venerdì 30 agosto 2013

il mito di tarpea (Tarpeia)

Tarpeia (uccisa dagli scudi sabini)



Tarpea o come il nome latino "TARPEIA" era una sabina, figlia di Spurio Tarpeo, custode della rocca capitolina durante il regno di Romolo, che cercò di difendere dall'attacco dei Sabini guidati da re Tito Tazio, durante la guerra, che seguì al ratto delle sabine.

Molte sono le leggende che riguardano il suo mito: Secondo alcuni, forse la più convincente è quella di Tarpea, che, visto il capo dei Sabini, Tito Tazio, che assediava con il suo esercito la roccaforte romana, ai piedi del campidoglio capitolino, fu attratto dalla sua fiera bellezza follemente. Grazie alla complicità della sua nutrice, Tarpeia,  fece pervenire un messaggio a Tito Tazio, che avrebbe permesso ai sabini di penetrare nella cittadella a patto che egli acconsentisse a sposarla e come ricompenza del suo aiuto chiese per sè, tutto ciò, che i suoi soldati ed egli stesso portavano al braccio sinistro, consistenti in ricchi gioielli d'oro.

Il messaggio di Tarpeia, giunse al capo dei Sabini, ma dietro un lauto compenso la portatrice della richiesta, si fece corrompere e svelò le recondite intenzioni della bella figliola di Spurio anch'essa  di origine sabina e la tradì passando dalla parte delle schiere nemiche.

 I Sabini capziosamente accettarono la trattativa con le false intenzioni della giovane, ma quando raggiunsero il loro scopo, (l'entrata nella rocca),  la uccisero e  lanciarono il suo corpo giù dalla rupe.

Non si è mai risolto il dubbio se si fosse trattato di un gesto eroico escogitato da una eroina per rendere meno pugnaci e pericolosi i  nemici Sabini o effettivamente per amore del loro capo, (Tito Tazio), fu indotta a tradire la propria gente.
Il fatto  è che Tarpeia, vinta dal desiderio di avere le armille d'oro, che ornavano il braccio sinistro dei Sabini, avrebbe aperto la porta della roccaforte ai nemici.
 I Sabini ed il loro capo, TitoTazio,  infatti, appena entrati nella piccola fortezza capitolina, invece, del premio promesso, quale ricompensa del tradimento,  di donare tutti ciò che tenevano sul braccio sinistro, fecero finta di aver capito che si trattasse degli scudi e con essi la soffocarono  e poi la precipitarono dalla rupe.
Il supplizio di Tarpeia in un denario (coniazione repubblicana dell'89 a.C.).



 Secondo un'analoga leggenda Tarpeia tradì per altri scopi, poiché chiese per far penetrare i Sabini nella roccaforte romana senza gli scudi di tutti i soldati nemici, sperando così che una volta entrati nella cittadella e sprovvisti della principale protezione (gli scudi), sarebbero stati facilmente uccisi dai Romani.




Non si è mai risolto il dubbio se si fosse trattato di un gesto eroico escogitato da una eroina per rendere meno pugnaci e pericolosi i  nemici Sabini o effettivamente per amore del loro capo, Tito Tazio, fu indotta a tradire la propria comunità. 

Intanto il nome della rocca capitolina, fu dal quel momento appellata " Rupe Tarpea " e i tutti traditori erano gettati da quella rupe, diventata ormai il simbolo del tradimento, come lo era stato la prima presunta traditrice.
 
La Rupe Tarpea come appare oggi




Infine Tito Livio, racconta la leggenda come una favola per spiegare la  contaminazione dell'esistenza della rupe, dove venivano fatti  precipitare i traditori, e di un culto reso non lungi dalla rupe stessa e dalla porta Pandana per la quale si entrava nella città.
Tarpea, eponima del monte Tarpeo, fu una divinità al pari di Acca Larenzia, di Rea Silvia, considerate più tardi come figure mortali, come gli eroi greci, sebbene si prestasse loro culto.

martedì 6 agosto 2013

il mito di titono



il mito di titono

Chi era “Titone", e perché è ricordato?
 Vi piace saperlo?

EccoVi ……..accontentati   
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Aurora e Titone, in un vaso attico




Titono, era un principe troiano, nato da Strimo (che era figlia del dio-fiume Scamandro-Troade-) e da  Laomedonte, che era noto come il fratello di Priamo (il famoso Re di Troia).

Titone era un giovane dalla straordinaria bellezza e, perciò venne notato da Eos (la dea dell'Aurora, nota pure come la dea "dalle dita di rosa", che apriva le porte del cielo al carro del sole), che appena lo vide, s'innamorò immediatamente del suo volto. tanto che dal desiderio di averlo tutto per sé, lo rapì e lo portò in Etiopia.

Eos ( la dea Aurora) pur amando Titone perdutamente, non era felice, anche se estasiata dallo stesso, per la rigogliosa bellezza, era comunque consapevole, che il suo amante, che era un mortale, ed era quindi destinato a morire, mentre lei, essendo dea, possedeva al contrario l'immortalità. Intanto dalla loro unione vennero alla luce due figli: Emazione e Memnone (quest'ultimo tristemente ricordato per le note vicende legate alla guerra di Troia).

Memmone, infatti, perì per mano di Achille, ma la madre ne ottenne l'immortalità, per la qual cosa le lacrime versate da Lei, (la dea dell'Aurora) sono le gocce di rugiada, che si ammirano ogni mattino sulle foglie nei campi).
Eos (Aurora) chiese a Zeus per il suo compagno,Titone, la condizione di immortalità, dimenticando, però nella richiesta di fargli ottenere anche l'eterna giovinezza.
Zeus (Giove) acconsentì ed esaudì il desiderio di Eos, così mentre lei rimaneva identica, Titono, invece, viveva, certo, ma invecchiava giorno dopo giorno, anno dopo anno. Il suo vigoroso corpo si rattrappiva, la sua voce soave si incupiva, il bel ragazzo si trasformava pian piano in un uomo maturo, in un anziano piacente, in un vecchio cadente, e infine in un moribondo senza speranza di pace.  

 
Titone vecchio e la giovane ed eterna Aurora



Titone però, restava tuttavia un problema per Aurora, che, infine, lo trasformò in una cicala, al punto che fu necessario metterlo in un cestino di vimini per la conseguente infermità.
La trasformazione in cicala rappresenta l'elogio vivente ad una vita breve e gaudente. 
Il rapimento di Titono da parte di Eos (la dea Aurora) dipendeva da una punizione inflitta alla stessa. perché un tempo unitasi ad Ares, aveva suscitato l'ira di Afrodite, che ne fece un'eterna innamorata.

Di tutta la vicenda Mimnermo coglie l'aspetto più tragico: l'immortalità senza giovinezza, dunque una vecchiaia eterna, e proprio la decadenza fisica e mentale per il poeta era il male incontrastabile della condizione umana, nonché il suo cruccio costante,infatti scriveva:
"ma poi quando si è dileguato il termine della stagione di giovinezza, allora la condizione di chi è morto è preferibile alla vita."