o di conoscenti, che non li utilizzavano più, o li facevano confezionare con stoffe raffazzonate alla meglio, che facevano notare immediatamente la differenza del ceto familiare d’appartenenza (altro che uniformità).
Si notavano grembiuli che erano stati ricavati con i tessuti adoperati per fare le sottane, sottili come la seta o con stoffe telate ruvide scadentissime, ma tutti inconfondibilmente erano di colore nero.
Altro che uguaglianza, anche il grembiule era una discriminazione, ed indicava di quale ceto facevi parte (se figlio di possidente, di commerciante, di contadino, di impiegato, di artigiano, di semplice operaio o di una famiglia, che usava il cosiddetto libretto dei poveri per mangiare.
Per aversi un edificio scolastico, che può definirsi tale, Chiaiano dovette attendere fino al 1958, in seguito all’attuazione della Legge Speciale per Napoli n. 297 del 1953, Promossa dalla Cassa del Mezzogiorno che fu il finanziatore principale di quest’importanti opere pubbliche, come le Scuole Elementari “ Giovanni XXIII a Chiaiano 

Scuola elementare di Chiaiano " Giovanni XXIII " del 1958


e l’edificio scolastico nel borgo di Nazareth, mentre per avere la scuola Media statale unificata, dopo l’abolizione della famigerata scuola d’avviamento bisogna attendere 1971 con l’apertura della Scuola Media Statale “Aliotta “ di Via Tiglio. Fino a tutti gli anni cinquanta e sessanta frequentare gli studi "Media" ti dovevi sottoporre a prendere ogni mattina il tram o l’autobus per raggiungere la scuola, che era ubicata al centro città.
Si ebbe perfino nel 1975 per concessione di un proprietario di appartamenti sfitti di via XX settembre la possibilità di frequentare il Liceo Scientifico, utilizzando alcuni vani, che diventarono aule distaccate di Liceo scientifico Statale dei Colli Aminei. Desidero ricordare infine che nel 1974 furono emanati i cosiddetti,
"Decreti Delegati” per disciplinare meglio l’ordinamento scolastico pubblico, sembrò che tutti i mali della scuola fossero terminati e che si attuasse con una ventata democratica, la partecipazione alla vita scolastica di genitori ed alunni, così il compimento del dettato costituzionale ”la scuola uguale e gratuita per tutti”. Ahimé! Fu solo un’illusione, specie in quelle scuole dove sussistevano direttori, presidi con fare dittatoriale, proveniente dalla concezione “sono io il capo dell’istituto, dio me lo ha dato il comando, guai a chi me lo tocca”. Nei primi anni da parte, sia dei direttori sia dei docenti, fu esercitato un ostracismo senza termini, né paragoni, tanto che dovettero scendere i partiti politici in campo per far regolamentare le varie componenti dei vari consigli a tutti i livelli.
Per la cronaca, Chiaiano ha avuto sempre il suo asilo infantile pubblico, anche se negli anni dal 1950 al 1960, era solo funzione di parcheggio e trattenimento di bambini, ed era svolta in stanze d'appartamenti privati, requisiti dal comune pagandone un remunerativo compenso ai proprietari in vari punti del quartiere. Questo servizio è stato sempre svolto privatamente ed egregiamente a pagamento anche dalle suore nei conventi di Polvica “ al Poggio Finamore” e del Sacro Cuore a Piazza Margherita di Chiaiano. Si ricorda l’asilo


Via chiesa - angolo via napoli   


  Comunale situato in un appartamento al primo piano in via Chiesa angolo via napoli negli anni '50  fino agli anni '60 e trasferiti, poi negli anni '70    
uno nel palazzo al 1° piano al Corso Chiaiano n. 6 e un altro per i più piccini nella Villa Taliercio al corso Chiaiano difronte alla scuola Giovanni XXIII.

 Una battaglia, la scuola, per i ragazzi e per le loro famiglie, che pare non abbia fine.
Dopo il terremoto del 1980 e per interessamento della Giunta del Sindaco Valenzi e con gli stanziamenti del Ministro della Pubblica Istruzione, Onorevole Falcucci, fu varato il piano scolastico pubblico per Chiaiano, e cosi fu edificato durante gli anni del fine novecento, l’edificio scolastico elementare a via Giovanni Antonio Campano, l’asilo infantile a Via Spinelli e nel “2000”, lasciato, perché ormai divenuto non più funzionale, e decentrato rispetto al territorio, (l’edificio scolastico “Giovanni XXIII del Corso Chiaiano” passato al Comune ed adibito ad uffici comunali demografici) il nuovissimo complesso scolastico, ubicato nell’area delle case popolari della Via Toscanella, nota come la “25/80.
L’istruzione a Chiaiano è stato sempre un dramma, io che l’ho vissuto da alunno, da genitore, da cittadino sensibile ai problemi del quartiere, ho la sensazione, che sia come quel romanzo, che non ha un finale. Speriamo solo che non si torni al passato, quando l’istruzione era un privilegio solo per chi se lo poteva permettere e solo di chi era stato fortunato, nascendo in una famiglia agiata e nobile.



Continuerà con nuovi capitoli appena possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire.