venerdì 31 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 8^ punt/ giuochi vari

 Capitolo Tredicesimo

Chiaiano nel dopoguerra come si giocava in quegli anni quotidianamente

Continuo del capitolo precedente

  Alla propria abilità per strada si giocava, pure servendosi di giocattoli fabbricati artigianalmente, spesso personalmente, dando sfoggio alla propria fantasia ed ad imitare le cose dei grandi pensando di divertirsi meglio e così si utilizzava:
Il Ferro, specie pezzi d’aste, canne o tubi vecchi. per fare spade con else, stagnole per fare elmetti, nonché i fili di ferro resistenti per fare la guida ai cerchioni di bici o ruote in genere per fare:

 
la Corza del Chirchione
(La corsa del cerchione)




(passeggiata o piccola corsa tenendo per la mano, un filo di ferro rigido che reggeva e guidava il cerchione).

 



                  la Corza do' Chirchione 'e bicicletta
(La corsa con il cerchione di bicicletta)





Questo gioco era diffuso un po’ in tutta l’Italia. Nel nostro quartiere era chiamato “ ‘a mazza cu ‘o Chierchie (‘o Chierchione)” effettivamente era una ruota con una guida. Per giocare alla corsa con il cerchio (‘o chierchie) occorreva procurasi un anello metallico di adeguato diametro, che aveva la funzione di una ruota
In talune tradizioni era realizzato riciclando il cerchietto di zinco, che si poteva recuperare dai cerchioni usati nel mantenere le doghe dei grandi tini della vendemmia o delle grosse botti: erano quindi delle fasce metalliche circolari. Col passa degli anni Il cerchio ( '0 Chirchione) fu sostituito con quello delle biciclette senza raggi, ed era spinto e fatto rotolare per mezzo di un’asta metallo (mazza), la cui estremità inferiore era stata modellata a “U”, in modo da ottenere una sorta di gancio, che serviva a guidare la ruota. Tale asta era realizzata anche con un bastone, alla cui punta era inserito il gancio metallico ad “U”.
 
La corsa del Cerchio o del Chirchione



 Si facevano delle gare per cui ogni giocatore doveva percorrere con la cerchio-ruota un percorso prestabilito e disseminato di ostacoli. Il cerchio doveva essere mosso e guidato esclusivamente con la mazza. Durante la corsa, la ruota (‘o chirchione) non doveva cadere.
verificandosi tale accadimento, (il conducente abbinato alla ruota) era eliminato o gli era comminata una penalità.
Si subiva penalità anche in caso di mancato superamento di un ostacolo previsto nel tracciato del percorso. Vinceva chi, col minor numero di penalità, concludeva il percorso realizzando il tempo migliore.
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Con gli scarti di ferro, come i supporti metallici, i ferretti, che permettono l’apertura degli ombrelli, non più utilizzabili, recuperando quelli più lunghi si procedeva piegandoli per simulare gli archi per tirare frecce come gli indiani. 

Il Gioco con l'arco e le frecce, fatti con le aste di legno
e spago oppure in metallo, ricavate dagli ombrelli rotti.

 Utilizzo dei ferri di un ombrello rotto
Un arco teso con una corda per lanciare
 frecce come facevano gli indiani





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Non sempre erano reperibili scarti o pezzi di ferro, per cui si ricorreva in sostituzione con altri materiali come:

Il legno


Il suo primo utilizzo fu usato per fare un mezzo di locomozione, come lo fu appunto il Carroccio o Carruocciolo (carruoscele).
Tipo di carruoscele a tre rote con poggia piede





Il Carroccio (carruoscele) era una tavola di legna di forma rettangolare all’incirca cm.70/80 di lunghezza e cm. 20/25 di larghezza, poggiante su due assi fisse sporgenti inchiodati nel solo punto centrale, portanti ciascuno due rotelle all’estremità.
I
ragazzi più poveri utilizzavano come
rotelle, quelle di legno, (costavano poco), mentre i più facoltosi con l’avvento delle automobili le sostituirono con cuscinetti inutilizzabili di ferro provenienti da ruote d'auto, perché sballati. Questo giocattolo era la gioia dei ragazzi dell’epoca, che lo utilizzava dopo una breve rincorsa salendovi sopra, su discese abbastanza ripide riuscendo ad effettuare anche delle curve, grazie alla parte anteriore del (carruoscele), che era sagomato con due tagli ad angoli retti per permettere alle ruote anteriori di sterzare per mezzo di tiranti, collegati a queste ultime ad un manubrio fissato su un piccolo ceppo, posto sopra la tavola.
- Con tale veicolo costruito in modo del tutto artigianale si facevano, poi, delle gare di corsa e si saggiava la propria abilità
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Con pezzi e ritagli di legno si creavano tanti giocattoli, si fantasticava a fare la guerra e per questo si fabbricavano delle fantomatiche “ Pistole”, sagomate, come se fossero vere, avente però detonatori con un morsetto di legno, quello usato per appendere i panni (‘a mulletta), che pigiando su un piccolo petardo chiamato (Ferdinanto) posto sulla canna falsa dell’arma emetteva un piccolo botto.
Quelle costruite dai più grandicelli, ve n’era un tipo più conforme alla realtà, però pericoloso, ed era la “Pistola Cu’ ‘O Colpe”, che utilizzava come camera di scoppio, un proiettile di fucile usato e perciò bucato, che si riempiva di sassolini, che sarebbero fuoriusciti, spinti dal solito detonatore con lo sparo provocato da un piccolo petardo, detto pure (‘o trunariello) piccolo fuoco d’artificio, che pigiato con un morsetto sul solito (ferdinanto) scoppiava alla strega di un proiettile vero.
Altra arma utilizzata per simulare la guerra era, poi :

la Fionda

Fionda di legno fatta con un ramo a forbice






Fionda in esecuzione per lanciare
        

Arma prima campestre d'origine greca ed era fatta anch’essa di legno o meglio occorreva un rametto biforcuto con forma di forcella come una “Y “ di legno molto duro e robusto, alle cui estremità si era solito fissare due elastici di gomma, (provenienti dal tagliuzzamento di un pneumatico della ruota di una bicicletta o dalla camera d’aria delle ruote di un autoveicolo), che racchiudendo a loro volta una pezza di cuoio, che poteva contenere, per proiettare con una certa velocità per effetto degli elastici tesi, un oggetto più o meno piccolo come, (sassolini, pietre, pezzetti di ferro e vari materiali racchiusi nella pezzuola).

Sempre con il legno, infine era il gioco della :

La Lippa (‘a mazza e ‘o piveze)


la lippa ( 'a mazza e 'o piveze)








Atto di giocare a Mazza e piveze ( mazza e pindolo)
La Lippa (‘a mazza e ‘o piveze) era un giuoco da ragazzi di strada, che erano soliti praticarlo dopo l’acquisto del l’attrezzatura specifica occorrente per il gioco stesso.
L’attrezzatura era fatta in un piccolo bastone cilindrico (‘a mazza) lungo all’incirca cm. 50 e la lippa (‘o piveze) bastoncello di legno a forma di fuso lungo cm. 18, dei quali, cm. 4 in ambo i lati a forma di cono e circonferenza di cm.10 (costava poche lire).
IL gioco consisteva nel collocare la lippa (‘o Piveze) sulla base di legno; colpendo la lippa con il bastone sulla parte rastremata per farla alzare in aria; con un secondo colpo al volo ribattere la lippa (‘o Piveze) cercando di farla andare il più lontano possibile
Il campo di gioco, generalmente era un prato, o in ogni modo un largo spazio e doveva essere lungo almeno 100 metri e largo circa metri 50 entro il cui spazio doveva ricadere la lippa. ( ‘o Piveze).
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IL Gioco della Lippa si pratica alla stregua del golf e spesso era confuso nella dizione con
 “‘a Palle e ‘o Maglie” (Attrezzatura, consistente come il Cricket Inglese),
Giuoco della Palla e 'o maglie

Infatti la  palla ed il maglio detta pure (  pallamaglio) è un antico gioco all'aperto, originario di Napoli ed praticato gia nel milleduecento e che ha dato origine a numerosi sport moderni, come il golf, il croquet, l'hockey nelle sue varianti e il polo
L'attrezzatura del gioco solitamente si trovava e si vendeva unicamente nella fiera, che si teneva ogni anno nei pressi della chiesa del Poggio Vallesana a Marano di Napoli nel lunedì di pasquetta.
Regole di gioco della lippa (‘a mazza e ‘o piveze) e quella della ( Palla è ‘o maglie) erano per comodità uguali.
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Un gioco poi, che era il divertimento di bambini e anche di adulti, fu:

La trottola (‘o Strummele)

Strummolo arrotolato con spagno per essere lanciato


lancio dello strummolo
              


 La Trottola  ('0 Srtummele) è un gioco conosciuto dai ragazzi di tutto il mondo.
Era praticato spesso dagli adulti e richiedeva grand'abilità, una buon'esperienza ed un’ottima capacità di concentrazione.
Il gioco prende il nome dallo strumento giocattolo con cui si gareggia.
La Trottola (‘O Strummele) è un giocattolo di legno a forma di pera (cono), fornito di scanalature alla cui punta è collocato un chiodo o un pezzo di metallo appuntito che costituisce il perno su cui il giocattolo ruota.
Il giocatore avvolge, in modo ben serrato uno spago lungo le scanalature della trottola, quindi la lancia a terra trattenendo il capo dello spago, che svolgendosi scarica sul giocattolo una forza rotatoria,
prende il nome dallo strumento- giocattolo con cui si gareggia.
La Trottola (‘O Strummele) a seguito della spinta ricevuta dallo spago gira vorticosamente, poggiando ritta sul proprio perno. La si può prendere sul palmo della mano per meglio spingerlo sulla trottola ferma e beccarla o se non vi si riesce, tentare da terra a spingerla anche con lo spago da tiro verso quella ferma per effettuare la tozzata.
Per decretare il vincitore della competizione, di solito si stabiliva semplicemente, che, chi aveva fatto roteare a terra la trottola per il maggior tempo (Strummëlë ‘nterra). A volte oltre al tempo in cui la trottola girava, era calcolata la quantità di tozzate della propria trottola a quella ferma. Si poteva giocare da soli oppure in squadre. Nel secondo caso i tempi validi erano la somma dei tempi o la quantità delle tozzate praticate dagli appartenenti alla stessa squadra. Nelle competizioni a squadre, formate almeno da due giocatori: uno per ogni specialità, quella del tempo di roteazione e quella di saper tozzare).
 La trottola  ('o Strummele) doveva essere perfettamente equilibrata, percui occorreva spesso conficcare nell’intercapedine, (dove era innestata la punta di ferro), della paglia mista di sterco di cavallo a mo cuscinetto per attutire ed eliminare gli sbalzi continui, quando la stessa sobbalzava (teneva ' A Tettera) e non si fermava in un solo punto (come quand’era a pennella), ossia quando era perfetta).








Continua con nuovi capitoli appena possibile
è gradito un commento per incoraggiamento a proseguire


martedì 28 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 7^punt/ giuochi pe'strada

Capitolo Dodicesimo


Chiaiano nel dopoguerra come si giocava
in quegli anni quotidianamente


La generazione del primo dopoguerra, (quelli degli anni tra 1940 e 1950) i giuochi ed i giocattoli, non essendoci molti negozi di giocattoli per bambini, né fabbriche specializzate, (se non nel solo periodo natalizio), quei pochi giocattoli in circolazione erano appannaggio di soli ragazzi di famiglie facoltose che se lo potevano permettere, mentre la maggioranza per giocare e poter socializzare era costretta ad inventarseli, fabbricandoseli personalmente con molta fantasia e riciclando tutto ciò, che capitava loro a disposizione. Utilizzavano scarti, di pezzi di ferro, di tavole e mazze di legno, monete antiche, la gomma, ricavata da pneumatici per fare elastici, cuscinetti d’acciaio, sballati non più riutilizzabili degli assi di ruote automobilistiche, perfino sassolini di materiale consistente (‘e Vriccille, 'e vriccelle), cocci di marmo, ciottoli di sampietrini (‘e Cazzimbocchie) e frammenti di mattone (‘e Crastule).
La maggior parte di questi giochi si praticavano per strada, all’epoca non trafficata d’autoveicoli, e poi non c’era una gran circolazione.
I bambini moderni non giocano più nella strada e tutto questo ha portato alla scomparsa di molti giochi di una volta, percui se ne ignora perfino la loro esistenza e conoscenza.
Andiamo con ordine e spieghiamo in che consistevano i vecchi giuochi e l’utilizzo di quei rudimentali giocattoli.
In primo luogo affermiamo che c’erano giuochi, che non prevedevano alcun attrezzo o l’ausilio di giocattoli, ma solo la propria abilità e prestanza e capacità fisica, ed erano quelli, che praticavano i più grandicelli per fare gare divertendosi e misurandosi per dimostrare chi era il più bravo.
I più noti erano quelli di abilità come:

 

Il Nascondino o Rimpiattino, (annascunnarella)



Giuoco consistente nel sapersi nascondere dietro un dirupo, un albero o un vicolo per non farsi scorgere entro un periodo scandito a voce da colui, che doveva scovare i partecipanti, che era bendato per non vedere i nascondigli in una certa aria circoscritta.
L’Acchiapperello o la guardia e il ladro (acchiapparella),
Giuoco nel saper avvinghiare che tentava di sfuggire a colui, che era votato a fare la guardia per non permettere ai partecipanti al gioco di raggiungere la sponda, contrapposta nell’area destinata a terreno di gioco, ritenuta la meta di salvataggio, però, bastava il solo tocco al fuggitivo e la vittoria arrideva all’acciuffatore


 
O Zompacavallo (‘a cascecacuolle) 



 

O Zompacavallo (‘a cascecacuolle)


O Zompacavallo (‘a cascecacuolle)







Gioco a due squadre di uguale numero, quelli che si mettono “Sotto”, che rappresenta i cavalli e quelli di “sopra”, che devono saltare sui cavalli a cavalcioni (‘a cascecacuolle). I partecipanti dovevano dimostrare la propria abilità motoria, la capacità d’equilibrio e la personale resistenza. Era un gioco con regole ben precise e semplici. Definiti i capisquadra, si tirava a sorte la squadra, che per prima doveva andare “sotto”, ossia quelli che avrebbero formato una sorta di cavallo umano, mettendosi uno dietro l’atro con il capo e il busto piegati in avanti, e con le mani, che afferrano i fianchi di chi li precede. Il primo della fila si poggiava su un arbitro seduto e che stabiliva generalmente il tempo di resistenza di stare in cavalcioni della squadra, che si ponevano
“Sopra”o proclamare la vittoria dei “Sotto”, in caso di caduta di uno dei saltatori o semplicemente che toccavano terra con una parte del corpo. Gli elementi della squadra dei “Sopra” dovevano prendere uno per volta la rincorsa e saltare, mettendosi a cavalcioni sulla schiena di quelli che hanno formato il “cavallo”. Dopo che hanno saltato tutti, se il cavallo-umano cede e i concorrenti cadono a terra, vincono e le formazioni restano le stesse e si passa ad un nuovo turno di salti

                                                   

Il salto della cavallina (Une ‘mpont’ a luna o Uno 'a luna),


Il salto della cavallina (Une ‘mpont’ a luna o Uno 'a luna),

La versione più semplice chiamata anche “ Salterello “ si praticava con due squadre di cinque bambini, ciascuna.
Ogni bambino per squadra fungeva da “cavallina” permettendo di farsi saltare a gambe aperte dagli altri; poi tutti scalavano avanti di un posto. Vinceva la squadra, che i bambini saltando non avevano mai toccato il corpo di colui, che accovacciato, rappresentava la cavallina. E’ un giuoco tramandato per generazioni e sicuramente si praticava già agli inizi del novecento, anche se non è ben identificato il periodo d’origine.
Il giuoco rappresenta la più classica espressione d'intelligenza, agilità e coordinazione, la cui dinamica è molto somigliante allo sport olimpionico del salto del cavallo, era prevalentemente praticato da ragazzi di sesso maschile in età pre adolescenziale.
Lo svolgimento era molto semplice: prestabilito mediante una "conta" (‘o Tuocche) il partecipante giocatore, che farà da "Cavallina" (colui che restando fermo con le mani poggiate alle ginocchia e la testa in giù ben coperta per evitare eventuali contatti con i saltatori, assume la posizione del noto attrezzo ginnico), fungendo come appoggio, attendeva i compagni di gioco, che, eseguita una breve rincorsa, poggiandogli le mani sulla schiena si davano slancio per scavalcarlo mediante un salto a gambe divaricate. Per non essere penalizzati a fare la "cavallina", i saltatori non dovevano toccare l'avversario in nessun altro modo. Oltre al salto questo gioco aveva una sua caratteristica, distinguendolo da una qualsiasi prova ginnica, era la "voce" che ciascun saltatore era tenuto a dare come accompagnamento al proprio salto. La "voce", data prettamente in dialetto, differiva secondo il turno e descriveva in che modo sarebbe avvenuto il salto.
La “ Voce” declamata in perfetta lingua Napoletana, nel corso degli anni pur secondo le modifiche avvenute in ogni quartiere, la versione, più che si ricorda, di "Une ‘mpont’ 'a luna", è quella, che caratterizzava i sedici turni di salto:

1. "Une ‘mpont’ 'a luna" (in alcune versioni: Uno monte da' luna);
2. “Ddoje Bubbù ‘0 Cane'“ (Bubbù e Bubbà sono tipiche esclamazioni dialettali);
3. Tre 'a Rigginella o ‘a Figlia Do’ Re (forse dedica ad una regnante d'epoca);
4. Quatte Surece E 'A Jatte (in alcuni quartiere “ Quatte cavece in pacche “probabilmente solo per una questione di rime);
5. Cinche Furmelle Cu 'e MANE Pe' Terra (scavalcata la "cavallina" all'atterraggio ci si accoscia toccando con le mani il suolo);
6. Seje Piere ‘Ncroce e Falle Pure Tu (il saltatore atterra con i piedi incrociati e deve restare fermo, viene seguito allo stesso modo da tutti i saltatori, ben attenti a non toccarsi per evitare la penalità);
7. Sette Giorgette 'o cavece e 'a chianetta (al momento dello stacco il saltatore dà la cosiddetta "chianetta", ossia un calcetto sul sedere della "cavallina";
8. Otto 'o fravulare (ciascun saltatore effettua il salto con un oggetto personale mantenuto tra i denti: fazzoletto, chiavi, orologio ecc. ecc., che depositerà a terra in una posizione a scelta;
9. Nove Jamme a Recogliere (completamento del turno precedente in cui ciascun giocatore deve raccogliere con i denti l'oggetto personale precedentemente depositato);
10. Dieci 'o Palo 'e Fierro (scavalcata la "cavallina" il saltatore deve atterrare dritto, cioè in posizione perfettamente verticale);
11. Unnice 'e Statuine (a differenza del precedente turno il saltatore al momento dell'atterraggio deve restare immobile anche se è in posizione precaria ed attendere il salto dei compagni, assumendo in tal modo la postura di una statuina);
12. Durece Chelle Ca Une Vo’ (il saltatore effettua un salto a stile libero, cioè di fantasia: stacca con una mano, scavalca facendo forte pressione sulla schiena che in alcuni casi provoca il tracollo della stessa "cavallina", ecc. ecc.);
13. Tridece 'e Riavule (al contatto con le mani sulla schiena il saltatore è autorizzato a pizzicare, per questo la sfortunata "cavallina" di turno, si raccomanda di andarci piano);
14. Quattuordece 'a Lettera (ogni saltatore dedica una frase spiritosa alla "cavallina" che si appresta alla fine del gioco, ad esempio: caro amico stai per avere un bel paliatone);
15. Quinnece 'o Paliatone (il giocatore che a questo punto del gioco, riveste il ruolo di "cavallina", deve passare sotto il cosiddetto "ponte d''e mazzate");
16. Sidece 'o Fuja Fuja (in questo turno si decide chi sarà la prossima "cavallina", infatti, ogni giocatore al fine di prendere un buon vantaggio, effettua il proprio salto cercando di atterrare il più lontano possibile e a restare in questa posizione, fino a quando, all'atterraggio dell'ultimo saltatore, la "cavallina", in un totale fuggi fuggi generale, dovrà rincorrere ed acchiappare un compagno che farà da "cavallina" nel nuovo gioco).




. Contuerà con nuovi capitoli appena possibile
è gradito un commento di incoraggiamento  a proseguire

domenica 19 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 6^ punt/ frutti della terra


Capitolo Undicesimo

Chiaiano nel dopoguerra come si viveva quotidianamente negli anni dal 1948 al 1954



le castagne della selva di Chiaiano



Castagne lesse che si mangiavano come prima colazione








Castagne arrostite e tostate su una teglia bucata sul fuoco 
(le famose caldarroste, chiamate pure ‘e Verele)





La vita quotidiana pur lentamente riprende, la fame, la prima e più grande emergenza, fu soddisfatta grazie ai raccolti abbondanti di frutta e verdura negli appezzamenti agricoli della zona, non dimentichiamo che in quegli anni la maggior parte del territorio di Chiaiano era ancora prevalentemente agricola.
Si raccolsero derrate e prodotti agricoli vari, come broccoli, insalate, fagioli, patate ed ortaggi, nate spontaneamente, mentre la frutta curata amorevolmente da bravi contadini, in quegli anni, fu molto abbondante.

 Si ebbero fichi, cachi, noci, mele, prugne persino carrube (‘e Sciuscelle) e nell’attigua selva, (che si estendeva per circa un buon tre quarti dell’intera estensione della circoscrizione), che era ricca di un florido castagneto, si poterono raccogliere tantissime castagne, (fu una grande regalo della nostra amata selva) ed ogni famiglia poté riempire il suo buon sacco di iuta di ottimi marroni (castagne) e così svernare e sfamarsi e se ne approvvigionarono anche le famigliole dei paesini viciniori, il tutto gratuitamente.


Pianta di fico spontaneo
Pianta di Cachi (detta pure Legnasanti)
     
Albero di noci in fase di maturazione

Melai di mele annurche ( sole e paglia maturano)

                               

Carrube appena raccolte ( 'e sciuscelle)




Si consumò quel regalo (le castagne) del bosco pubblico senza padroni privati in vari modi, sbucciate e bollite con acqua, e se ne traevano delle gustose zuppe; cotte poi al forno con tutta la buccia e, dopo averle fatte raffreddate, erano infilate con lo spago, si consumavano a cena o come spuntino serale; alcune volte erano arrostite e tostate su una teglia bucata sul fuoco (le famose caldarroste, chiamate pure ‘e Verele).
La mattina, infine, quel gustoso frutto di bosco (le castagne) era mangiato come prima colazione, facendo la famosa “ Allessa” gustandola in una ciotola, avendo cura di togliere la pellicina una volta lessa, che avvolgeva ancora il frutto (la castagna sbucciata detta anche vallena), erano quelle lesse senza buccia.
Non volendo perdere tempo, spesso, erano cotte con tutta la buccia, erano dette (‘E Palluottele) ed il frutto interno si succhiava.
Era un metodo povero, ma economico per sfamarsi e sopravvivere e per sentirsi poi satolli, grazie alla grata e generosa Selva (Severa).
A quell’epoca nel quartiere di Chiaiano non era in uso l’acqua potabile con rubinetti nelle proprie abitazioni, per la qual cosa, l’approvvigionamento del prezioso liquido avveniva, quando c’era, da fontanili pubblici per lo più fontane di circa un metro e mezzo d’altezza a forma di colonna di ghisa, collocati uno per ogni strada principale o vicolo, quando la distanza era abbastanza lunga dalle abitazioni.

Tipico fontanile pubblico  di ghisa utilizzato nel dopoguerra







L’acqua veniva attinta dai questi fontanili pubblici per mezzo di recipienti vari, di alluminio o di rame, 
 
Secchi di alluninio zincato per il trasporto dell'acqua potabile dai fontanili.








i famosi secchi con il manico avente una capacità media di 10/15 litri, (note erano le Valanzole, bastone di legna a mo di asta di bilancia, dove erano appesi due secchi ed il loro peso era bilanciato nel trasporto poggiato su una spalla)

 
Questa era il tipo di bilancino ( detta Valanzola) per trasportare due secchi d'acqua



 
 o con recipienti di vetro utilizzati per contenere acqua da bere o per cucinare, come lo erano bottiglie di vetro da un litro, da bottiglioni sempre di vetro da cinque o da dieci litri,(‘e Pizzipapere) o da fiaschi di vetro impagliati da un litro e mezzo, e da damigiane da 30 o 50 litri.





 


 piccola botte facilmente trasportabile a spalla
dette ( 'o Vuttazzielle o Quartarule)

Tinozza di legno ,( 'o cupiello per fare il bucato)





Venivano utilizzati contenitori perfino di legno, come lo erano delle piccole botti facilmente trasportabili a spalla (‘e Vuttazzielle, dette pure Quartarule)’ o bigonci (‘e Cupielli) anch’essi trasportabili però con l’ausilio di due persone aventi dei manici da impugnare, per contenere l’acqua da utilizzare per fare il bucato o lavaggi in genere.
Era un lavoro immenso e faticoso, adesso che se ci penso, ne sono passati d'anni, mi sono rimasti i calli nel palmo delle mani per quanti secchi ho trasportato dalla fontanina davanti al mio palazzo (nella Via Barone 19) fino alla dimora, che si trovava al primo piano. La fontana o meglio il fontanile, era fatta di una tronca colonna di ghisa, alta un metro e mezzo circa, larga venti centimetri di diametro ed aveva un beccuccio innestato su una faccia di leone impressa, era la decorazione della fontana, (il classico mascarone ‘e funtana).



Fontanile di ghisa ( il classico mascarone 'e funtana)



La mezza colonna aveva un coperchio, come un cappuccio anch'esso di ghisa a punta, apparendo un elmetto dell’esercito prussiano ed una manopola ruotante sulla destra a molla, quasi fosse un orecchio, per permettere all'acqua di fuoriuscire dal beccuccio all’occorrenza.
La fontana aveva spesso tutto intorno, uno slargo, dove spesso esisteva un sedile di pietra, quasi fosse un poggio, dove ci si poteva accomodare nell’attesa del proprio turno per prendere il prezioso liquido.
Era un sistema di fontane, previsto dall’Acquedotto campano del Serino, per portare quanto più possibile l’acqua potabile nei pressi delle abitazioni, per cui erano state ubicate nel Borgo di Polvica, (in Via Barone altezza del numero civico 19, al Corso Chiaiano venendo da Piazza Nicola Romano all’angolo del vicolo Croce altezza traversa Monteasi, in Via Chiesa di Polvica, di fronte alla Parrocchia di San Nicola, in Via Arco di Polvica nei pressi dello Scassacarretta e del palazzo delle case Marotta, in Piazza arco di Polvica presso la proprietà La Terza e per finire ce n’era una in Via Croce vicino all’edicola votiva dell’altarino della Croce e, dove generalmente, poiché era fuori mano e non molto affollata, attingevano l’acqua i contadini con grossi botti su un carretto trainato da un cavallo od un asino).
Nel Quartiere di Chiaiano venendo dalla Strada Santa Maria a Cubito, (la prima fontana la s’incontrava presso il negozio del pescivendolo, poi divenuto Osteria ora bottega di materiali edili, la seconda all’incrocio di Via Ponte sulla Sinistra ora c’è un giardino con la sede del Calcio Chiaiano, una terza abbastanza grande all’angolo di Via XX Settembre e sulla fine del tratto del Corso Chiaiano c’era la Fontana del Municipio, continuando per Via Napoli di Chiaiano s’incontrava nel mezzo del percorso un’altra fontana e si finiva con una fontana di pietra a forma di parallelepipedo proprio nel mezzo della Piazza Margherita.)

Girando per Via Tiglio, (c’era la fontana del Pendino, nota come ‘a Funtane ‘e Reta a Treglia, e continuando la curva nei pressi della Chiesa di San Giovanni Battista ce n’era un’altra a forma di mezza colonna di ghisa.

Imboccando dall’alto Via XX Settembre (un’altra fontana era ubicata all’incrocio di Vico Molino ed un’ultima fontana di ghisa era sistemata nello slargo di Via Ponte,ora Via Aldo Cocchia). Ve n’erano altre ma spesso erano al secco per mancanza di pressione di spinta, come quella di Via Fondina, la fontana nei pressi del Cimitero e quella posta nel caseggiato del Tirone. Con tutti i disagi, non era facile abituarsi a vivere senza acqua, non essendo una rete idrica adeguata, ci si doveva arrangiare, questo passava il convento, insomma l’acqua occorreva e lo stesso la portavamo nelle nostre abitazioni per soddisfare la sete e quant’altro.
Non esistevano fogne, perciò le strade principali apparivano dei perenni rivoli d'acqua sporca reflua, che si riuniva scorrendo sotto i marciapiedi, proveniente da sversatoi delle abitazioni o dalle tubature degli scarichi dei palazzi.
Era una situazione igienica sanitaria al limite della sopravvivenza, (da terzo mondo come si dice ora, eppure si andava avanti, si viveva), ci si vestiva decentemente, con abiti rattoppati, rivoltati, ma dignitosamente indossati senza vergogna, sperando sempre in un mondo migliore. Intanto i professionisti, i terrieri, i negozianti, i ricchi in genere, (ce n’erano), la loro esistenza scorreva in modo del tutto diverso dalla maggioranza della cittadinanza, avevano ogni tipo di servizi domestici a loro disposizione ed i disagi per loro erano minimi, avevano per esempio il gabinetto familiare nella propria abitazione, il focolare a carbone e quasi sempre il camino a legna in casa, mentre tutti gli altri si dovevano accontentare del gabinetto comune nel palazzo o nelle vicinanze con una vasca di contenimento sottostante abbastanza capiente, ma puzzolente, che poi era svuotata, quando era colma dagli Spuzzacessi, (operai pulitori di latrine pubbliche e private, che prelevavano il liquame espurgato con botti nauseabondi)
Le strade erano poi spesso imbrattate dal cosiddetto letamaio (‘a Lutamma), defecazioni animali (cavalli ed asini),che spesso era prelevata dai ragazzi, quando diventava secca e la conficcavano nell’intercapedine, dove era conficcata la punta di ferro della trottola di legno (‘o Strummelo) a mo di cuscinetto per attutire ed eliminare gli sbalzi continui, quando la stessa sobbalzava (teneva A Tettera) e non si fermava in un solo punto (come quand’era a pennella), ossia quando era perfetta).



Continuerà con nuovii capitoli appena possibile
è gradito un commento per incoraggiamento a proseguire

venerdì 10 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 5 pun/ partiti dei dopoguerra


5^ puntata

 Capitolo decimo 
   Nascita dei partiti politici nel dopoguerra


Dopo il Referemdum istituzionale del 1946,  Chiaiano, ebbe anch'essa la nascita dei partiti politici con una propria sede locale, ricalcando quelli cittadini e nazionali, in ottemperanza delle imminenti elezioni, sia politiche, per eleggere il Parlamento Nazionale, sia amministrative, per eleggere il Consiglio Comunale della Città, che si fossero tenutedi lì a poco. In poche parole la vita, dopo la bruttura della guerra e della Dittatura Fascista, riprende il suo corso, s'inizia un'aria nuova di libertà, dopo gli anni bui, dettati  dal fascismo mussoliniano con un oscurantismo culturale autarchico.
Dopo le associazioni cattoliche, anche i partiti politici si costituiscono, quali rappresentanti dei ceti di diversa estrazione  sociale, così, per la classe lavoratrice, formata per lo più di operai e  braccianti, si fondarono così localmente, il Partito Comunista Italiano, avente come simbolo quello della  sola falce e martello e stella su una bandiera rossa, sovrapposta al tricolore, ed  il Partito Socialista Italiano, quello che aveva come simbolo un falcetto ed un martello su un libro aperto con lo sfondo di un sole nascente.

Simbolo del Partito Comunista Italiano
Simbolo del Partito Socialista Italiano















Il primo segretario del locale Partito Comunista Italiano fu Giacinto Rossi, un ferroviere calabrese, che aveva trovato casa proprio a Chiaiano-Polvica, che riuscì a creare un buon numero di iscritti e così si potette aprire la prima sede in piazza Nicola Romano a Polvica, che rese famosa tale piazza, dopo il buon successo elettorale del 1948 , facendola definire dagli avversari politici "la Piazza Rossa", difatti quasi il 90% degli abitanti del comprensorio di Polvica (frazione di Chiaiano) votò Partito Comunista.In realta.
 La costituzione del Partito Comunista fu pensata e nacque nella "Cantina e Pasquale 'o Scuonceche", che era ubicata sul Corso Chiaiano di fronte al Municipio del Quartiere e guarda caso , dopo circa 4O anni, divenne la definitiva sede e la fine della sua attività. 
Il primo partito rappresentante la Sinistra, fu, però, localmente presente il "Partito Socialista Italiano", quello per intenderci, di Pietro Nenni, come detto pocanzi, la sede prescelta fu un basso ubicato di fronte alla sede della D.C. (Democrazia Cristiana) sulla Via Santa Maria a Cubito sottostante il palazzo di Giovanni Chianese, dove attualmente esiste l'Autoscuola Musella. Il primo segretario del P.S.I. di Chiaiano, fu Pasquale Ferraro,un ferrotranviere dell'azienda tranviaria " ATAN "che con altri colleghi riuscì a coagulare intorno al suo partito la gran massa di lavoratori, di giovani studenti e futuri intellettuali.

Gli altri partiti politici, che rappresentavano il cosiddetto ceto medio, i notabili, i parzonali (i padroni terrieri) furono localmente, il più numeroso di consensi elettorali era il partito della D.C. ( la democrazia Cristiana) , dove confluirono automaticamente i cattolici (quelli del vecchio Partito Popolare), per la grande propaganda che veniva  fatta nelle chiese a suo favore, avendo il papa, Pio XII, scomunicati sia i Socialisti che i Comunisti, e lasciati fuori dal Governo della nazione, perchè  cosi voluto dagli americani nella concessione degli aiuti economici, nota come " Piano Marshal".
La sede del partito della D.C. fu creata in locali in basso del Palazzo Giordano, quello che guarda il Corso Chiaiano (prima conosciuto come Corso Umberto I), pare fossero gli stessi locali utilizzati dal vecchio partito dei “Fasci di Mussolini” , il  suo primo segretario politico locale fu il cavaliere  Bellotti, un arzillo vecchietto, che camminava col bastone,  poi in seguito segretario fu  fatto il cattolico, Giovannino Diodato, impiegato degli uffici comunali  di Palazzo San Giacomo.

Simbolo del Partito della D.C..
All'inizio Del Corso Chiaiano sul lato destro, dove attualmente c'è il Bar Centrale, nacque per i nostalgici del vecchio regime fascista, divenuto, poi, Il partito MSI  (Movimento Sociale Italiano) avente come simnbolo un'ara sprigionante una fiamma con i tre colori del tricolore (rosso, bianco e verde), il suo primo segretario fu un certo Smeraglia, tra i suoi più ferventi adepti furono , Pasquale Morfino (ex Giudice Conciliatore della Zona), Traversa Raffaele. che fu poi il rappresentate negli anni settanta di tale partito nel Consiglio di Quartiere di Chiaiano, e l'indimenticabile "Mimì 'o Capitano".
Simbolo del M.S.I. del 1948
Nacquero infine Il Partito Social Democratico, quello noto come il partito  di Saragat, dopo la famosa scissione di Palazzo Barberini del Psi, che si presentava  col simbolo di un cerchio racchiudendo un Sole nascente ed ebbe la sua sede provvisoria nel locale del " Salone do' 'ngignere" ubicato lungo il Corso Chiaiano difronte allo spiazzo  dove c'era la segheria ed il deposito di legname, dei Chianese. Legname  prodotto ed accatastato, proveniente dalla  locale Selva di Chiaiano, dove vi erano, anche, accatastate con grosse file le famose " Chiancarelle" (traversine di legno utilizzate per fare soffitti e tetti).

Simbolo del Partito P.S.D.I.
 e poi, dopo la sconfitta della monarchia (quella del Regno Sabaudo). si ebbe anche la costituzione del  " Partito Monarchico, noto come il partito di Achille Lauro.
Tale partito era simboleggiato da una stella a cinque punte con al centro una corona regale, tanto che era chiamato, anche, il partito della "Stella e Corona" ed era rapprasentato nel nostro quartiere dalla famiglia di Giovanni Chianese, che fu pure candidato per tale partito, affiancato nella frazione di Polvica dalla famiglie dei Monteasi.
Simbolo del Partito Monarchico ; Stella e Corona

 Mancò solo a quell'epoca  la  sede del partito del - Uomo Qualunque - di Gugliemo Giannini, 



Simbolo del partito dell' Uomo Qualunque

 non trovando adepti nel nostro quartiere, ne voti di simpatizzanti e quindi non si radicò e nelle successive tornate elettorali scomparve definitivamente  dal contesto politico sia cittadino che nazionale.
Alcuni partiti, poi, per fare un fronte unico si coalizzarono e si presentarono alle elezioni politiche con il simbolo della effige della testa di Garibardi, mentre all'elezione per eleggere il Consiglio Provinciale della città , utilizzarono come simbolo, il Golfo di Napoli con lo sfondo del Vesuvio,  mentre il partito della D.C. contrapponeva  il suo simbolo lo scudo crociato, dove si conficcavano le falci e frecce e così difendeva la Nazione e le città dai compagni Comunisti e Socialisti, definendoli  rivoluzionari russo-bolscevichi.
 La testa Di Garibaldi ,simbolo del Fronte Democratico
Manifesto Contrapposto della D.C. 1948



Si assisteva,  quindi a comizi tenuti da bravi oratori di tutti i vari partiti, dove assistevano pochi, ma generosi iscritti e simpatizzanti, che temevano ancora rappresaglie degli spioni delle Questure, retaggio del passato regime fascista.



sabato 4 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 4^ punt/ nel dopoguerra


Capitolo Nono


Chiaiano nel dopoguerra 
(negli anni dal 1944 al 1954)


Finite le paure della guerra, siamo negli ultimi anni del 1940, (dal 1944 al 1949) inizia una nuova era, quella della speranza di lasciarsi alle spalle le brutture della miseria, dell’arretratezza culturale ed il nascere di un mondo migliore da viversi nella democrazia e nel rispetto della persona umana con la gioia di vivere spensieratamente, senza afflizioni di non più farcela. Rinascono le associazioni cattoliche, rappresentando i Patroni delle varie parrocchie, esistenti sul territorio, come quella a Polvica, (antico borgo del quartiere di Chiaiano) che fa riferimento alla Chiesa di San Nicola di Bari, e quindi riprendono le attività proprie dell’associazionismo cattolico parrocchiale, quella ricreativa e ludica.
Nella contrada propriamente, detta Chiaiano, nascono, invece, quelle, che fanno capo alla parrocchia di San Giovanni Battista, che si contrappongono a quella di Polvica, e sono l’associazione di S. Giovanni Battista e quella di San Raffaele Arcangelo, vi è, poi, una terza, quella di San Michele Arcangelo, che è tenuta su, invece, dai fedeli, che hanno una venerazione del santo nella chiesetta di San Michele Arcangelo, posta nella Piazza Margherita (Mieze ‘O Furne); mentre nel borgo di Santa Croce, si costituisce l’associazione dei lavoratori cattolici di Sant'Antonio da Padova.
La loro funzione e utilità erano importanti, perché davano l’opportunità d’incontrarsi la sera in sedi opportunamente aperte per scambiare le proprie esperienze e per preparare in occasione della ricorrenza onomastica del Santo Patrono, annualmente, grandi festeggiamenti, che sfociavano generalmente in una processione propiziatoria con la statua del Santo lungo le vie principali del Borgo.
A tarda sera durante i giorni dei festeggiamenti nella piazza principale la popolazione del borgo, mista a quella delle altre contrade vicine ascoltava assiepata ad uno spettacolo canoro musicale, con esibizioni d'eminenti artisti, cantanti o comici, su un palco a guisa di palcoscenico all’uopo allestito

Banda Musicale di Sturno
famosa all'epoca che suonova per lo più musica operistica e marcette allegre





Alcune volte il Concertino era preceduto da esibizioni di Bande musicali, che con le loro note echeggiavano allegramente per il rione, che percorrevano, ed, infine, nella nottata si poteva assistere ad una gara di fuochi artificiali pirotecnici di maestri specializzati (i più noti erano quelli del vicino paese di Mugnano di Napoli, i Vallefuoco) e così si poneva fine alla festa.




Esplosione di fuochi artifiali  in cielo
in occasione delle feste patronali


 
 Luminarie ( arcate di lampadine, create durante i festeggiamenti patronali)
( lampadine accese
di sera con l'elettricità o prodotta da gruppi elettrogeni autonomi)






In quei giorni l’intero Borgo era illuminato con arcate di lampadine multicolori, le cosiddette luminarie (Allummate) ed i marciapiedi principali erano ingombri di bancarelle, che offrivano, vendendoli, prodotti dolciari (Torroni, Bomboloni, Lecca lecca, Franfellicche, Mandorle caramellate) e vari, come i cosiddetti “‘O Spassatiempe”, che erano nocciole d'arachide tostate (‘E Nucelle Americane), corolle di castagne infilate con lo spago, cotte al forno (‘E Castagne do’ prevete) e nocciole, ceci e semi di zucca tostati (Nucelle, Cicere e Semmiente ‘e Cucozze ‘nfurnate).

bancarella allestita per la festa del santo patrono con esposti
torroncini di nocciole, di castagne arrostite e ni nocciole crude



IL GIOCO DELLE TRE CARTE


Gioco delle tre carte con carte napoletane



 




Tavoletta dove si esponeva e si svolgeva il giuoco delle tre carte




A volte piaceva e  si poteva puntare sopra una valigetta di legno, dove all’interno c’era una specie di roulette disegnata intorno ad un cerchio di chiodi intervallati con i simboli delle carte da gioco napoletane, (che indicavano il valore della vincita moltiplicato per la puntata), su cui ruotava, su un perno di ferro conico, una verga schiacciata terminante da un lato con una sottile punta di tartaruga appuntita, che fermandosi sugli interspazi delimitati dai chiodi, indicava la vincita.
Ai punti cardinali del cerchio di chiodi erano posti le figure dei quattro Uno delle carte napoletane per indicare che non v’era vincita, in caso della fermata in quegli interspazi dalla punta di tartaruga della verga ruotante.
Nei pressi delle Osterie o nell’adiacenza di spazi pubblici sorgevano quasi per incanto, in quei giorni di festa, dei Chalet d'Ostricari, (‘E Maruzzare), addobbati con Rosoni circolari a guisa di lampioni colorati, con il rosso, il bianco ed il verde, montati su grosse anfore di rame martellate, che vendevano ogni sorta di frutti di mare cotti, (ostriche, cozze. Maruzzielle, Scunciglie, Cannullicchie, che si potevano degustare, o all’in piedi o seduti, su sedie e tavoli pieghevoli, utilizzabili al momento.



Uno sfizioso aneddoto del corteo durante la processione, pro Santo patrono, degli elementi delle varie associazioni, prevista la domenica pomeridiana, per mettere in mostra il comportamento e la fiera rivalità, che esisteva tra i vari sodalizi e bastava poco per esaltare la fierezza d’appartenenza. Per distinguersi tra loro gli associati generalmente utilizzavano indossare durante lo svolgimento della processione, quando si svolgeva in autunno inoltrato abiti scuri da cerimonia con camicia bianca e cravatta nera, (la quale il più delle volte era prestata all’occorrenza dai carabinieri del presidio locale) la divisa era impreziosita da un collare cordone con appeso un medaglione con l’effige del Santo Patrono, mentre in piena estate indossavano pantalone bianco, giacca blu e cravatta azzurra ed il classico medaglione.


Tra le varie associazioni c’era una reciproca e sentita partecipazione alla cerimonia religiosa per far meglio riuscire la processione. Era una sincera e massiccia compartecipazione, sia per la comune fede cattolica, sia per lo sfottò, che si esercitava, dopo, tra le varie compagini nel dimostrare la perfetta organizzazione e serietà della propria Associazione.
Un anno accadde che la rappresentanza dell’Associazione Polvicana si presentò alla processione della festa di San Giovanni, oltre ad essere vestiti con la solita divisa per sfilare, si era messa nell’asola del bavero della giacca un garofano bianco avente incastrata al centro una piccola lampadina, che con abilità s’accese verso l’imbrunire, perché collegata per mezzo di un sottilissimo filo di rame ad una pila tenuta nascosta nel taschino portafazzoletto sottostante..
Vi fu un grande stupore da parte delle altre associazioni rivali presenti alla manifestazione religiosa e rilevanti apprezzamenti e congratulazioni da tutti i partecipanti verso i rappresentanti dell’associazione di San Nicola, perché erano stati capaci di trasformare una fiaccolata di candeline di cera in una processione illuminata.
Della cosa se ne parlò non solo in tutto il circondario, ma fu riportata per l’intero mese successivo per il fatto inconsueto e dimostrativo della genialità dei Polvicani (‘E Purganise), che n’andarono orgogliosi e per questo sfruguliarono i Chiaianesi.
Era una fresca e sincera rivalità paesana, dove il rispetto e la socialità erano sovrani e si viveva una vita serena e dolce senza invidia, piacevole da essere vissuta, nonostante la miseria ed una grande ignoranza.
Ricordando quel tempo trascorso, mi viene in mente un personaggio, rimasto ancora oggi famosissimo per le sue capacità imprenditoriali, mai uguagliate da nessun, Antonio Smeraglia, meglio noto come “Totonno Pisciazza, nella forma meno volgare Tonino Pipì“, quella di aprire locali di ristorazione in ogni angolo della borgata, sia per far degustare il caffè e bibite sempre fresche, sia nell’inventarsi pizzerie, tavole calde con friggitorie o vetrine con prodotti tipici della pasticceria napoletana da lui artigianalmente preparata. Ne ha fatto sorgere un quantità infinita, iniziando da Polvica e Chiaiano per finire sul litorale di Licola.



Zi Totonne, ( alias Antonio Smeraglia) all'età di 85 anni





 
 E’ stato un Vulcano di idee nel saper fare il ristoratore, peccato che non aveva la costanza nell’organizzare la continuità dell’attività intrapresa, perché nel breve giro di pochi mesi era costretto ad abbandonarla e chiudere bottega, anche perché nessuno dei suoi l’aiutava proficuamente. Nel lontano1949 durante gli spettacoli della festa celebrativa di San Giovanni Battista, che si tenevano nella Piazza Margherita (Miez’ ‘o Furne) nel Borgo di Chiaiano, s’inventò un chioschetto di bibite ambulante e sul bancone allestì una macchina da caffè con forno a legna, in modo da far degustare un ottimo caffè caldo espresso, una squisitezza e raffinatezza per quei tempi, si era appena dopo la guerra (il prezzo della tazzina di caffè costava appena 15 lire, ed era accessibile a tutti), ebbe un gran successo, rammento l’avvenimento come se fosse ieri l’altro, eppure sono passati 50 anni e più.



Continuerà  appena possibile con nuovi capitoli
è gradito un commento per incoraggiamento a proseguire