lunedì 28 dicembre 2009

Natale

La nebbia ormai alona i lumi
Alita su strade deserte.

Di tanto in tanto
suoni di campane
di chiese, nascoste tra case.

Mezzanotte è vicina
Sono stanco, ed ho sonno
come quand’ero bambino,

domenica 20 dicembre 2009

'A SPERANZA

‘Na luce forte ‘nta l’oscurità,
cu l’uocchie ‘a siegue senza cammenà,
pecchè spiere senza vulè
e truvà addo stà ‘a verità.

Te pare ‘nu miragge
Te pare ‘na chimera
‘nu reffriggerie doce
a ‘sta fronte ca te coce.

Nun essere restive
Nun essere rassignate
è ‘na luce ca nun scumpare
è ‘na luce ca te dà calore.

‘Stu munne pare fernute pe’ sempe,
ma ‘sta luce ‘nta ‘stu silenzie
te pare ‘o risveglie do’ tiempe
ma po’ si ce pienze…………………
tene  sule  ' nu nomme………” ‘a speranze”.

giovedì 10 dicembre 2009

Storia della Vera Pizza di Napoli


E’ una specialità soprattutto napoletana ed (a noi napoletani il riconoscimento europeo fa molto piacere) sapendo che l’hanno imparato in tutto il mondo a preparare e a cuocere!
Sto parlando della pizza Margherita, una volta si diceva :
(sule a Napule ‘a sanne fa’)
Il 9 Dicembre 2009 è ufficiale la vera pizza napoletana è la pizza Margherita ed protetta con il riconoscimento europeo (Sgt) Specialità Tradizionale Garantita.
La vera pizza napoletana deve contenere i seguenti in gradienti:
pomodoro, mozzarella di bufala (Dop) Denominazione d’Origine Protetta o mozzarella (Sgt) Specialità Tradizionale Garantita, olio extra vergine d’oliva ed origano; deve essere fatta con pezzo di pasta di farina tenera da spalmare in un diametro non superiore ai 35 centimetri, il bordo rialzato (cornicione) alto tra 1 e centimetri, cotta in un forno legna ed avere una consistenza insieme mordida, elastica e facilmente piegabile a libretto

Dopo è il testo del riconoscimento Europeo, eccovi ora la vera storia della pizza di Napoli e del suo preparatore  " ‘O Pezzajuole".


                                      

                                      Vera Pizza Napoletana
                                             'a Margherita
                     
O Pezzajuole, Antichissimo mestiere, consistente nel saper preparare e cuocere 'e pizze.
'A Pizza non è altro, che un pezzo di pasta morbida ed elastica, ottenuto da farina impastata con un buon pizzico di sale e con lievito disciolto in acqua tiepida e lasciato a crescere per circa due ore per ottenerne poi dei panetti tondi, da utilizzare al momento della preparazione e dell’immediata cottura nel forno a legna.
La preparazione d' 'a pizza sta nel fatto, che occorre allargare e distendere il panetto morbido con le palme delle mani e mettendoci sopra generalmente polpa spezzettata e sgocciolata di pomodoro, fette di mozzarella o un pizzico di parmigiano, condendo con olio e sale ed infornare il tutto i con una apposita pala n un formo a legna, infuocato a circa 300 gradi .
‘O Pezzajuole attualmente oltre ad essere il produttore di pizze e divenuto anche il gestore del locale, dove si è solito consumare questa ormai celeberrima focaccia conosciuta in tutto il mondo.
Una volta ‘o Pezzajuole era ambulante scendeva e risaliva i vicoli portando sulla testa un contenitore di stagno a forma rotonda, nel quale fumavano pizze all’aglio origano e pomidoro, alla mozzarella, alle alice salate appena sfornate.
Il suo incitamento a comprare e mangiare 'a pizza era :
Uhe, ca je me cocio! Comme so’ vullente, favorite”
“Tenghe ‘a lava e ll’uoglie “
“Nu sorde mange ‘a mamma e ‘a figlia.”
'O Pezzajuole, quando inventò ‘a pizza, incontrò molto successo, perché riuscì con una modica spesa a placare la fame delle genti più povere.
Vari aneddoti e variazione di gusto si sono tramandate nel corso degli anni da quando fu prodotta la prima volta.
‘’O Pezzajuolo si è dovuto adattare alle varie tendenze per rendere questa pietanza famosa, anche se inizialmente consumata solo a Napoli, poi in tutta Italia ed infine in tutto il mondo, ora la pizza è stata definita patrimonio universale.
Ogni anno a Napoli si svolge l’Olimpiade dei Pizzaioli nel mese di ottobre, dove partecipano pizzaioli di tutto il mondo per contendersi l’alloro del migliore Pizzajolo.
Esiste da pochi anni anche il marchio “La vera Pizza Napoletana”, che se ne possono fregiare solo quelle pizzerie organizzate nell’associazione “Pizza Press“, organo ufficiale dell’Associazione dei Pizzaioli Europei.
Tra gli aneddoti più interessanti è da ricordare c’è quello d' 'a pezzajola de' Quartieri spagnoli, che inventò lo slogan ."Cca se magne e nun se pava" ( In realtà la prima pizza era piccola e gratis e si iniziava a pagare dalla seconda in poi, che era normale), una specie di prova d’assaggio.
Per i più poveri fu inventato 'a pizza “ Ogge a Otto” ossia la pizza che si mangiava subito, mentre il pagamento avveniva a distanza di una settimana, con comodo.
‘O Pezzajuolo , rimasto famoso fu Brandi a Chiaja , che nel rendere omaggio alla Regina Margherita, , (1851-1926) in visita a Napoli, inventò la pizza con i colori della nostra bandiera, Il rosso con il pomodoro, il bianco con la mozzarella ed il verde con foglie di basilico e da quel momento quel tipo di pizza fu chiamata Margherita. la regina delle pizze e la più consumata .
Un’altra variazione spopolò negli anni del dopohuerra, anche se non divenne mai famosa," ‘a pizza cu ‘o segreto" inventata da Alfonso Ottolino, figlio del Monzù Vincenzo Ottolino, che lavorava come cuoco nel ristorante D’Angelo, che a sorpresa sul cerchio rotondo, (la forma della pizza), metteva ogni ben di Dio a sorpresa.

Negli anni Sessanta nacque una nuova specialità “‘a Pizza a Metro” inventata da Gigino ‘o Zezzuse a Vico Equense, che consisteva nel servire la pizza non su un piatto rotondo, ma in una teglia rettangolare lunga, un metro, mezzo metro e larga venti centimetri.
Esiste infine una pizza speciale, quella degli snob, nota, come "'a pizza alle quattro stagioni o ai quattro formaggi, che si suole degustare al posto della solita pizza margherita. La prima e la più classica pizza napoletana resta e rimane però, sempre quella alla Marinara, quella mangiata fin dal lontano Seicento, senza pomidoro, ne altri ammennicoli, se non con l’impasto di pasta morbida con aggiunta di olive nere di Gaeta snocciolate, acciughe lavate e ridotte a filetti, capperi dissalati, olio d’oliva.ed una spruzzata di origano.( Arechete).

A via dei Tribunali nei pressi della Chiesa de’ Cape ‘e morte negli anni sessanta esisteva 'nu pezzajuole, (Don Antonie ‘o Purgatorie) che aveva inventato un premio settimanale, (guadagnava un giornata di pizze gratis ), chi in una sola volta riusciva a mangiare più pizze,.
Si facevano le graduatorie giornaliere, specie fra gli studenti del vicino Istituto Tecnico A.Diaz, e si racconta che uno studente vuoi per la fame , vuoi per la scommessa riuscì a mangiarsene sette ( un record).
'A pizza rappresenta insieme al Mandolino ed agli spaghetti ed una buona tazza di caffè uno dei principali simboli di Napoli,.
Durante una pausa dei lavori del G 7 tenutosi nel 1991 a Napoli il presidente Americano Bill Clinton si fece condurre in via Tribunali per addentare una pizza piegata a libretto, col corpo inclinato in avanti per evitare lo sgocciolio dell’olio sulla cravatta, come il più esperto mangiatore di pizza napoletana.
Un capitolo a parte occorre per parlare della pizza piegata a metà a forma di mezza luna, il cosiddetto


                                            

                                                                 'o Cazone
                                                              pizza ripena

'O Cazone ( noto come la pizza ripiena di ricotta e mozzarella e basilico, guarnita con fettine di pomidoro ).
Fin qui abbiamo descritto le qualità nutritive e la stravaganza di come si può preparare la pizza al forno e le continue variazione, avutesi nel tempo, a questo punto ci corre l’obbligo di parlare dell’altra specialità di pizza napoletana, (se non famosa, ma lo stesso capace di placare e calmare i morsi della fame del popolo napoletano),
‘a Pizza Fritta buona e forse più saporita e gustosa di quella al forno, che differisce da quest’ultima, perché viene cotta in una pentola abbondante di olio bollente, finché non diventa ben colorita e crocconte. Le specialiste della Pizza fritta erano due sorelle, “‘E Figliole”, titolari della pizzeria situata in una traversa nei pressi di Castel Capuano
‘O Pezzjuole Napulitane oltre alla pizza prepara e ne fa bella mostra nel suo banchetto di vetro ben riscaldato elettricamente appostato all’entrata del suo locale , che ne è pieno di ”‘e Panzarotte, ‘e ciurille,‘e Pasta crisciute e Scagliuozze.. 'E Panzarotte, Crocchetta di patate composta da una amalgama di patate lessate e sbucciate, passata prima nella farina, poi nell’uovo sbattuto, nel pangrattato e fritta in abbondante olio bollente, finche non indora ed dopo aver fatto assciugare su una carta assorbente l’olio superfluo di cottura, si aggiunge sale e pepe
‘E Ciurille Frittelle di fiori di zucchine fioriti, cotte in olio bollente. Frittelle, che prima della cottura, sono immerse nella pastella ( impasto liquido di acqua e farina) e condite poi con sale e pepe.
'E Pasta crisciute , (Pasta cresciuta) Frittella ,composta di farina lievitata in acqua tiepida per circa un’ora e, quando l’impasto è abbastanza molle, a cucchiate viene gettata in una teglia, dove bolle olio in abbondanza, che la farà gonfiare e dorare dopo per aver tolto l’untuosità della cottura è condita con sale e pepe.
Scagliuozze. o Scagnuozzele Piccolo pezzo romboidale di pasta di formentone (la polenta) fritto in padella, colma d’olio bollente, finché non sarà formata una crosticina dorata .
Sollevato il bastoncino dalla teglia e posato su carta assorbente per togliere l’untuosità si condisce a freddo con sale e pepe
Attualmente ‘o pizzajuole è diventato un‘arte con varie specialità,
quella dell’impastatore, che prepara i panetti da tenere in panchette sovrapposte,
quella del preparatore della pizza da infornare (‘il vero e proprio pizzajuolo) ed
quella del fornaretto, che deve saper infornare la pizza e deve saper infuocare il forno al giusto grado, e saperne tenere costantemente vivo il fuoco, sia con pezzi di legna, che con i trucioli per avvampare la pizza senza farla bruciare, girandola spesso con la pala di alluminio e tirarla fuori appena cotta.
In uno degli ultimi festival della canzone napoletana fu proposta una canzone, che è diventò l’inno di ogni Pizzajuolo e che si ascolta con piacere tuttora in tutte le Pizzerie napoletane.
La canzone“ Ma tu vulive ‘a Pizza” fu cantata dal Aurelio Fierro e da Giorgio Gaber e fu scritta dal poeta Giuseppe Carullo, noto autore ed editore della rivista Ribalta e del giornale satirico “ 6 e 22 “.

E' gradito un commento, per continuare a riportare altre curiosià partenopee

domenica 6 dicembre 2009

Ca bella cosa è 'na jurnata 'e sole

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Quante te scite e niente te fa male
Nun tiene penziere ca t’affliggene
Nun tiene obblighi ca t’assillene.

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Si tiene rendite e trasute’e denare
Ca te permettene ‘e tenè ‘a panza all’arie
Senza sudà, pe t’abbuscà ‘nu piezze ‘e pane

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Quanne nisciune te cumanne o te ‘nquiete
E può fa’ ‘e cose ca te piace surtante
E accussì te siente ‘nu vere pataterne.

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
‘a vita t’appare ‘e ‘n’ata manera.
Te pare ca può risolvere ogne ccosa
Senza affanne, senza  ca te preoccupà chiù ‘e tante

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Te scuorde de malanne
Te scuorde de l’affanne
E tiene ‘a voglia ’e nun fa niente

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
si durasse sempe pe ‘na vita ‘ntera
Ma nun po’ essere ‘na cosa vera
E sule ‘nu sonne, e sule ‘na chimera.


giovedì 26 novembre 2009

Uocchie

Spisse l’uocchie parlene
e te dicene cose sincere
ca l’ate nun ponne sentere
specie sì  sentimente vere trasmettene.

Nun dicene parole fauze,
so’ comm' a parole d’ore,
so’  'n’emozione forte,
so’ senzazione ‘e core.

‘Nu brivide po’....... te piglie
e si hanne cugliute ‘o segne
dinte, chianu chiane  ‘o siente
e, te siente assaje cuntente.

Pare ‘nu suonne ddoce
Pare ‘nu suonne amare
Nun saje si ‘sti sguarde so’ pe’ te,
ma si risponne ‘o core
è sule ‘nu messagge.....è vere ammore.

L’uocchie spisse parlene
e quase maje se sbagliene
dicene cose belle - dicene cose amare
ca l’ate nun ponne sentere
pecchè so’ parole ca parlene d’ammore.

Arriva ‘a sere,‘a notte è già vicine
l’oscurità cancelle ogne culore.
Ma quanne scunsulate e afflitte
pienze ca è perdute ogne speranze
‘na luce assaie splendente
(‘st’ uocchie tuoje lucente)
te fanne sentì rinascere.

‘Sta luce accussì forte
so ‘ l’uocchie tuoje pe’ me.
Uocchie ca parlene
ca l’ate nun sentene
pecchè dicene cose ddoce
.............dicene cose amare,
ca sule a te appartenene.

domenica 15 novembre 2009

Ganimede

Curiosità mitologiche di Sasà ‘o Prufessore!
A proposito di Pedofilia vuoi conoscere il mito di Ganimede, il primo fanciullo che fu il simbolo di questa perversione sessuale?

                                              EccoVi accontentati.

Diciamo subito che Ganimede era un giovane eroe troiano, figlio della stirpe reale discendente da Dardano (il Re che fondò la città di Troia).
Ganimede, infatti, era figlio di Troo e di Calliroe, fratello d'Ilo, di Cleopatra, d'Assaraco e nipote di Laomedonte, mentre suo nonno era considerato Erittonio, figlio di Dardano.
Già nella tenera età, fu avviato alla custodia ed al pascolo sulle montagne prospicienti la città di Troia delle sacre mandrie, mestiere già esercitato dal padre, che aveva quest’incarico di fiducia, quale facente parte della famiglia reale.
Adolescente era già noto per la sua bellezza ed era considerato “ il più bello dei Mortali”, tanto da infiammare d’amore tutti coloro che l’incontravano o lo vedevano per la prima volta.
Non sfuggì alla sua bellezza e al suo fascino il più potente dei Dei olimpici, Il sommo Zeus (Giove), che, invaghitosi follemente, lo fece rapire facendoselo trasportare nel suo talamo, sull’Olimpo.

Ganimede rapito da un aquila


Giove, per ammirarlo continuamente e per godere delle sue grazie in ogni istante, lo nominò suo personale coppiere, sostituendo il pur bravo Ebe, (precedente coppiere, ritenuta la dea dell’eterna giovinezza), che svolgeva quel compito da sempre, vale a dire da quando gli "Dei olimpici" s’erano insediati, nel sapere mescere l’inebriante ambrosia (il nettare dell’eterna giovinezza).
Il fanciullino, Ganimede fu rapito, mentre si trovava al pascolo sulle pendici del monte Ida di Troiade nei pressi del borgo d’Arpago, (località il cui nome evoca l’idea di rapire).
La tradizione classica greca racconta che il rapimento fu effettuato direttamente dallo stesso Zeus (Giove), che prendendo le sembianze di un’aquila, come spesso accadeva quando il Padre degli Dei, per soddisfare le sue passioni e voglie amorose, ricorreva a queste trasformazioni. (si ricorda il rapimento di Europa assumendo la forma di un toro o quando si trasformò in cigno per insidiare la bellissima Leda)
Ganimede, fu elevato a rango di Dio e risiedendo sull’Olimpo fu anche il prediletto di Zeus (Giove), oltre ad essere, come detto precedentemente il suo coppiere, fu designato custode ed il portatore del penetrante dardo (il Fulmine).

Ganimede., coppiere e custode del fulmine di Giove






Zeus (Giove) fu aiutato, durante il rapimento del bel Ganimede, da suo figlio Tantalo, che era famoso per essere colui, che svelò ai mortali molti dei misteri divini, per questo fu punito a rimanere eternamente in bilico sotto un’enorme pietra nel baratro degli Inferi, dove fu relegato.
Anche questo rapimento, per dimostrare la sua magnificenza, Zeus (Giove) ricompensò il padre del fanciullo Ganimede (Troo) con una quadriglia di Cavalli divini ed una piantina di vite d’oro, opera d'Efesto (Vulcano).
Ganimede in astronomia, come tutti gli Dei Olimpici, ha una sua posizione di primo ordine nel firmamento, rappresenta il più importante satellite del pianeta Giove e forse il più grande di tutto il sistema solare
Il satellite di Giove , Ganimede  ( il più grande del sistema solare)













Questo mito sta significando che anche i soprusi sono giustificati da chi esercita il potere utilizzando anche strumenti subdoli.


Continuerà con nuovi episodi mitologici,
E' gradito un commento, se è stato interessante, quale incitamento a continuare



giovedì 12 novembre 2009

Quanne stà pe ' venì' 'a notte

A NOTTE

Quanne ‘o sole sta pe’ fernì’ ‘a jurnata
‘nciele vide ‘e accumparì’ ‘nu chiarore strane
‘o celeste pare, ca se sporche ‘e grigge
‘a notte po’ è pronte p' ascì’, pe’ nun perdere ‘o prestigge.

Accumence a stennere ‘nu lenzuole scure,
a sera, ca leva ogne culore ‘e cose
e chianu chianu ‘ o ciele se fa cupe
e pare ca è arrivate ‘o mumente do’ ripose.

Si ‘o tiempe è serene, tene ‘na bella surprese
‘o lenzuole scure addevente ‘na trapunta ‘e luce accese
e ‘a luna esce pur’ essa, pe’ se va vedè'
mettennese a fa’ ,arete a cocche nuvole, cucù settè.

Ma si ‘o tiempe è malamente
Se fa venì’ ‘o viente a farle cumpagnia
facennele siscà’ alleramente
comme si recitassero ‘nzieme ‘na bella puisia.

‘A notte, se dice, è fatta pe’ durmì’,
pe’ te stennere ‘ncoppa ‘a ‘nu liette.
Pe’ te scurdà’ ‘e turmiente, ca t’affliggene dinte ‘o piette
Cu’ 'nu desiderie ‘e sunnà’ ‘nu munne senza ‘nfamità.

martedì 10 novembre 2009

Penziere

Pecchè stasere me turmente ‘stu penziere
pare ca nun vo’ essere cchiù priggiuniere,
e guardanne ‘stu ciele serene
‘stu core vulesse nun suffrì cchiù ‘sti pene.

Nun se vo’ arrennere
Nun se vo’ capacità
ca è passate ‘a covète
s’adda rassignà'.

Pare ‘na frennesìa, ca nun te vo’ lassà',
‘nu suonne doce, ca te dà felicità.
Pare ‘na fantasie, ca cummoglie ‘a rialtà
e pe’ ‘n’attime ‘o munne attuorne scurdà'.

Nun suspirà, nun te fà purtà' luntane
e sule ‘nu penziere
ca nun vo’ essere cchiù priggiuniere.
ca nun ‘o può caccià',........ t’appartene.

venerdì 16 ottobre 2009

Tifeo o Tifone (il Signore d'Ischia)

Tifeo o Tifone, raffigurato in una tomba etrusca






Origini dell’Isola D’ischia e dei Campi Flegrei



Vuoi conoscere chi era Tifeo o meglio Tifone, il Drago simbolo della furia devastatrice del fuoco, che combatté contro Zeus (Giove) e sconfitto dallo stesso, fu punito a restarsene relegato, incatenato e nascosto sotto le montagne, (per lo più costiere) e sotto le grandi isole del mar Mediterraneo, specie quelle nel tratto noto come il Tirreno
.Tali grandi isole celano vulcani, che periodicamente eruttano lava d'origine magmatica e sai perché ?

Sotto di loro c’è il Titano Drago, TIFEO, che era un mostro primordiale, generato dalle primigenie divinità, la Terra (Gaia) e dal Baratro Infinito (il Tartaro), per conto della Dea Era (Giunone), che l’aveva richiesto, per vendicarsi del proprio consorte Zeus (Giove), che aveva creato senza il suo concorso (alla nascita) della Dea Minerva.
Lo desiderò tanto, di fare altrettanto e la sua richiesta fu esaudita. Toccando, infatti, la Tenta (Massa informe della primordiale superficie della terra) rimbalzò Tifeo, in mezzo ad un fetore pestilenziale.

Tifeo imprigionato sotto l'isola d'Ischia
Per vendicare lo spodestamento da parte di Zeus (Giove) del proprio padre Crono (il Tempo), Saturno invocò l’aiuto dei suoi fratelli, i Titani; (primordiali esseri giganteschi dell’Universo) per sferrare una furibonda guerra contro l’usurpatore Olimpico con lo scopo di ridisistemare, l’ordine preesistente, basato sull’equilibrio della Terra, del cielo, del mare e dell’aria.
Nella Guerra Zeus (Giove) si fece aiutare dai Ciclopi e dai Centimani, anch’essi primordiali giganti, che liberò dagli abissi del profondo Tartaro, in cui erano stati incatenati dal Dio Urano. La guerra fu terribile senza limiti, che durò per dieci anni e più e che sconvolse l’intero Universo.
Durante la lotta si assistette a montagne sradicate, che scagliate nelle fiamme fremevano, intere selve crepitavano, mentre la terra, i flutti dell’oceano ed il mare immenso ribollivano. Accadde, così, che una bolgia infuocata producendo una vampa salì fino all’etere ed avvolse l’intero popolo dei Titani, accecandoli.
I giganteschi Titani, nonostante il loro coraggio orgoglioso, non ressero la lotta e sconfitti, e vinti furono oppressi, incatenati e precipitati negli abissi, lontano, ma tanto lontano dalla superficie della terra, quanto distante è la Terra da Cielo.
Saturno, il principale avversario di Zeus (Giove), sconfitto, fu anch’esso incatenato, mentre la nuova gerarchia olimpica s’insediò con tutta la schiera di nuovi Dei, voluti e scelti o partoriti, per la maggior parte di loro dallo stesso Sommo Dio, Zeus (Giove), quando si accoppiava con donne mortali, generando semidei come nel caso d’Eracle (Ercole), Giasone e Minasse
Gea (la Terra), intanto non aveva perdonato la sconfitta di Saturno e dei suoi fratelli Titani, e per vendicarsi istigò il figlio più giovane, il Drago Tifeo, a scagliarsi contro l’Olimpo. Il corpo di Tifeo, era immondo e pauroso, era ricoperto di penne irte, come lance acuminate, aveva le spalle, formate da cento teste di drago, ciascuna delle quali vibrava una lingua nera, mentre gli occhi delle stesse sprizzavano fiamme ininterrottamente a mo’ di lanciafiamme, che inceneriva ogni cosa ed era così enorme, che superava in altezza qualsiasi montagna e le sue mani erano capaci di toccare sia l’oriente, sia l’occidente, dalle cosce, infine, uscivano vipere velenose
In un primo momento gli Dei dell’Olimpo, fuggirono sbigottiti e furono costretti a trasformarsi in animali per non farsi catturare dell’invincibile Tifeo
Zeus (Giove) l’affrontò, ma ben presto ebbe il peggio, ed avvinto dalle serpi, cadde in potere del poderoso avversario, che gli recise i tendini delle mani e dei piedi e lo rinserrò nel proprio antro in Cilicia.
La storia non finisce qui, perché Ermes (Mercurio) scoprì la prigione di Zeus (Giove) e liberatolo riuscì a ridargli forza e vigoria, dopo avergli sistemato i tendini recisi
Zeus (Giove) rimessosi in sesto, riprese la lotta contro Tifeo e questa volta riuscì a sconfiggerlo con, il "Folgore", costringendolo a nascondersi ed a rifugiarsi sotto le maggiori isole del Tirreno
La vittoria completa Zeus (Giove) l’ebbe, quando schiacciò, sul capo del gigante Tifeo, un’enorme montagna, l’Etna, e sul corpo delle numerose teste, scagliò addosso, come fossero sassi, le tante isole presenti, che attualmente s’ammirano nel mar Tirreno, tra le quali, Stromboli, Vulcano, Procida, Capri ed Ischia.
Nonostante il peso di questi enormi macigni di pietra, cui soggiacciono le teste del mostro, esse sono ancora vive tanto, che ad intermittenza di anni eruttano lava incandescente come fosse il suo vomito.
L’addome del mostro finì, parte sotto il peso del monte Epomeo dell’Isola d’Ischia e parte sotto gli altipiani dei Campi Flegrei, e per questo il mostro, sfogandosi per la male sorte capitatogli, giornaliermente tentando di liberarsi dei pesanti macigni, si sfoga lamentandosi invocando la bella Afrodite (Venere),
Afrodite (Venere), impietosita da tante lagrime, intercedendo presso il padre Zeus (Giove)  ottenne dal padre solo di poter tramutare gli assordanti rimbrotti e sbuffi del questulante, in fumarole, solfatare e sorgenti termali sia nel mare acqua, dove soggiace, sia sulla terra ferma, rendendo così l’isola d’Ischia e tutta la costa flegrea, località dolci e piene di salubrità e con una perenne temperatura gradevole

 
Mappa con l'isola di ischia ed i campi flegrei


Questo è Tifeo o Tifone, il Signore incontrastato del Mar Tirreno, che ha reso famoso nel mondo queste isole e le coste tirreniche per le loro benefiche sorgenti d'acque termali, che curano naturalmente malattie guaribili soltanto immergendovi in loro e ritemprano lo spirito, dallo stress della vita condotta in modo frenetico


E' gradito un commento, quale incoraggiamento a continuare con altri miti

domenica 11 ottobre 2009

A festa 'e Piererotta

Facciata della Chiesa di S.Maria di Piedigrotta



Comm’ ere belle “Piererotte”

Ere ‘na festa, ca nun teneve cunfronte

Ere ‘na festa, ca durave otte juorne.
S’accumiciave a sera do’ sette ‘e settembre
e Napule tutta, se rigneve ‘e ‘tanta gente.

Ere permesse tutte, scherze, fanfarunate

curiandele ‘nfacce, spintune, spillunate
‘nta ‘nuttate, po’ tutte distrutte, a casa te ritirave,
ire felice, ire state ‘a Piererotte e nun te lamentave.

L’autorità lassave fà', nun faceve niente,

si steve zitte, ere ‘o mode pe’ fa’ sfugà la gente
ca subbeve tutte ‘e juorne li priputenze,
‘e tante ‘nfamità, fatte dalli sue eccellenze.

Ogne quartiere e pendone 'e viche partecipave

cu carre chine ‘e sciure e frutte ‘nghirlandate,
ca simbuleggiavene l' abbunnanza
ca mettevene ‘nto core alleria, 'a speranza.

‘E giuvene specie chille cchiù ‘nziste

cu grosse cuppulune ‘e carta peste
appise a ‘na mazza cu ‘nu file ‘e spave
pe’ spasse, te l’acalavene ‘ncape.

Quanne ‘a sotte ‘o cuppulone ascive

‘nfacce curiandele e resate ricevive
si po’ t’arraggiave, e arapive ‘a vocche
‘na lengue ‘e mennelicche, t’arrivave ‘mmocche.

Ere ‘a festa pe’ ‘nvucà ’a speranza,

pirciò ‘a città addeventave ‘na paranza
aro’ putive ammirà’ a ogne pendone
‘vampiette carreche ‘e cozzeche ‘e mellune

Se cantave, se sunave, se pazziave,

ere ‘na festa ca ‘o munne ’nce ‘mmeriave.
Mo!, Piererotte, è sule ‘nu ricorde, e nustalgia,
‘nc’ è rimaste ‘a rotta, e ‘o nomme ‘e ‘na via.

mercoledì 16 settembre 2009

'A 'MPRUVVISATA


‘A ‘MPRUVVISATA


A sapite ……” ‘a ‘mpruvvisate “ !
de’ trenta sante ca ‘o Papa ha cancellate
mo’ s’accusene l’une cu l’ate
nun sapenne chi è state c ' ha fatte 'a spiate.

San Gennaro ha prutestate!
Ha ditte:" je tenghe ‘o cuntratte private,
mo’ mette subbete ‘nu buone avvocate
voglie vedè si ‘a piazza m’ha levate".

San Gennà :
chiste so’ ‘e sante muderne,
ca t’hanne primme accusate, e po' t'anne citate
pe’ furto aggravate e continuate.

Santu Nicola, nun ha parlate,
appena ha viste l’acqua ‘mbrugliate
s’è date ammalate,
è ghiute ‘o miereche e l’ha visitate
mo’ stà tutte preoccupate e 'mbarazzate,
pecchè ha sapute ca stà  pur'isse 'nt' 'a lista 'de signalate..

Santa Filumena, po’,  rerenne rerenne
faceve fesse ‘a gente, e ghieve dicenne,
ca ‘e martirie erene  state tremenne.
Mo’ cu ‘a scusa, ca s'eva fà’ ‘o svecchiamente.
l’hanne cacciate e sucutate, 'a dint’ ‘o cunvente.

‘O rieste de’ trenta sante, se tenene mente
e vanne dicenne: chest’ è l’ebbreghe ca è malamente,
pecchè si fanne overamente l’accertamente,
'nce trattarranne  tutte quante,
comm'  a  'na maniate ‘e fetiente”
.

Ma 'e napulitane pe' nun subì' ‘o smacche
E pe' nun passà'  comm'  a tante papuocchie,
ca s’ammocchene ogne specie ‘e filastrocchie,
pe’ tutte ‘e mura d’ ‘a città con grandi penne
scrissero :  San Gennà …. “ Futtetenne “.




mercoledì 2 settembre 2009

'O Zarellare


0 Zarellare


Un antichissimo ed utilissimo mestiere napoletano, fu “ ‘O Zarellare “ o come meglio indicato nella lingua turrese (quella parlata a Torre Del Greco) “ ‘O Zagarellare “.

O Zarellare (in napoletano era indicato come il merciaio) era colui. che in una piccola bottega vendeva su un minuscolo deschetto caramelle, lecca lecca, gomme da masticare, giocattolini e negli ultimi tempi, di nascosto, sigarette di contrabbando di varie marche straniere.
Il mestiere veramente nacque per accontentare le donne di casa, che avevano bisogno d'accessori per i loro abbigliamenti (per procedere a piccoli aggiusti e sarciture) come nastri, stringhe, spilli, stoffe minute, (appunto tutto ciò, detto originariamente zagarelle) ed in seguito pure cerniere lampo, bottoni d’ogni misura, ganci e gancetti.
In poche parole era il classico merciaio, che la sua bottega fu definita emporio, dove si poteva trovare di tutto.
Una volta negli anni susseguenti la fine della Seconda Guerra Mondiale qualche Zarellaro specie nei piccoli paesi offriva la sua mercanzia girando per vicoli gridando agli angoli delle strade: “Accattateve ‘o necessarie, ahi! quante ve serve e nun ‘o tenite, Cuttone, aghe bettune”
In alcuni Quartieri Napoletani frequentati dal popolo e nei piccoli circondari dell’entroterra resistono tuttora Empori con l’insegna “Tutto a Lire 100” ora “Tutto a € 0,50”, dove si può acquistare di tutto, con prezzi stracciati e con merci prevalentemente di provenienza Cinese o Coreana, soddisfacendo la clientela , che trova ciò di cui necessita, dato che il vecchio negozietto si è trasformato poco a poco in un autentico Bazar.
Ricordo uno Zarellaro speciale anzi ambulante, che, con una sorta di comò quadrangolare. posto su una ruota, che spingeva e trascinava come una carriola, per vendere la sua mercanzia (aghi, cotone, spilli, bottoni ed altro), e si portava per le stradine del mio paese, era conosciuto come “Don Giuvanni ‘o curtulillo".

 


             Negozio attuale di una Zarellara ( un emporio di piccolo merciaio)
                                     


Pensando al diffondersi dei supermarket e megamarket è scomparso il microcosmo dei dettaglianti, tra cui lo Zarellaro. E’ finita un’epoca, è finito un esercito di personaggi, che ti appartenevano, quasi familiarmente, che conoscevano tutte le tue abitudini ed esigenza ed all’occorrenza sapevano consigliarti con competenza.


Per completare la gamma di antichissimi mestieri, che non si trovano più, e forse sono stati anche dimenticari, anche perché erano fondati sulla mera specializzazione come per esempio:
L’Accimatore, quello che rifilava i fregi dei tessuti;
L’Arraganatore, l’uomo addetto alla tintura di panni con l’estratto di arganetta;
L’Azzimatore, il cimatore, colui che asportava o pareggiava il pelo di un tessuto, utilizzando
delle grosse cesoie ;
‘O Barrettare, chi era addetto alla confezione, alla pulizia ed alla stiratura dei cappelli;
'O Cannavare, il venditore di tessuti di solo lino o canapa;
‘O Cazettare, chi vendeva e riparava calze e calzini;
‘O Filajuole, chi era specializzato a filare i tessuti;
‘O Geppunare. chi vendeva e confezionava giubbotti;
‘O ‘Mpusematore. l’apprettatore di tessuti, specie dei baveri delle giacche e dei cappotti,
nonché della rigidità dei colli delle camicie;
‘O Pellettiere, artigiano addetto all’utilizzo delle pelli;
O Pannazzaro, cenciaiolo, chi vendeva panni usati di villaggio in villaggio con un fagotto
a spalla detta bandinella.



Continueràcon nuovi antichi mestierin appena possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a poroseguire

domenica 30 agosto 2009

'Nu Sfizie o è 'Nu Vizie


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NU SFIZIE  (O E’ ‘NU VIZIE ?)




Nun nce sta ‘na cosa cchiù bella, 
               c’‘a dummeneca può fà!

Chelle ‘e piglià’  ‘na fella ‘e pane
               e dint’ ‘a sarza azzuppà’.

Quante ire piccerille iva sfidà’ 
            a mamma toja, annascuse
mò! Ca sì cchiù grosse, ‘e sfidà’ 
               a mugliera ‘mpicciosa.





E’ ‘nu sfizie, ca nun tene prezze
E’ ‘nu sfizie, ca te piace assaje,
‘Stu fatte te riale ‘nu rimprovere sicure,
ma tu ‘o stesse ‘o faje, nun  te ne cure.






Specie si ‘a sarza stà chiane 
                                 chiane pappianne,
 e pa’ casa ‘nu prufume ‘e pummarole 
                                             se spanne,
a vocca te fa po’… desiderà, 
                        e tu ‘e assaggià’ pe’ forza
‘na fella ‘e pane azzuppata 
                    ‘nt’ ‘a sarza cu’ tutt’ ‘a scorza.





Pecchè ‘o faje, a patete,
                ‘a sarza cu ‘e mulliche nce piace”

Cheste ogne vote avive sentì’,
                                  quant’ ire guaglione.
“ Nun te miette scuorne,
                                   me pare ‘nu criature! “
‘E sentì’ mò! Ca si ,
                       addeventate ‘n’ omme mature.






Nun ‘o sacce si ‘sta cosa succede sule a me!
Ma ‘o tentarragge sempe ‘e fa, pecchè è ‘nu sfizie,
ca po’, doppe tante anne è deventate ‘nu vizie
specie quanne sente l’addore do ‘o raù



‘na nzuppate ‘e pane je ma facesse…. E tu?



martedì 25 agosto 2009

'A Vita


‘A Vita


Comme vurrie addeventà ‘nu ponte
Pe’ superà ‘stu ciumme dalli furiose onne
E guardanne po’…….. a chell’ata sponte
Putesse suspirà : è state sule ‘nu suonne.

‘A vita è ‘nu sulitarie viagge
int’ a ‘nu deserte, addò nun nce stanne brezze
e ‘ncuntre spisse tante amarezze
e chelli poche gioje songhe ‘nu miragge.

Spisse ‘e parole ‘e ‘n’amiche so’ poca cosa,
ma si venene da’ ‘o core, so’ ‘nu cunforte
ca t’ajutene a essere cchiù forte
p’affruntà ‘stu viagge senza soste.

‘O dimane è ‘nu scrigne chiuse
e nisciune, pure si è curiuse
nun è capace ‘e l’arapì
e chelle ca nce stà, nun se po’ capì.

Vuò sapè’? Comme a vivere s’adda cuntinuà?
E’ tenè ‘o core apierte alla serenità,
ca tanta voglia ‘e nuvità
speranne po’…. Ca ‘o bbuone può assapur
à’.

venerdì 21 agosto 2009

'O Sapunaro

‘O Sapunare


'o sapunaro 'e 'na vota



Un antichissimo e curioso mestiere napoletano, fu “ ‘O Sapunaro “ ed era colui che girando per i vicoli e gridando agli angoli d'ogni quartiere per richiamare la sua presenza con la famossima litania 

“ ROBBA AUSATA, SCARPE VECCHIE,
SIMME LENTE, STAMME CCA’ ! 
BONA GE’! ARAPITE ‘E RECCHIE, 
SAPUNARE SAPUNA’ “



  'O sapunaro 'e dopp' ' a guerra
                                          
                                                                                                                             


In realtà è un commerciante ambulante, che esercitava una sorta di baratto, perché accettando abiti smessi, stracci, malandate stoviglie, cianfrusaglie varie, come una sedia sghemba, coppole logore, coperte da rammendare, rotoli di spago, pastorelli di creta: roba in ogni modo vecchia, offriva in cambio sapone di piazza, quello giallo e molle, che era contenuto in appositi recipienti di terracotta, a forma di cono tronco, meglio conosciuti come ‘e scafaree.

Sapone  dei monaci olivetani, detto saponre di Marsiglia

Il Sapone contraccambiato, era sopraffino, prodotto dai monaci Olivetani, nella loro spezieria all’interno dell'omonimo Monastero, situato nei pressi dell’attigua chiesa di Santa Maria di Monteoliveto, ora meglio nota come Sant’Anna dei lombardi. Il sapone di piazza degli Olivetani era così pregiato e profumato, che già nel Quattrocento era venduto a 24 carlini la libbra, cifra notevole per quei tempi.
 Il prodotto era molto apprezzato per la bontà e delicatezza della sua efficacia per lavare ogni cosa senza lasciare aloni.
Tutto iniziò da quando il sapone, che servi ai monaci Olivetani per pagare i mobili vecchi sgangherati ed utensili usati, forniti loro dal qualche robivecchi (‘o sapunare) per arredare il loro convento.
O Sapunare era invitato spesso negli appartamenti o nei palazzi, anche dei nobili, perché lo scambio di merci avvenisse lontano da occhi indiscreti e per nascondere quel tipo di baratto.
In un primo momento ‘o sapunaro, il suo baratto l’esercitava trascinandosi sulle spalle un sacco di juta per riporvi i vestivi, che prendeva, e la roba vecchia, che incettava. Fattosi il suo commercio fiorente, in seguito, si munì di un carrettino trainato da un asino, dove si poteva trovare di tutto, oltre al corrispettivo del sapone, delle stoviglie di terracotta, anche piatti , zuppiere, per cui oltre essere identificato come (‘o sapunare) , si cominciò a chiamarlo “ anche (‘o piattare)".
Ampliandosi l'ambito dei propri affari fino a rasentare il mestiere del rigattiere, senza però mai riuscirvi  anche perchè gli oggetti che 'o sapunaro dava come contropartita al baratto,  erano considerati  un bene da custodire o preservare gelosamente, come tazzine, piatti, zuppiere o bicchieri artigianalmente colorati.
Tali oggetti sono praticamente attualmente regalati nei supermercati provenienti a iosa dalla cina, a prezzi stracciati ed alla portata di tutti, e forse per questo motivo 'o sapunaro quasi in punta di piedi, è sparito.
Se il baratto non era conveniente, i panni o la roba usata ceduta, prevaleva l’usanza che il pagamento della contropartita, avvenisse in denaro.
In napoletano (‘o Sapunaro) è sinonimo di
 (“ una persona arrunzona, ca quanno fa ‘na cosa nun è capace d' 'a fa bbona, 
o ca fa 'e ccose senza tené genio)”.
(traduzion e = è una persona frettolosa che agisce superficialmente senza finirla, che quando fa qualcosa non è capace di farla bene, o che fa le cose senza voglia)
Molti proverbi sono stati ispirati dal ‘O Sapunaro :
uno per tutti “ ccà ‘e pezze e ccà ‘o sapone” per rivendicare la simultarietà di un scambio giusto.
Una tipologia di "sapunaro" fu 'o stracciaro che barattava o spesso vendeva sacchi di juta, che ritirava dai venditori di farine, legumi e carrube, ('e Vrennajuole) (i venditori di mangime per cavalli ed asini), che le casalinghe usavano come strofinacci per lavari pavimenti. Tali strofinacci erano definiti mappine. in tal caso la voce gridata per reclamizzare il prodotto era " Ne!  putite fà' 'e mappine, quatte sorde 'o sacche."
La mappina in gergo napoletano e ritenuta una cosa sozza, lorda, per cui è sinonimo di malafemmina



Contunerà con nuovi antichi mestieri apprna possibile
è gradito un commento d'incoraggiamento a proseguire

mercoledì 19 agosto 2009

Sotto 'e Stelle


Sotte ‘e Stelle


Quann’ è ‘a matina ‘nciele nun ‘e vide,
se ne so’ghiute, l’ ha cacciate ‘o sole
‘a sora cchiù grossa, chella c’adda fa’ ‘o dovere suoje
s’adda guaragnà’ ‘a jurnata, adda faticà li otte ore.

Adda schiari ‘a terra, adda scarfà’ l’aria
adda fa piglià’ culore ‘e cose e po’……
quanne fernesce, scumpare e se ne va a durmì’.
e lore zittu zittu ‘nciele e vide accumparì.

So’ tante, ca nun se riescene a cuntà’,
so’ tante, ma nun te mettene appaura,
pecchè stanne luntane, luntane assaje
ma ‘o stesse t’appartenène, tu ‘o saje.

Pare ca te guardene, pare ca te spiene
mentre tu fa finte ‘e niente
pecchè ‘a luce llore splendente
te fa rummanè’ indifferente.

Quanne ‘o tiempe ‘e nuvuluse
s’annasconnene, fanne ‘e dispettose.
tante nun hanne dà cunte ‘a nisciune
tenene’a luce llore, pirciò so silenziose.

So’ comme a ‘na coperte, quanne ‘o ciele è serene
ca pare te scarfe senza da’ calore.
So’ ‘na compagnie, ca nun ne puo’ fa’ ammene.
Pecchè si nun ce stanne…, ‘a serata è nere, è nere.

Nun te può sperdere guardannele,
può sule viaggià’ cu ‘a fantasie luntane
appriezzanne ‘sta vite, ca è chiene ‘e meraviglie
ca te fa dì’ suspiranne: comme ‘e belle ‘o ciele chiene ‘e stelle.



un meraviglioso cielo stellato senza nuvole


martedì 18 agosto 2009

'O Ciele Turchine


‘O Ciele Turchine


Quanne ‘o ciele addeventa culor turchine,
è quase sera, ma ‘o sole, nun se capàcite, nun se retire,
pe’ guderse pur’isse chest’aria doce e accussì fine
mentre ‘a lune, appene scetate, s’affacce e quase quase rire

Fore ‘o balcone, sto’ a guderme ‘stu belle quarte d’ora
È ‘nu pumerigge d’està’ cu ‘nu sole d’ore
coccherune dorme, se sta a fà’ ‘a cuntrora
e nun sape ca se perde, e pirciò nun l’assapore

‘Nta ll’aria se sente ‘na pace, ‘nu silenzie
specie si nun staje facenne niente
e guardannete attuorne, po’ pienze
“comma sarria belle ‘o munne senza turmiente.

‘Na chiorma ‘e aucielle tutt’assieme svulazzene
pe’ ‘stu ciele turchese, parene c’abballene.
all’impruvvise passa ‘o viente suspiranne curiose,
sucute cocche nuvole dispettose

e sbuffanne po’.. se ne va tutte addiruse
quase cumma ‘nu guardiane scuntruse
c’adda difendere stu ciele doce e serene
ca pripare ‘na sera assaje bella, quanne vene

Comme’ è belle ‘o tramonte ‘nta l’està
E quante ‘o sole se ne scenne pe’ se ni’ j’ a cuccà
‘na speranza ‘e bene, ‘o core se mette a suspirà
mentre
'e ccose brutte pare ca se vò scurdà.

venerdì 14 agosto 2009

'O Pettenessare

'O PETTENESSARE


Pettinagnolo, Venditore una volta ambulante, che con un grosso cesto andava a vendere per strada offrendo pettini, pettenesse e bigodini.
Il pettine si può dire che è nato con l’evoluzione dell’uomo , tanto che già usato nell’era neolitica, com’ è documentato da reperti ritrovati accanto ad ossa umane.
pettine d'osso trovato,tomba vichinga

           pettine ritrovato età del bronzo
     



                                                      

Il pettine può essere costruito in materie differenti: tipicamente, i pettini sono in osso, in metallo, in plastica, ma possono essere anche in  madreperla, o in legno o in altri materiali.


pettini con varia impugnatura





Di pettini ce ne sono di varia foggia e di vario materiale e per vari usi.Possono essere di corno,( i più resistenti), di osso, di tartaruga e d’avorio,( i più pregiati), di bossolo ed anche di metallo, come quelli di ferro o di alluminio utilizzati dalla povera gente specie durante il periodo bellico. 

Pettine d'alluminio utilizzato nel dopoguerra dalle genti povere





Attualmene si fabbricano in tutte le varie fogge con materie plastiche.
 A secondo l’uso i pettini si possono definire:
Pettene larghe =Pettine rado, utilizzato per lo più dalle donne per strigare e ravvivare:
un pettine a denti larghi




 
Pettene astritte = Pettine stretto con denti fitti che serviva per eliminare dai capelli “ e peducchie o ’e perucchie” ( i pidocchi)” “’e lénneme” ( le larve dei pidocchi).


pettine a denti stretti per pulci e pidocchi



 Pettene lasche = Pettine utilizzato per ravvivare ei capelli dei neonati senza tirarli dal cuoio capelluto.


Pettine  con denti molto radi per neonati.




 
pettine detto lasco per neonati





Pettenecchia = Sorta di pettine utilizzato per pulire seghe ed vari utensili con denti.


 
Pettenessa = Pettinagnolo (Sorta di pettine ricurvo , spesso intagliato od ornato, che serviva per sostenere le trecce dei capelli lunghi avvolte nel tuppo, dietro l’occipite.( cioè crocchie di capelli raccolti sulla nuca, con le quali erano solite conciarsi le donne dei vicoli)


Pettenessa per fermare i capelli lunghi



 ‘O Pettenessaro quando era ancora ambulante e andava per strade e vicoli si annunciava gridando :“Piettene e pettenesse ! Neh, Perucchiuse, accattateve ’o pettene! 
Ve donghe pe’ ‘na lira!
Sparagnate ‘e fa ‘e perucchie a cuofene, fetiente!., . ..,

mercoledì 5 agosto 2009

Storia di Chiaiano 21^ punt/consiglio di quartiere



Capitolo ventiseiesimo


CHIAIANO negli anni Settanta

Continua Nascono le Circoscrizioni


Nel proseguimento degli anni settanta i problemi della periferia, come ormai, Chiaiano, ne faceva parte ed era considerata, non vengono per nulla risolti, né tantomeno discussi od avviati ad una giusta soluzione, anzi si acuiscono, anche se un ben piccolo interessamento si ebbe dalla nuova Giunta comunale, retta dal Comunista Maurizio Valenzi, spinto dai dirigenti della locale sezione del PCI.

 
Sindaco di Napoli 

dal  27 settembre 1975  al 18 agosto 1983 –
 






Intanto tra le forze politiche locali trovano spazio nuove classi dirigenti, anche perché il tessuto cittadino non è più composto solo da contadini, agricoltori, operai, impiegati e commercianti, ma s’era arricchito di uno strato sociale nuovo, emancipato, evoluto, rappresentato da giovani eruditi, che erano andati a scuola ed erano desiderosi di far sentire il loro parere ed in alcuni casi sono definiti i professorini.
Non bastano più i soliti comizi per essere informati a fare politica, si fa pure con pseudo giornalini, stampati con un semplice ciclostile, che inondarono il quartiere con titoli, che richiamavano subito l’attenzione, come quello di “Chiarezza”, scritto dai professorini del Partito Socialista italiano, fuori usciti dalla locale Democrazia Cristiana, che spiegava il perché della loro confluenza nel partito socialista di Pietro Nenni, non riuscendo ad emergere dall’oligarchia e dall’egemonia della vecchia classe dirigente dominante, fatta di nomenclatura chiusa, che non desiderava per nulla fenomeni innovativi, né tantomeno partecipazioni giovanili al potere senza passare per la cosiddetta trafila dei portaborse.
Per i professorini dell’epoca s’identificarono il prof. Giovanni Feminiano, Sabatino Jodice ed altri non meglio noti e qualificati.
La risposta al Giornalino “ Chiarezza” non tardò e subito i Democristiani locali, quasi come una sfida, proposero il loro Giornalino, anch’esso in ciclostile con il titolo rappresentativo di “Fra noi “ per affermare che solo loro erano i depositari della rinascita civile del paese e della città, dopo la fase oscura monarchica laurina ed erano i soli difensori della libertà garantita dalla fede cattolica. Questo giornalino fu redatto dai vari, Vittorio Chiarolanza, Alfonso Montesano, Vincenzino Diodato. Vincenzo Pascale (detto Pisticchio)
Nel contesto giovanile dell’epoca, fecero sentire la loro voce perfino i comunisti, che erano rappresentati anch’essi da giovani intellettuali e non più ignoranti (come lo erano stati fino allora, perché provenienti dalla sola classe operaia e contadina) ma ben preparati ed informati delle vicende politiche, poiché avevano frequentato sia le assemblee cittadine delle sezioni, che quelle della federazione provinciale, dove si discuteva dell’impegno del partito sia in ambito nazionale che cittadino, e redassero e diffusero il loro punto di vista con un loro bollettino ciclostilato, con l'emblematico titolo “‘A Verità” per spiegare la reale situazione del quartiere e la mancanza di prospettive per il futuro dei giovani.
Facevano parte del cosiddetto circolo della nuova Gioventù Comunista Salvatore Vacca, Sequino Tarcisio, Napolano Salvatore, Lotti Giovanni, Ruggiero Giuseppe e tanti giovani emergenti, che non volevano sottostare al potere dominante retto dal sistema delle clientele e della raccomandazione.


In questo ambiente nuovo anche Chiaiano pretendeva di poter contare e pur sapendo che la nuova giunta poteva operare poco sui grandi temi politici, poiché doveva fare i conti con l’opposizione, non avendo una sua sufficiente maggioranza,
Dopo la prima fase sperimentale il decentramento amministrativo fu reso ufficiale con la prima Giunta Valenzi e pertanto con nomina diretta dei partiti politici rappresentati in consiglio comunale al 31,12,1977 per Chiaiano fu varata la seguente assise circoscrizionale(o meglio il Consiglio di Quartiere)

Aggiunto del Sindaco, (come allora si chiamava il presidente) fu nominato, come da accordo provinciale tra i partiti che sorreggevano la giunta, per Chiaiano, il socialista ,  il rag. Mannato Angelo.
I Consiglieri furono:
8 del PCI (Capuozzo Clara, Di Biase Felice, Martino Raffaele, Napoli Salvatore, Napolano Salvatore, Riccio Giuseppe, Sequino Raffaele, Vaccaro Biagio)
7 della DC (Cammarata Umberto, Del Core Francesco, Di Maio Stanislao, Di Maro Antonio, Moscariello Giuseppe, Pagano Enrico, Tomas Carmela)
1 del PSDI (Di Guida Biagio)
2 del PSI (Di Guida Vincenzo, Mannato Angelo))
 2 del MSI/D.N. (Di Marino Elio, Traverso Raffaele)
Furono costruiti gli scranni per i novelli consiglieri circoscrizionali ed il parlamentino locale fu allestito nei locali,  al piano terra del vetusto palazzotto municipale, Una volta, negli anni cinquanta erano stati utilizzatti come aule della scuola elementare mentre ora sede degli uffici demografici dell' Ex Comune di Chiaiano ed Uniti, al corso Umberto I, ora  denominato Corso Chiaiano. 
Per ogni seduta consiliare era esposta sul balcone al primo piano, del palazzotto municipale, la bandiera del Tricolore, in segno dell’ufficialità dell’avvenimento, e d’invito alla cittadinanza di potervi assistere.
Nei primi tempi ad ogni riunione di consiglio partecipava l’assessore competente, inerente all’ordine del giorno in discussione, od un suo delegato, invitato dall’aggiunto del Sindaco. Alcuni risultati interessanti si ebbero inizialmente e pareva che la democrazia, come sancita nella Costituzione Repubblicana, stesse veramente decollando, v’era partecipazione popolare alle sedute consiliari, pareva che stesse nascendo un nuovo modo di far politica.
Fu solo un pio desiderio, ma tutto tornò come prima, le delibere del Consiglio Circoscrizionale (anche se come previsto, erano solo consultive) non furono mai tenute nelle debite considerazioni, poiché gli assessori della giunta comunale disattendevano i pareri del Consiglio dei Quartieri, operando come se non ci fossero ed annullando così il loro effetto di partecipazione attiva popolare.
Non fu così per tutti i quartieri e cosi si giunse alla fine della legislatura dell’esperienza Valenzi svogliatamente senza una rivoluzionaria scossa, tanto, attesa e voluta dal popolo.
In quegli anni, assistiamo ad un fatto di cronaca, si dovette registrare il crollo di una palazzina di un piano in Via Chiesa a Chiaiano, a seguito di uno scoppio di fuochi d’artificio tenuti in deposito nella cucina nel basso al piano terra.


 
Muro che delimita crollo palazzina a via Chiesa

Così si pensò e si ritenne in un primo momento, ma poi si accertò la causa dello scoppio fu la deflagrazione di una bombola di gas difettosa. Nel crollo morirono la coppia che abitava il basso, trovata nel vano adibito a cucina, dove era collocata la bombola a gas e la bambina che abitava al primo piano, mentre il fratellino fu salvato perché tirato dalle macerie per il pronto intervento dell’intera popolazione chiaianese, accorsa in soccorso al primo rombo dello scoppio.
Sul luogo del crollo non si è più costruito e l’area tuttora è tutta transennata con un muro di cinta.









Continuerà con nuovi capitoli appena sarà possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire