martedì 13 maggio 2008

La Storia di CHIAIANO 1^ punt/ le Contrade



Storia di Chiaiano
Dalle origini a l’anno 2000

-Introduzione -


Andrò a descrivervi una breve storia, che si riferisce alla nostra “Chiaiano”, uno dei quartieri più periferici della Città di Napoli, distante dal Centro 7 Km. a Nord-Est. dalle origini fino al 1943, l’anno, in cui sono nato, che è solo ricerca bibliografica, trasposizione di racconti e leggende tramandatemi.



Fino agli anni 1926 Chiaiano era un Comune autonomo, ciò è avvalorato dal fatto che, tutti coloro che sono nati prima di quel periodo, hanno il Codice Fiscale specifico del Comune di nascita - Chiaiano e cioè C906, mentre Napoli è F839. Dal 1943 al 2000 al contrario è memoria vissuta dal sottoscritto e corredata da esperienze dirette da chi ancora può testimoniare, ciò che descriverò verificatosi in questo lasso di tempo.



Andiamo allora per ordine, I primi abitanti di Chiaiano erano - Oschi (od Osci) dei quali, parte dominante erano gli Aurunci, i Volsci e gli Equi, che risiederono nei Campi Eburnei; poi divennero Greci, Cumani, e dopo la sconfitta di quest’ultimi da parte dei Sanniti nel 438 a.c., Sanniti ed infine Romani, non furono mai assoggettati agli Etruschi.

Chiaiano, è nota già dall’antichità soprattutto per le cave di pietra del tipo Tufo giallo, che era estratto dalle montagnole, formatesi a seguito di depositi provenienti da colossali eruzioni esplosive delle innumerevoli bocche vulcaniche della zona Flegrea (la nota Ignimbrite Campania), culminante in una colonna eruttiva di particelle solide (pomici, ceneri e frammenti litici). Tufo della migliore grana di color giallo leggero (non ponteche, cioè senza impurezze d’elementi ferrosi) facilmente lavorabile per farne ottime pietre per costruzioni levigate, resistenti e durature. I più famosi monumenti napoletani quali il Maschio Angioino, Palazzo Reale di Piazza del Plebiscito e quello di Capodimonte sono stati costruiti nelle parti frontali e decorative con pietre provenienti dalle cave di Chiaiano. Attualmente negli Indici di qualche Atlante geografico, nei presidi degli Uffici Postali e nell' elenco dei Comuni d’Italia è indicato come Chiaiano ed Uniti ( rifacendosi alla vecchia fusione voluta nella costituzione dei vari territori circostanti Napoli in Comuni e sancita dal Regio Decreto del 1807 in Comuni Riuniti di Chiaiano – Pelvica – Santa Croce)
 

il logo del Comune di Chiaiano, quando furono costituiti i Comuni nel 1807


 cioè comprendente le località di Polvica, Chiaiano, (al centro)- Tirone, Casaputano, (a Nord Est) - Toscanella, Ponte Caracciolo, Santacroce,(a Nord Owest) - Nazareth, Guantai, Camaldoli, Cappella Cangiani, (a Nord) Terravicina e La Vialletta (a Sud).
Perché di quest’agglomerato di Contrade e borghi, è presto detto, anzi sarà la nostra trattazione in questa breve storia cercando di giusticare il Perché e il loro ripopolamento.
Avremo cosi Vari capitoli del periodo Antico, Medio Evo, Rinascimento, Risorgimento, Unità d’Italia, la 1^ guerra Mondiale, ed infine quello dal 1943 al 2000.


La cava di Chiaiano



      

Le cave di Chiaiano





Cave di Chiaiano, dove è stata aperta la discarica



Cave di Chiaiano, dove è stata aperta la discarica








Capitolo I



Chiaiano nell’Antichità


Chiaiano, le sue origini non sono Etrusche, né Volsce, nè Eque, bensì Osche e i suoi primi abitanti parlavano la lingua Osco-Sabellica (un linguaggio molto affine a primordiali vocaboli latini). Il suo territorio fu riserva di prodotti agricoli e di sorgenti d’acqua per i vari popoli, a cui apparteneva man mano, che gli avvenimenti di conquista si succedevano in quel tempo antico, perché era lontano dalla costa e nascosto dalla collina dei Camaldoli e da una fitta boscaglia, la ben nota Severa (ricca di rigogliosa vegetazione, con fauna selvatica addomesticabile e con una lussureggiante flora).


Mappa del parco delle Colline di Napoli ( selva di Chiaiano)

Zona boschiva di Chiaiano  ( la selva)










stradine della selva di Chiaiano



 Chiaiano, fu dunque territorio Cumano e poi Sannita e rimase tale fino a che sconfitti i Sanniti, nel 326 a.c., divenne come tutta la Campania, territorio Romano.
Tracce archeologiche di tutto ciò non sono più visibili nel suo perimetro territoriale, ma sono state invece riscontrate in alcuni siti della confinante Città di Marano e nel quartiere vicinoro di Marianella Piscinola, quando si sono sterrati i terreni per nuove costruzioni, (sia nel Comune di Marano nelle contrade di S. Rocco, del cimitero), sia nel Quartiere di Piscinola, quando è stato costruito negli anni sessanta (1960), il rione della cosiddetta 167 .
I primi abitanti di Chiaiano costruirono le proprie abitazioni sfruttando Il metodo dei primi Colonizzatori greci, ossia perforando il sottosuolo ricco della pietra tufacea (sottostante il luogo da edificare) ed estraevano blocchi grandi per le mura e meno grandi per le pareti delle loro case. Il nucleo abitativo più antico di Chiaiano si regge per lo più su un territorio bucherellato con caverne, vasche sotterranee, pozzi artesiani per captare le sorgenti d’acqua. Testimonianze di queste affermazioni si possono ammirare scendendo attraverso i pozzi esistenti nel palazzo della Paratina nella contrada di Polvica 


Villa Paratina,  a Polvica in via Barone
(un tempo ospitava l'attività produttiva
dello stilista, Livio De Simone) ora
in completo stato di abbandono.








e fino agli anni 1950 nel Palazzo del Barone al civico 19, ed in quasi tutte le vecchie abitazioni ubicate nel territorio. Tali vestigia attualmente sono andate perdute per distruzione per motivi di sicurezza e per cattiva opportunità abitativa abusiva (spesso giustificata da ingegnieri sprovveduti e senza cultura di amor patrio) eliminando spesso i pozzi e tutto ciò, che era antico con la scusante di vecchio ed inutile per la modernità.








Capitolo 2°





Chiaiano, il suo toponimo deriva dal Latino ?





Varie ipotesi sono state elaborate per definire il nome di Chiaiano, la più attendibile e la più logica deriva sicuramente dai Romani.
I romani infatti denominavano i primi insediamenti stabili in Oppidum o Castrum e per meglio identificarli anteponevano il nome del suo Primo insediatore, la qualità orografica della zona e spesso la distanza dal centro dell’Urbe (della Città). Col tempo Castrum e Oppidum si apocoparono in Anum e divenne il suffisso da aggiungere al nome del primo colonizzatore.
Quindi l’insediamento di Mario divenne per i Romani Marano (ossia Marius + anum), Giugliano (Giulius + anum), Calvizzano (Calvitius + anum) Antignano (Antinus+ anum), Chiaiano (Caius + Anum = Caiano e poi volgarizzato foneticamente in Chiaianum) o come detto dal tipo orografico della zona dell’insediamento, (Chiana - Plaja – Ghiaja + anum = Chiananum- Plajanum- Chioanum). I molti cedolari dei vari Duchi di Durazzo e dei Vicerè spagnoli nelle mappe antiche Chiaiano è indicata Plajanun- Chiaianun- Chiaiana. Oltre al nome, come detto alcuni siti invece come Miano, Secondigliano, Milano, il loro toponimo deriva dalla loro distanza dal centro dell’urbe; così Miano, poiché dista circa un miglio dal Centro (Milia + anum = Milianum), finché apocopato in Mianum ed infine Miano, lo stesso vale per Secondigliano (secondo miglio dal centro) o Milano (Mediolanum), ossia in medio, (in mezzo) della città , dell’accampamento).
Gli altri nomi delle contrade, Polvica, Tirone, Camaldoli, S, Croce, Cappella Cangiani, Ponte Caracciolo, Nazareth, la Vialletta, Terramicina e Campodisola hanno avuto una denominazione del tutto singolare, forse per soddisfare particolari situazioni economiche o religiose, che andremo innanzi a descrivere per appagare la curiosità.



Chiaiano ( corso Chiaiano) ex corso Umberto I
visto dalla strada S.Maria a cubito




















chiaiano_provincia




Corso Chiaiano  ( Ex Corso Umberto I )
vista dall'ex Municipio della circoscrizione




Via Emilio Scaglione (Antica S. Maria a Cubito A Chiaiano)
( meglio nota come fora 'a Vianova)





Chiaiano scorcio di via napoli
       



Borgo di Chiaiano , via chiesa


    

                                                                                                                         



                     Chiaiano - Chiesa S.Giovanni Battista







Capitolo 3°




Le Contrade


Polvica 







Polvica - Chiaiano  Chiesa di San Nicola di Bari
Dove c'è l'epigrafe di Pomponia Saturnina


Iscrizione scoperta nel !960, durante i lavori di ristrutturazione, voluta dal Parroco dell'epoca don Angelo Ferrillo, e si capì che tutta la zona della chiesa  sorgeva su una antica necropoli romana.
Tale epigrafe su un marmo salmastro, fu murata ed attualmente si può  ammirare  nell'accesso alle scale, che portano al campanile, e si legge a malapena  quanto segue:






D M
POMPONIAE L F
SATVRNINAE ET
BLAESIANO F EIVS
ET PLOCAMO MARITO
LIBERTIS LIBERTABVSQ
ET [E]IS QVOS A PLOCAMO
MANUMITTI
VOLVIT


«(Sacrum) D(is) M(anibus) Pomponiae L(iciniae) f(iliae) Saturninae et Blaesiano f(ilio) eius et Plocamo marito libertis libertasbusq[ue] et [e]is quos a Plocamo manumitti volvit»


La traduzione interpretativa dal latino di



(G. D’ISANTO, Scheda n. 8 in G. CAMODECA (a cura di), in «Puteoli Studi di Storia antica» VI (1982), pp. 153-156, fig. 7.)


«(Sacro) agli dei Mani di Pomponia Saturnina, figlia di Licinia. E a Plocamo suo marito e a suo figlio Blesiano, ai liberti e alle liberte la cui mano­missione ella concede a Plocamo»






Polvica, Quindi, è uno dei più vecchi casali, che sono situati nel territorio di Chiaiano.

 
Palazzo Angiulli a Polvica













 Il campanile della chiesa di San Nicola di Bari 
a Polvica-Chiaiano



 Il suo nome deriva da Pelvi, (bacino idrografico), zona di terreno le cui acque scorrono lungo l’alveo di un canale torrentizio, sottostante ad un altopiano o montagnola, nel nostro caso, l’alveo dell’ altopiano dei Camaldoli.
Da Pelvi si è passato a Pelvica poi a Publica come è citata nel proclama di Belisario, il famoso Generale di Costantinopoli, nel reclutamento obbligatorio (la nascita della Coscrizione - la chiamata alle armi obbligatoria) di uomini validi dell’entroterra Napoletano, dai casali di Piscinola, Plajano e Publica, nel 536 d.c. per ripopolare l’esercito imperiale, decimato da una pestilenza. Su un diploma del Re Roberto Guiscardo fu trascritta come Plubica (nel 1076), mentre Pulvica era indicata sui diplomi dei Re Angioini. Infine fu riportata come Polvica e con tale toponimo è giunta fino a noi, da quando fu data in feudo dal Viceré Conte di Monterrey a Giovan Battista Salernitano nel 1631.







 
Vico Croce a Polvica - Chiaiano(Cappella raffigurante la croce del Calvario
per dare l'ultimo saluto ai defunti verso il cimitero)






Chiaiano ( località Tirone vista dal Pendino)



Tirone, località appartenente al territorio di Chiaiano, zona situata su una collinetta, (rappresentante il limitare del Comune di Napoli), dalla quale scollinando, si giunge nel Comune di Marano, in località Poggio Vallesana. Proprio dalla vicina località Vallesana è avvalorata il toponimo di Tirone.
Tirone, schiavo di Cicerone, divenuto poi Liberto, quale dono ricevuto per i servigi a Lui espletati, come lo scrivere tutte le sue orazioni ed i suoi discorsi fatti nel Senato, in una forma sintetica, ma precisa, inventando così i primi embrioni della scrittura stenografica.
Tirone, malato di tisi era venuto a curarsi in una villa, donatagli dallo stesso Cicerone in quella zona, già nota ai Romani come salubre e miracolosa per guarigioni di quel male, nota come Vallum Sanun Attualmente è divenuta località turistica in quanto è uno dei siti gastronomica con il rinomato Agriturismo “Il Ciliegio”.
e "della masseria Fioretti".

Borgo di Santa Croce -Chiaiano
                                            



Santa Croce, è il borgo a nord- Est di Chiaiano, e la sua nascita, rispetto alle altre contrade, è la più recente. L’unica fonte della sua formazione ci è data dagli archivi ecclesiastici, in cui si parla di una antica cappella di S.Croce ad Orsolona, quando dipendeva giurisdizionalmente dalla Chiesa di S. Maria delle Grazie di Capodimonte. Nel 1688 fu costruita l’attuale Chiesa anch’essa intitolata alla Santa Croce, sullo stesso terreno (noto come Orsolona) della vecchia cappella. Il territorio della nuova parrocchia fu ampliato, comprendendo altre cappelle (Cappella dei Cangiani e quella della Reginae Paradisi ai Guantai) nonché tutta la zona di Nazareth.
Con la fine del feudalesimo e la nascita dei Comuni, il borgo di S.Croce entra a far parte (nel 1807) del territorio dei Comuni Riuniti di Chiaiano, Polvica e S.Croce. Subì così tutte le vicende politiche e amministrative dei Comuni Riuniti facendo parte del
Circondario di Marano, mentre come giurisdizione ecclesiastica apparteneva alla Diocesi di Pozzuoli. Infine nel 1926 durante il periodo fascista divenne insieme a tutti i Comuni riuniti quartiere di Chiaiano e Uniti, facente parte della Grande Napoli.
Ingresso del  Parco dei Camaldoli








Interno della chiesa dei Camaldoli
    







Eremo dei padri camaldolesi ai Camaldoli
                                                   

Camaldoli, è il borgo, che agglomera l’antica Osteria della Decima, la località Nazareth ed al culmine dell’altopiano la zona dell’eremo dei Padri Camaldolesi. Questa parte di territorio è nota soprattutto per l’eremo e per il panorama, che si scorge dall’alto, da dove si possono mirare i quartieri di Pianura, Fuorigrotta, fino a raggiungere la vista Bagnoli ed il mare. La collina ha origini antichissime, Tommaso dell’Erba nel suo libro (Camoldoli, il Colle delle leggende dei dintorni di Napoli) dice che fu abitata dai primi colonizzatori greci (gli Elleni), che per propiziarsi gli Dei olimpici eressero templi un po’ dappertutto sul collinoso territorio partenopeo.
Edificarono un tempio ad Zeus Pausillipe (Giove) sulla collina del Capo di Posillipo ed un altro a Hera (Giunone) sul punto più alto dell’estesa collina vomerese (esattamente 459 metri s.l.d.m.), che s’affacciava sui campi flegrei, e fu chiamato Hermon, (monte consacrato ad hera) tra boschi folti di querce, di pini e castagneti. In seguito la collina dei Camoldoli fu descritta nella pubblicazione (Descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze) a cura di Gaetano Nobile (Napoli 1855) era conosciuta come Monte Prospetto fin dal 453, vale a dire dalla fondazione della Cappella sul Monte Prospetto e di un monastero, voluta da San Gaudioso, il Vescovo Di Napoli di quell’epoca, noto per le famosissime catacombe a Lui consacrate nel rione della Sanità.
La collina dei Camaldoli, oltre ad essere il punto più alto di Napoli, è soprattutto nota per l’aria salubre e per le famose scampagnate del Martedì in Albis, che si facevano nella selva circostante l’eremo. La zona dei Camaldoli è stata poi immortalata dalla ben nota canzone (Tarantelluccia) quella che dice…

……” ’Na casarella pittata rosa ‘ncoppa ‘e Camaldole vurrià tenè, “
 per osannare l’amenità del luogo, che tanto benessere riceveva chi vi soggiornava o vi abitava già nell’antichità, tanto che era luogo rinomato di villeggiatura nel secolo scorso.

Palazzo antico del borgo nazareth ai Camaldoli



 Tra i più famosi villeggianti si annovera il poeta Giacomo Leopardi, che fu lungamente ospite nel castello dell’ultimo conte dei Camaldoli, Don Francesco Ricciardi, uomo colto ed illustre dotto, amante della botanica, tanto che nei giardini circostanti il maniero erano coltivate piante rare, veri, tesoro della botanica.



Antica PIazza di Cappella Cangian













 
Tela raffigurante la Madonna di Cappella Cangiani




Cappella Cangiani, borgo sorto a ridosso dell’omonima chiesa, nota come Cappella dei Cangiani. In un primo momento la località era nota come limite di confine tra il Territorio dei Comuni Riuniti di Chiaiano, Polvica e S.Croce, per cui v’era il cosiddetto muro daziario e la barriera doganale, ancora oggi visibile all’incrocio di via Mariano Semola. Fu contesa, come borgo, sia dai Comuni Riuniti ed il Comune di Napoli. La controversia fu vinta nei confronti del Comune di Napoli dai Comuni Riuniti solo verso il 1831. All’apertura della strada Arenella - Cangiani oggi via Domenico Fontana e Via Mariano Semola e con la costruzione dei vari Ospedali (Monaldi - Cardarelli – Cotugno – Pascale) e da una proliferazione di Costruzioni di civili abitazioni senza un controllo di programmazione, Cappella Cangiani è divenuta molto popolata tanto, che è divenuta una delle più affollate zone della città.






Piazzetta ponte caracciolo a Chiaiano


Ponte Caracciolo, nato come borgo rurale, ossia come masseria, appartenuta ai Principi Caracciolo e poi trasferita ai conti Bisogni.
Il toponimo deriva dal fatto che nella zona, nota come la selva Caracciola, per accedere meglio alla località dello Scudillo fu costruito un ponte ancora esistente per superare l’alveo naturale e torrentizio del Vallone del Furlone. E’ divenuto un crocevia importante negli ultimi tempi per la sua vicinanza agli ospedali (Cardarelli - Policlinico e Cotugno), in quanto è collegato con Chiaiano, per mezzo della via Toscanella e continuando con la tangenziale Est chiaianese all’ Asse Mediano; a mezzo l’ex via Miano Agnano al Furlone, tagliando la strada Provinciale S. Maria a Cubito; a mezzo poi, via Orsolona ai Cangiani si unisce biforcandosi alla via Scudillo e alla via M. Semmola.



Nazareth,                             

Palazzo antico del borgo nazareth ai Camaldoli





Borgo antico risalente all’incirca nel 1100/1200 per la datazione approssimativa degli affreschi, che sono collocati nell’omonima chiesetta di S. Maria a Nazareth ed attorno alla stessa come di consueto in quegli anni fu costruito, ad opera dei signori Diano che ne divennero i padroni incontrastati di questo piccolo feudo, un primo manipolo di casette rurali per i loro servi e contadini, che erano dediti alla raccolta delle castagne ed al taglio della legna della selva circostante. Dopo i Diano il Feudo passò ai Capece, signori di Antignano e di S.Giovanni a Teduccio, tra cui il celebre Scipione Capece che volle edificare una chiesa dedicandola a S. Giovanni Battista, vicino alla prima. Il villaggio passò ai Signori Capuano, ed anche essi edificarono una terza chiesa dedicata al Salvatore, che divenne nota col nome di Salvaturiello, per distinguerla dalla più grande, che era localizzata più sull’ estremo altopiano 




“S. Salvatore. a Prospetto” . Infine il borgo con tutto il circondario fu acquistato dal Patrizio Giambattista Crispo, illustre giureconsulto, che ritiratosi dalla vita pubblica per motivi di salute, vi si stabilì definitivamente e vi fece costruire una villa regale (con giardini,orti, fontane, laghetto) che nulla aveva da invidiare alle antiche ville romane di Mario e Lucullo.




Alla sua morte per usurpazione divennero Signori di Nazareth i Luguzio, che vendettero il borgo ai Patrizio (Conti di Pianura) ed infine con l’eversione feudale (1806) che confiscò il patrimonio feudale ed i beni ecclesiastici, che divennero Demanio. La zona fu acquistata poi da Francesco Ricciardi, (dei principi di S. Arcangelo) e nel 1814 da Giacchino Murat ottenne, per i servigi resi alla corona, di fregiarsi del titolo di Conte di Camaldoli. Francesco Ricciardi (il conte dei Camaldoli e principe di S. Arcangelo) che vi soggiornò fino alla morte (abitando nella villa che fu del giudice Giambattista Crispo).ospitando molti uomini illustri, desiderosi di trascorrere ore liete nel verde della selva camaldolese.


La contea passò infine ai Marchesi Verusio, che smembrarono l’intero feudo in tanti appezzamenti di terreno e furono proprietari ultimi fino quasi ai nostri tempi, come ricorda un lapide dedicata a Francesco Verusio, che nel 1927 donò ogni diritto sulla chiesetta di S.Maria a Nazareth alla comunità locale, in essa conservata .









Mausoleo Torricelli  Lungo Via Vecchia Chiaiano - Piscinola


         




                                    
 a Vialletta, località, situata a valle della circoscrizione di Chiaiano o meglio ai confini del comune di Mugnano di Napoli e del quartiere di Piscinola, è contrassegnata dalla via Antica di Chiaiano, che partendo dalla via Spinelli scende parallelamente al viale Bunel biforcandosi con un ramo verso sinistra passando vicino al mausoleo Torricelli della omonima masseria, e quella più famosa masseria del Marchese di Campodisola, mentre verso destra, sorpassando il vecchio e stretto ponte della ferrovia di Piedimonte d’Alife, giunge attraverso campi pianeggianti nella nuova località di Scampia (la zona della 167 ,una volta territorio di Piscinola). Attualmente la zona è nota per come il Parco Spinelli con una serie di alloggi popolari edificati a seguito del terremoto del 1980 e noti come 135 alloggi e poi si è arricchita dei campi di pallone San Francesco e di varie villette a schiera ai margini propria della Via Antica Chiaiano.












Terravicina, Borgo noto come “‘a Cantina ’e Cape ‘e Ceccio” che era situata nella parte che affaccia sull’attuale S.Maria a Cubito verso Il comune di Mugnano, nell’antica Masseria di San Gaudioso che apparteneva già dal 1600 ai marchesi Lucina ( divenuti dal 1600 al 1700 signori incontrastati di Chiaiano, possedendo vari palazzi e terreni del Casale) mentre prima era dei Marchesi San Felice, che l’edificarono sopra un convento dei monaci Basiliani. 


 
 Il portale di piperno di San Gaudioso
della Masseria di Terravicina
sulla via S. Maria a Cubito, dove un tempo
esisteva il convento dei monaci Basiliani



 
Chiaiano , località Terravicina
niota come "  'A Cantina 'e Cape 'e Cecce"




 Durante l’ultima conflitto mondiale a Terravicina avvenne la cattura di un soldato Tedesco e l’uccisione di un altro, che transitavano con un sidie-car per la via S.maria a Cubito diretti a Mugnano, dai partigiani Chiaianesi durante le 4 giornate di Napoli. ( la storia della vicenda sarà narrata nel capitolo Chiaiano nella II^ guerra mondiale). Da Terravicina attraverso la Purchiera (la parte agricola della Masseria dove si allevavano porci (Maiali) 
la masseria " la Purchiera" alle spalle di Terravicina



si accedeva al Fondo rustico , noto come Masseria Campodisola , chiamata dai locali in dialetto (Campuriseme).


Borgo di Campodisola
Masseria di Campodisolacome si presenta oggi









Facciata esterna della cappella della
          chiesetta di Campodisola
Interno della Cappella della Chiesetta Di campodisola






Campodisola, Più che un Borgo, Campodisola era un tempo una masseria,

Masseria di Campodisolacome si presenta oggi


 che sorse come rifugio provvisorio dei braccianti impegnati nella coltivazione degli estesi campi a cui facevano capo territorialmente ed infeudati ad un unico Signore (come lo erano tutte le masserie della zona).
La Masseria una volta era collegata direttamente al Comune di Chiaiano da un viottolo di campagna che attraversando la Purchiera, zona agricola adibita all’allevamento dei porci (maiali) in dialetto napoletano (puorche), si raggiungeva via Ponte del Castagneto (ora Via Aldo Cocchia) e da lì via chiesa di Chiaiano, via Tiglio e piazza Margherita.



Cappella dei Conti Lucina attigua al palazzo dei Lucina




Originariamente pare fosse appartenuta ai “Conte Lucina” che l’aveva avuta assegnata dal Tribunale a seguito di una causa nel lontano 1649 togliendola alla famiglia dei Caracciolo, già proprietari di diversi fondi e palazzi nel casale di Chiaiano. Nel 700 passò alla famiglia dei Conti Desiderio, i quali imparentatesi con la famiglia D’amore ne ereditarono la proprietà e la detengono ancora attualmente. Del rapporto di parentela dei Desiderio e dei D’amore è testimonianza e prova la cappella gentilizia che si erge nel cimitero di Chiaiano, che reca l’intestazione appunto di Desiderio-D’amore, dove riposano i corpi appartenenti alle due famiglie fin dall’edificazione del Cimitero avvenuto completamente nel 1855.
La Masseria di Campodisola (‘o meglio nota come Campuriseme) fin dall’unificazione del regno d’Italia era anche sede di una prima forma di Scuola elementare pubblica, che terminò la sua funzione durante la I^ guerra Mondiale, anche perché dopo la costruzione della Nuova Casa Comunale (avvenuta esattamente nel 1889) e completata nel 1926 l’attività scolastica fu trasferita nell’intero piano inferiore a livello di strada della stessa, sia come scuola Maschile e Femminile elementare, mentre il piano superiore fu adibito esclusivamente alla sola amministrazione Municipale.








Capitolo 4







Chiaiano nel Medio Evo






Dopo il periodo romano e particolarmente quello imperiale, i primi insediamenti di famiglie nei territori posti a nord della città di Napoli dietro le colline di Capodichino e Capodimonte ( Chiaiano – Polvica. S.croce- Camaldoli) avvenivano con scopi prevalenti per lavorare i campi o rivolti ad attività silvo-pastorali. Tali insediamenti nel tempo si organizzarono in centri abitati, qualificati con mulino, forno, taverna e Chiesa, divenendo così Casali, (la parola deriva da casati, contadini terziari o parzionari, a cui i monasteri, proprietari dei terreni, affidavano la coltivazione e lo sfruttamento agricolo degli stessi con l’obbligo di risiedere sul posto).
Questi centri abitati, per mancanza di efficienti strutture stradali, erano sparsi tutt’attorno alla cinta muraria della città di Napoli e rappresentarono la Provincia di Napoli nel 1806, mentre prima era nota come la Terra di Lavoro, (la Liburia) territorio tra le note città di Nola, Capua e Pozzuoli.
La nascita dei Casali rappresentò un enorme gettito fiscale, per i regnanti, in quanto alle popolazioni del casale era imposta una tassa annuale, detta Focatico del valore di circa 186 once. Con la venuta degli Angioini i casali furono considerati terre del ”Regio Demanio” e dovettero soggiacere a maggior peso fiscale degli altri sudditi del Regno pagando un supplemento di 3 Tareni ( plurale di Tarì – moneta d’oro dell’epoca ) all’anno alla Regia Corte.
Nel periodo del Vicereame Spagnolo per estorcere denaro a beneficio dei Re spagnoli furono messe in vendita tutte le terre demaniali, compresi i casali, concedendole in feudi. Per questo motivo sotto il viceregno del Viceré Manuel de Acevedo y Zunigo – Conte di Monterey, la nostra zona, che all’epoca si estendeva da Capodimonte fino alla collina dei Camaldoli, fu concessa nel 1631 in feudo come Baronia a Don Giovan Battista Salernitano, padre del Principe Francesco Salernitano, la cui salma fu seppellita nella chiesa di S.Maria delle Grazie a Capodimonte, che rientrava a quell’epoca nel suo feudo.
Alla sua morte il feudo fu diviso in varie zone, il Feudo di Polvica fu acquistato da Nicola Salinas, che divenne il primo Barone di Polvica, mentre quello di Chiaiano, che era rimasto “Regio Demanio” fu concesso alla famiglia Caracciolo di Castagneto. 

Ponte , che univa il palazzo dei Caracciolo di Castagneto 
con la tenuta agricola di Campodisola


Nel 1709 il feudo di Polvica fu venduto a Don Girolamo de Aloisio e da questi al Barone Don Giuseppe Manni, che infine lo cedette ai Marchesi Mauri nel 1761. L’ultimo feudatario del Feudo di Polvica, si ha notizia certa, fu il Marchesino Carlo Mauri, eroe e martire della Repubblica Partenopea del 1799, che fu giustiziato il 14 dicembre del 1799 con la decapitazione e il suo palazzo e le sue terre furono confiscate.





Del Marchesino Carlo Mauri, (oltre ai Diari napoletani dal 1798 al 1800 di Carlo De Nicola, una bibliografia attenta e minuziosa ci è stata fornita dalle ricerche del prof. Domenico De Luca), sappiamo che fu un insigne Comandante del Primo Battaglione della Guardia Nazionale della Repubblica Partenopea del 1799, fu membro effettivo di diverse Commissioni, quella dei Dodici Probi Cittadini , quella della Municipalità e di quella della Toponomastica .




Capitolo  quinto







Chiaiano durante il Risorgimento






Definito comune, dopo l’eversione feudale avvenuta il 1806 e operante nel 1807 con decreto del Re dell’epoca, Giuseppe Bonaparte, il territorio di Chiaiano è denominato “ Comuni Riuniti di Chiaiano Polvica e Santa Croce.
Il nuovo comune Iniziò un periodo d'autonomia amministrativa rientrando nel Circondario di Marano, mentre ecclesiasticamente apparteneva al Distretto della Diocesi di Pozzuoli.
La Giustizia Civile era amministrata da un Giudice Conciliatore comunale, mentre quella Penale dal Giudice del Circondario.
L’istruzione pubblica era gestita prevalentemente da una giunta residente nella capitale, a Napoli; che provvedeva per tutta la Provincia napoletana alle dirette dipendenze del rispettivo Ministro dell’istruzione, nominato dal Re. In un primo momento anche per la distanza tra i veri centri logistici dei comuni riuniti si crearono tre distinte scuole pubbliche, una a Chiaiano nel casale di Campodisola, una a Santa Croce nel borgo Orsolona ed una su a Nazareth  nel borgo Camaldoli e diverse succursali, che furono ubicate nelle contrade dei Calori di sotto, del Tirone ed a Ponte Caracciolo per le esigenze della platea scolastica sparsa nelle diverse masserie, e casali del vasto territorio.

martedì 6 maggio 2008

Processo a piazza del plebis/ 3^ puntata


Terza Puntata

Ancora dibattimento processuale

Piazza del Plebiscito a Napoli
(

Dopo l’edotta arringa di Antonio Gramsci, mi fu consegnato una nota dal Giudice a latere Paolo Emilio Imbriani, in cui mi si informava che tra gli spalti c’era una rappresentanza della città di Genova, (che trovandosi per motivi sportivi in città per festeggiare il gemellaggio per il ritorno nella massima divisione delle competizioni agonistiche del giuoco del calcio), desiderava voler testimoniare contro l’odiato re Vittorio Emanuele II, poiché anch’essi si stavano prodigando per far rimuovere un’altra sua statua nella loro città, in quanto per i genovesi il suo ricordo, rappresentato anche se da un monumento, è un'offesa a quanti si ribellarono alla cosiddetta causa dell’unità e furono uccisi e trucidati nel 8 aprile del 1849 e di essi non si ha nessun ricordo, neanche sui libri di storia.

Questi genovesi si presentarono come militanti dell’ARGE Associazione Repubblica di Genova) e testimoniarono che si stavano battendo,

 
Statua di Vittorio Emanuele II
a Genova in piazza Corvetto



  per dare lo sfratto dal centro della Piazza Corvetto di Genova alla statua equestre del Primo Re d’Italia, con una richiesta avanzata alla Regione , alla Provincia ed al Comune firmata da migliaia e migliaia di cittadini liguri. Tale richiesta era mossa dal fatto che Genova non può ricordarsi ogni giorno di Vittorio Emanuele II, la cui arroganza fu capace di uccidere con una dura repressione i patrioti liguri,











Targa commemorativa
 in ricordo dei cittadini crudelmente uccisi a Gevova 8 aprile 1849
Per volontà di Vittorio Emabuele II di savoia

















che si batterono a centinaia per la loro autonomia e non desideravano affatto far parte del regno piemontese, tanto che lo stesso definì (I genovesi? 
Una razza vile di canaglie), mentre vorrebbe ricordare quelle povere vittime massacrate l’8 aprile del 1849 con una lapide con tutti i nomi e cognomi per simboleggiare attraverso i secoli, che la forza, l’autorità non unisce, affratella, invece, il dialogo, la cooperazione e lo spirito di non sopraffazione di un popolo o di una razza sull’altra.
Terminata la testimonianza della delegazione dei Genoani presenti nella piazza, tra la folla che assisteva a quell’improvvisato processo si commentò con un’indignata convinzione con frasi di questo genere a viva voce: “ Ma chistu Savoia ere veramente ‘nu piezze ‘e fetente, ( Vittorio Emanuele II) comm’ aimme fatte a suppurtà’ a ‘sta specie ‘e rignanti e tutte ‘a razzimme llora! So’ state mariule, hanne fatte accidere ‘a tante giuvene nuoste pe’ ghì a fa guerre, ca ‘nce ‘nteressavene! S’è sapute ca vulessene turnà ‘n’ata vota a Napule, da do se ne partettene doppe ‘o Referendum do 2 giugno do 1946! Ma chiste so’ pazze! Nun ‘e vulimme manche comma turiste!” Qualcuno si permise di contrastare che i Savoia, che sarebbero venuti a Napoli, sono il figlio (Vittorio Emanuele IV ) e il nipote (Emanuele Filiberto) dell’ultimo Re Umberto II (il cosiddetto re di maggio) e che nulla avevano a che fare con I Savoia, che avevano effettivamente regnato per circa 100 anni dal 1860 al 1946). Ottenuto il silenzio della folla mi permisi di leggere alcune considerazioni di un eminente giornalista napoletano, che pur accettando malvolentieri il rientro dal forzato esilio, voluto dalla maggioranza di centro destra del signor Berlusconi e dall’avallo della legge promulgata dal Presidente della Repubblica Ciampi, non si può assolutamente dimenticare che, gli antenati di questi discendenti Savoia, furono degli invasori, dei saccheggiatori, dei massacratori e degli annientatori della nostra memoria storica e delle nostre radici, verità che
sono ancora oggi opportunamente nascoste, per ciò non devono essere ricevuti con onori e cerimonie riservate al loro vecchio lignaggio, ma essere accolti soltanto come privati cittadini della Repubblica Italiana.
Prima di far proseguire il dibattimento con le deposizioni d'altri testimoni a favore e contro, mi permisi di esprimere un mio pensiero sull’opportunità dei vari pregi del popolo di Napoli, a proposito dell’Ospitalità, “ Noi napoletani siamo persone molto accoglienti. Abbiamo ereditato dai Greci il senso della sacralità dell’ospite. Esprimiamo la nostra cordialità sia verso i potenti, che verso le persone comuni. Aiutiamo tutti e sentiamo il forestiero come una persona di famiglia. Lo rispettiamo senza, però, sottometterci.”
Le testimonianze d’ascoltare erano tante, allora, decidemmo d’accordo col Giudice a latere Paolo Emilio Imbriani di aggiornare la seduta all’indomani mattina verso le dieci tempo permettendo invitando tutti i presenti e così si procedette.
L’indomani era una meravigliosa giornata di primavera con un venticello marino, che attutiva i caldi raggi del sole, per cui assistere al prosieguo del processo risultava cosa abbastanza piacevole ed interessante.

Vollero testimoniare per conto dell’accusa alcuni eminenti studiosi e storici come L’onorevole Francesco Saverio Nitti,

  
On. Francesco Saverio Nitti




che pur non risultante un filo Borbone, iniziò col dire: “prendo la parola per dimostrare che spesso dalle apparenze e dalle errate convinzioni, bisogna stare molto attenti per poi emettere giudizi affrettati ed ingiusti. Gli avvenimenti storici vanno letti dall’angolazione prettamente economica, che è sempre poi quella, che muove il mondo. E come sempre ci troviamo al solito interrogativo “Cui Prodest”.
Non si può alcunché discutere che il Reame dei Borboni, nel 1860 ero lo stato più ricco di tutta la penisola, tenuto conto della quantità di circolante e del rapporto di conversione
Lira – Oro di 1 : 1 e non era secondo a nessuno in Italia per innovazioni industriali, commerciali, medico sociali, agricolo-manifatturiere. Insomma era uno stato all’avanguardia in Italia e in Europa. Non sto inventando nulla, ci sono documenti e scritti, che dicono ciò che sto affermando, le riserve del Banco di Napoli e quelle del Banco di Sicilia erano, di gran lunga, le più cospicue di tutti gli altri stati d’Italia messi insieme.
Il potere d’acquisto del Ducato (Moneta d’oro circolante a quel tempo nel regno delle Due Sicilie) valeva 4 volte e ½ la Lira (Moneta d’oro circolante nel regno di Sardegna).
La tassazione dei Borboni era permanente ricondotta alla fondiaria, a quella del registro, a quella sul lotto, alla posta e naturalmente quella delle tasse indirette che comprendevano i tabacchi, le carte da gioco, la dogana, la polvere da sparo per la caccia ed il sale.
La tassazione dei Savoia era insopportabile anzi se ne inventavano una al giorno, come quella sulla manomorta, sulla successione, sulla donazione, sui mutui, sulle adozioni, sull’emancipazioni, nonché quella sulle spese per la salute (ora si sarebbe chiamata tickets su farmaci, sulle analisi). Quindi ad onor del vero a conti fatti I sudditi del reame borbonico pagavano ogni anno a Francischiello 14 lire pro Capite, mentre i sudditi dei Savoia (piemontesi, liguri, sardi) almeno il doppio.
Tutto questo che sto dicendo è stato per un secolo e più tenuto nascosto e si è mistificato la realtà, perciò la verità, che coloro che credettero in buona fede, come il sottoscritto, alla favola dell’unità, fu scientemente coartata con protervia e acrimonia da quelli che machiavellicamente se ne servirono per gli interessi propri, occultando e facendo scomparire documenti contabili.”
On save’, avite viste sto ‘n’ata vota cca, stammatine! So ccose veramente ‘mpurtante, ca s’hanne sapè’! agge fatte venì’ pure a ‘sta amica mia, ca è ‘ngnurante, ‘a puverelle nun è jute maje ‘a scola, ma è assale ‘nteliggente e tene tanta curiosità ‘e conoscere ‘a storia e ‘a verità.” Il buon don Saverio sorridendo rispose: Avite fatte buone, cheste so cose ca s’hanne sapè’ e s’anne dicere pure all’ati ggente, nun s’hanne tenè’ nascoste!|

Mo stammece zitte! O si no, nun se capisce niente!.”
Anche se non fu un grande oratore, comunque fu un gran principe del foro, e per la sua onestà, umiltà e preparazione giuridica, fu scelto come primo presidente della nascente Repubblica Italiana, prima provvisorio durante i lavori dell'Assemblea Costituente e poi definitivo dopo l’approvazione della Costituzione repubblicana dal 1 gennaio 1948, italiana, fu invitato a rendere comprensibile il suo autorevole pensiero.
Penso che si era capito, si sta parlando


Il Primo Presidente della Repubblica
            Avv. Prof:.
Enrico De Nicola



                             


                                                
dell’Avv. Professore Enrico De Nicola, che subito esordì affermando :
“ Ho vissuto in prima persona il trapasso dalla Monarchia alla Repubblica e mi dovete credere ho dovuto sudare sette camice per convincere il vecchio re Vittorio Emanuele III, a lasciare il trono dopo l’impatto formale della sconfitta a seguito dello sbarco degli alleati in Sicilia, convincendolo a lasciare la corona senza abdicazione e nello stesso tempo agevolare il passaggio del potere dalle sue mani mediante la creazione dell’istituzione della figura del Luogotenente, che sarebbe stato affidato al figlio Umberto II di Savoia.” “Dopo il Referendum popolare e la proclamazione della Repubblica, fui eletto Presidente, avrei potuto farmi promotore di far procedere a cancellare ogni traccia del passato sistema monarchico, come si era soliti fare in queste occasioni, abbattendo statue, monumenti, cambiando nomi a piazze, a strade, ad istituzioni, che portavano nomi dei Savoia; non lo proposi, perché il passato è storia e come tale va studiata, analizzata, criticata, ma non si può cancellare, rimane impressa nella memoria delle genti, è la cultura di un popolo. Lo fecero i primi regnanti sabaudi è fu un grave errore, perciò non sono sicuro che abbattendo nell’ottava nicchia del palazzo di questa splendida piazza la statua di Vittorio Emanuele II , rendiamo un buon servizio alla storia di questa città e lasciamo tutto come sta e pensiamo solo a non ripetere gli stessi errori e perdoniamoli, ormai sono morti, quelli che ci hanno fatto del male.”

Ha parlate, parlate, ma c’accucchiate, se puteve risparmià, nun m’ha convinte pe’ niente e allora, pecché se sta facenne ‘stu pruciesse! Eppure ere ‘nu personaggio importante ‘stu De Nicola, agge sapute ca rifiutaje ‘o stipendie da capo do’ stato, a chell’epoca erene 12 milione ‘e lire all'anne ('n'operaie pigliave 10mila lire 'o mese) ere modesto, umile e nun apprufittaje d’ ‘a carica pe’ se accuncià’ ‘e fatte suoje, comma fanne mo’!” Donna Concettà rivolta poi a Don Saverio ‘o pensiunate. continuò esclamando tutta scocciata “ Chisti Savoia ‘nce hanne fatte sule guaje, senza penzà po’ ‘a fatica,. ca nun nce ne stà’, manche pe’ chille c’hanne studiate! ‘Nu giovene, si vo' magnà o si vo’ criarse ‘na famiglia, comma fa ad accaterese ‘e mobbele? Comme fa a fittarese ‘nu quartine? se ne addà ‘ì’ sule fore!”
Don Saverie le rispose tutto agitate: “ e
hanne emigrà’, però s’hanne mettere l’anema ‘npace, ca si vonne turnà a Napule, ‘nce tornene viecchie e rimbambite, pe’ venì’ sule a murì!. Comme facettere ‘e nonne nuoste doppe l’unità d’Italia, ca jettene in America, in Australia, in Argentina, in Brasile, e 'a' maggioranze ‘e llore non è cchiù turnate. Doppe l’urdeme guerra speravame ca l’emigrazione fosse fernute, invece, fecettere ‘a stessa ccosa, facettere ‘o stesse ‘e valigge ‘e cartone e se ne i

jettere in Germanie, in Belgie, in Francia, in Svizzera, in Inghilterra, insomma aro ‘nce steve ‘nu poche ‘e fatiche, pe’ nun murì’ ‘e famme, là si ieve. Onna Cunce’ ! pure mo’! è ‘a stessa cosa! “ “ ‘Nce contene chiacchere una continuazione, accuminciajene ‘e rignante piemuntese, po’ so venute ‘e guvernante da ripubbliche, Democristiane, Libberale, Sucialisti, pe’ fine ‘e Cumuniste, ‘a storia nun è cagnate, appene s’assettene ‘ncoppa a chelli seggie a cumannà', se scordene do passate e de’ prubbleme da' povera ggenta e penzene sule ‘e fatte llore!”
Ascoltando questi insigni persononaggi, che avevano preso parte al dibattimento, mi convincevo che siamo stati un popolo, che ha subito più di tutti, (senza andare troppo in là con le generazioni) spesso invasioni militari straniere, alle quali anche se ci si opponeva in modo valoroso, ugualmente  si era costretto a subire decine di migliaia di morti, mortificazioni e sopprusi di ogni genere. In molti casi per sfuggire all’angherie dei sopraffattori e per non sottomettersi alle loro imposizioni, in moltissimi preferirono emigrare per terre assai lontane.






Quanto prima ci sarà un'altra puntata prima del verdetto